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E se avessimo bisogno dell’epica? Dai discorsi di Obama ai fumetti, tutte le mutazioni di un genere letterario antichissimo

13 febbraio 2009

di Silvia Guidi

Che fine ha fatto l’epica? Come mai il genere letterario più antico e per molti secoli – almeno da Omero fino a Tasso – più importante, è poi quasi del tutto scomparso dalla letteratura occidentale del Novecento? Tutta colpa di Montale. O meglio, della visione del mondo che esprime in una delle sue poesie più famose e più belle, “Non chiederci la parola”. Ecco i versi incriminati:  “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo/Codesto solo oggi possiamo dirti”.
“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti”; non è esattamente questo che dovremmo aspettarci dalla letteratura e dall’epica in particolare? Mondi lontani nel tempo e nello spazio, o vicinissimi ma trasfigurati dalla creatività dell’autore, storie di collettività o di singoli personaggi, di imprese grandi o piccole che cambiano il destino di un popolo o di una singola famiglia, mondi paralleli che ci aiutano a mettere a fuoco meglio il nostro, a recuperare uno sguardo fresco sulle “cose solite”? È evidente che si tratta solo di una provocazione, Montale non produce il fenomeno ma lo descrive con la sintesi folgorante della grande arte, fotografa un disagio reale, il sottile fastidio che noi moderni proviamo di fronte a questo genere letterario, alla stessa parola “epica” che associamo quasi automaticamente a vuota e pretenziosa retorica. Disincantati e individualisti come siamo, facciamo fatica a dire “noi” senza sentirci ridicoli o ipocriti, e ad avere la consapevolezza che gli altri non sono un fastidio necessario, ma un’opportunità – la personalità del singolo “esiste di più”, ha più occasioni di esprimersi e di conoscere se stessa grazie ai suoi rapporti con gli altri – per questo non potremmo sentire più lontana e astratta la dimensione corale dell’èpos.
Non solo:  proviamo una diffidenza istintiva verso la categoria dell’eroe, definitivamente screditata dal mito del “superuomo” Nietzsche e dai deliri di superiorità etnica comuni ai totalitarismi di ogni colore (“felice il paese che non ha bisogno di eroi” scriveva Brecht). La data di morte degli ideali della cavalleria in letteratura è ancora anteriore; risale al Cinquecento, quando “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori” sono stati seppelliti sotto i mulini a vento dell’ironia amara di Cervantes.
“L’epica non coincide necessariamente con l’eroismo” chiosa Antonio Spadaro, l’autore del J’accuse contro il manifesto nichilista di Montale, “c’è anche un’epica delle piccole cose, capace di vedere la grandezza dovunque; tra i contemporanei, penso al poeta svizzero Philippe Jaccottet”. “La vita quotidiana è la più romantica delle avventure, ma solo chi ha il cuore dell’avventuriero lo scopre” diceva Chesterton. Di avventure e sguardo ancora capace di stupore si è parlato a lungo durante la tavola rotonda “Il ritorno dell’epica, da Tolkien a Cormac McCarty. Perché non possiamo vivere senza grandi storie” organizzata dalla casa editrice Rubbettino insieme all’associazione culturale BombaCarta. Trent’anni fa il critico letterario e padre gesuita Guido Sommavilla s’interrogava sullo stesso tema e citava come eccezione il nome di Tolkien che, bistrattato dalla critica, ha poi riscosso un enorme successo in tutto il mondo. Ed è proprio a partire da Tolkien che ha preso le mosse il dibattito. “Perché non possiamo vivere senza grandi storie. Come a dire che l’uomo ha radicata dentro di sé l’esigenza del racconto” prova a rispondere Saverio Simonelli, uno dei relatori, accanto ad Andrea Monda, Giuliano Ferrara, il poeta Claudio Damiani e i critici letterari Fabio Canessa, Paolo Pegoraro e Giovanni Ricciardi, “il bisogno delle narrazioni grandi non si può estirpare, come dimostrano gli autori che regalano al lettore storie che provano a rischiare il mistero della sua posizione nell’universo”. Il critico letterario sulle tracce dell’epica deve sconfinare in territori non suoi:  è un genere che muore per rinascere, più forte di prima, sotto altre spoglie, dalla musica lirica alla canzone popolare, dal fumetto al cinema. Per essere accettato deve travestirsi da letteratura per ragazzi (da Harry Potter a Batman) e trovare pieno diritto di cittadinanza sul grande schermo (da Matrix alla saga di Guerre Stellari). Il potenziale comunicativo resta enorme, come ben sanno gli speachwriter dei politici; secondo alcuni, Obama deve molto del suo successo proprio alla capacità di rievocare l’epopea dei padri fondatori, gente che “ha piantato alberi che non avrebbe mai visto crescere” o ha scavato abbeveratoi di pietra nel deserto (come racconta lo sceriffo Bell in Non è un paese per vecchi di Cormack Mc Carty). Tra l’altro, anche nell’epica tradizionale dai toni aulici raramente l’eroe di una saga cerca di mettersi nei guai di proposito; non è entusiasta di combattere contro un avversario molto più potente o forte di lui, accetta di percorrere una strada che non si è scelto. “Noi della resistenza non è che andiamo in strada a sparare” scrive Claudio Damiani in una sua poesia, nel suo tipico stile dimesso e antieroico “né ci nascondiamo in montagna,/ né scriviamo sui giornali, /noi della resistenza non facciamo niente /ma quando moriremo avremo nella nostra mente /un ordine beato che ci ha consolato, /ci ha accompagnato nella vita, ci ha dato gioia /e felicità, ha fatto sì che la vita valesse veramente viverla, /morderla con tutti i denti come un pomo, /e quando moriremo questo paradiso /che noi abbiamo trovato, che era per strada /sotto gli occhi di tutti, /lo porteremo con noi sotto terra /e anche sotto terra continuerà a brillare”.

(©L’Osservatore Romano – 13 febbraio 2009)

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