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Il Sinodo anglicano vieta ai preti la militanza nei partiti di estrema destra

11 febbraio 2009

Londra, 11. Due importanti risoluzioni sono state approvate martedì durante i lavori del Sinodo generale della Comunione anglicana. La prima riguarda i preti della Comunione, i quali non potranno più iscriversi a partiti di estrema destra, come lo xenofobo British National Party. “Approvare questa mozione – ha detto Vasantha Gnanadoss della diocesi di Southwark – renderà molto più difficile al Bnp o a organizzazioni simili dire che ci sono membri del clero che li appoggiano”. Il divieto si applicherà ai religiosi, ai seminaristi, e ai laici che parlano a nome della Chiesa. Ora la mozione deve andare al parlamento di Londra per essere adottata.
Il Sinodo ha anche approvato una risoluzione che deplora “il peccato del pregiudizio razziale”.
Mentre nelle prossime ore saranno affrontate le modalità dell’introduzione delle donne vescovo nella Comunione, in particolare la possibilità per quelle diocesi che lo desiderano di ottenere invece un’alternativa maschile, concessione all’ala più conservatrice della Comunione. Nello scorso luglio il Sinodo aveva infatti negato ai “tradizionalisti” il diritto legale di scegliere una diocesi retta da un vescovo maschio, sottolineando come la pratica sarebbe stata discriminatoria, tuttavia la bozza in discussione prevede un sistema di vescovi “complementari” che si occupino di quelle diocesi che non accettino una donna.
“Le esperienze della scorsa estate della conferenza di Lambeth e quelle della scorsa settimana con i primati – ha detto l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams – hanno suscitato in me alcune impressioni che sembrano degne di essere condivise con il Sinodo generale per un ulteriore dibattito su alcune questioni delicate. Nonostante i miei oscuri presagi e un certo numero di dichiarazioni di inefficacia, la conferenza di Lambeth ha almeno stabilito due cose. La prima riguarda il significato di un clima in cui ogni partecipante ha la garanzia di essere ascoltato. Alcune persone – ha aggiunto – avevano scarsa considerazione del metodo organizzativo dei dibattiti che permettono a tutti di parlare senza avere però la pressione di arrivare ad una dichiarazione congiunta. Tuttavia, l’importanza di questo metodo si è resa evidente, se posso azzardare un giudizio pungente, alla luce di come altri aspetti della conferenza hanno funzionato. I dibattiti su alcune questioni più controverse della Comunione sono stati naturalmente dominati da quanti avevano investito di più su tali argomenti, sia a destra che a sinistra. Sono stati simili ai dibattiti della conferenza del 1998. Indubbiamente sono state dette cose necessarie e si sono svolti dibattiti utili, ma non si è dato spazio a coloro per cui queste questioni non erano le più pressanti e a quanti non sapevano gestire bene la comunicazione e i metodi. La seconda cosa emersa a Lambeth – ha proseguito il primate Williams – è stata la consapevolezza di quanto si può perdere se la Comunione si frammentasse ulteriormente. Ricordiamo vividamente i piccoli raduni in cui abbiamo raccolto vescovi del Myanmar, dello Zimbabwe e del Sudan per incontrare alcuni nostri ministri al governo per parlare vis-à-vis delle loro esperienze e delle loro necessità”.
L’arcivescovo di Canterbury si è anche soffermato sui punti di crisi che si vivono all’interno della Comunione.
“Quando si parla di sostituire la Comunione con una federazione – ha spiegato – quasi tutti reagiscono dicendo che non hanno intenzione di cambiare. La nostra può essere anche una Comunione imperfetta, ma senza dubbio desideriamo mantenere ciò che abbiamo e “potenziarlo”. Nessuno è contento della rottura del vincolo sacramentale e tutti riconoscono che questa rottura indicherebbe che non siamo all’altezza di ciò che siamo chiamati ad essere”.
Infine, Rowan Williams si è soffermato sul problema delle donne vescovo. “Noi tutti sappiamo che se le donne vengono ordinate all’episcopato coloro che in coscienza non possono accettarlo non andranno via. E coloro che invece desiderano le donne ordinate all’episcopato e che vogliono poter gioire di tutto cuore di questo spererebbero che questa loro gioia portasse con sé la buona novella anche agli altri che continueranno a essere nostri fratelli e nostre sorelle nella missione. Alcuni di certo – ha spiegato il primate anglicano – potrebbero andare via in un’altra comunione cristiana, ma anche se lo facessero sarebbero lì cristiani, missionari e discepoli e il dibattito non sarebbe finito solo perché una giurisdizione locale ha preso una decisione. In ogni caso molti non vogliono allontanarsi affatto, vogliono rimanere nella stessa famiglia e questo significa che alcuni sogni di purezza e chiarezza non si realizzeranno. Abbiamo riconosciuto che i dubbi sull’opportunità e legittimazione dell’ordinazione delle donne al ministero storico non impediscono ad alcuno di rivendicare le propria identità anglicana. Riconosciamo che chi nutre questi dubbi rappresenta quella parte del pensiero anglicano che considera ciò che facciamo e pensiamo nelle Province della Comunione come parte del processo universale di discernimento nella volontà di Dio nella chiesa in generale e non come l’intero processo. Penso che siamo già pronti a chiedere in questo Sinodo che cosa possiamo fare in una Chiesa in cui gli altri non hanno intenzione di andarsene. Gli oppositori tradizionali delle donne all’episcopato – ha concluso – hanno riconosciuto ormai da molto tempo che questo evento probabilmente accadrà e che devono trovare il modo di conviverci. Quelli che invece credono appassionatamente che sia cosa buona e giusta per la salute della Chiesa hanno capito che gli oppositori non svaniranno. Entrambi hanno abbandonato la fantasia di una Chiesa “pura” a favore di una Chiesa che sia onesta sulla propria diversità anche quando tale diversità appare in un primo momento imbarazzante e poco gradita”.

(©L’Osservatore Romano – 12 febbraio 2009)

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