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Il beato Stepinac e le cicatrici del comunismo

11 febbraio 2009

Zagabria, 11. “Pur dinanzi ad un contesto storico profondamente mutato, nella mentalità odierna riappare il rischio di visioni riduttive dell’uomo. Si ripropongono errori di carattere antropologico e nuovamente sono posti al centro dell’attenzione l’esercizio della libertà umana e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo”. A venti anni dalla caduta del muro di Berlino, che ha simbolicamente segnato la fine del regime comunista nell’Europa orientale, la Chiesa si trova ad affrontare nuove e forse altrettanto insidiose sfide. Lo ha sottolineato il cardinale Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria e vicepresidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), aprendo ieri l’incontro dei cardinali e dei presidenti delle Conferenze episcopali dei Paesi dell’Europa centro-orientale. Duplice l’anniversario che ha dato spunto all’iniziativa:  i venti anni, appunto, della caduta del muro di Berlino e i dieci dalla beatificazione di un martire della Chiesa croata, il cardinale e arcivescovo di Zagabria Alojzije Stepinac, vittima del regime comunista.
Ai partecipanti all’evento il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ha fatto giungere un messaggio di saluto di Benedetto XVI. “Annunziare la buona novella di Gesù Cristo sino a vent’anni fa nei Paesi dell’Europa Centro Orientale – si legge nel messaggio – era veramente difficile e anche pericoloso, specialmente per i Pastori della Chiesa”. Tra questi viene ricordata la figura del beato Alojzije Stepinac. Il suo martirio e la sua testimonianza – prosegue il messaggio – “ci stimolano e ci incoraggiano, assicurandoci che la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio annunziando la passione e la morte del Signore fino a che Egli venga (cfr. Lumen gentium, 8). Dopo il crollo del comunismo la Chiesa affronta nuove sfide, nuovi problemi, ma il comandamento resta sempre uguale:  “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Marco 16,15). La mutua cooperazione tra i Pastori e tra le Conferenze episcopali è di grande importanza per lo svolgimento di questa missione. Il presente incontro, espressione della vitalità della Chiesa, dà nuova speranza per l’efficacia della sua missione in Europa e nel mondo”.
Quattro, oltre a Bozanic, i porporati presenti all’incontro che si è svolto nel palazzo arcivescovile di Zagabria:  Péter Erdo, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente della Ccee; Angelo Scola, patriarca di Venezia; Audrys Juozas Backis, arcivescovo di Vilnius; Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia.
“Abbiamo scelto come data per questo incontro – ha ricordato Bozanic – il giorno della festa del beato cardinale martire, Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria, per ricordare insieme a lui tutte le vittime del regime comunista che ha seminato distruzione e morte nei nostri Paesi”. La Chiesa croata già dal settembre scorso – con la visita del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone – ha dato vita a vari eventi per ricordare i dieci anni della beatificazione del suo eroico pastore, proclamata il 3 ottobre 1998 da Giovanni Paolo II durante la sua seconda visita apostolica in Croazia. Adesso però il ventennale della fine della cosiddetta “cortina di ferro” offre l’opportunità per ampliare la riflessione. “La figura del beato Stepinac – ha detto infatti Bozanic – è unita in modo particolare a quella di tanti pastori dei Paesi dell’Europa centro-orientale, che sono stati perseguitati e hanno conosciuto il martirio. Ma il suo nome è unito specialmente a quello dei cardinali József Mindszenty e Stefan Wyszynski”. E in proposito il porporato ha citato la lettera apostolica Dum maerenti animo, con la quale, il 29 giugno 1956, Pio XII, manifestando la sua preoccupazione per la Chiesa perseguitata nell’Europa dell’Est, si rivolse espressamente ai tre porporati ricordandone la sofferenza patita e l’impegno profuso “nella difesa della libertà della Chiesa”.
Soffermandosi poi sul ventennale della caduta del sistema comunista il cardinale Bozanic ha citato Giovanni Paolo II e in particolare il modo in cui il Papa polacco ha interpretato questo evento nel suo discorso del 5 giugno 1990 alla riunione di consultazione della prima Assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi:  “Per i Paesi dell’Europa centrale e orientale questo evento significa l’uscita, in un certo senso, dalle catacombe e, in ogni caso, l’uscita da una situazione di più o meno radicale violazione dei diritti personali, in particolare del diritto di libertà religiosa e della stessa libertà di coscienza”. E, ancora riflettendo sulla logica del totalitarismo marxista nei vari Paesi, Papa Wojtyla continuava:  “Comune era però il presupposto da cui si partiva:  la religione, quale elemento di alienazione, doveva sparire per consentire la liberazione dell’uomo. Si può dire che l’esperienza del periodo ora conclusosi ha dimostrato esattamente l’opposto:  la religione e la Chiesa si sono rivelate tra i fattori più efficaci nella liberazione dell’uomo da un sistema di asservimento totale”. Tuttavia – e Giovanni Paolo II ne era convinto – occorreva dare vita a una nuova e profonda opera di evangelizzazione che riscoprisse e ridesse vigore alle radici cristiane dell’Europa. E oggi, a venti anni da quegli eventi, ha sottolineato il cardinale Bozanic, pur in un contesto profondamente diverso, la Chiesa si trova ad affrontare “nuove sfide” che insidiano la libertà dell’uomo e il rispetto dei suoi diritti fondamentali. Ed è questa – ha detto il porporato citando Benedetto XVI – l’odierna “dittatura del relativismo”.
Concetti sostanzialmente ripresi sempre dal cardinale Bozanic anche nell’omelia pronunciata in serata durante la messa celebrata in cattedrale laddove riposano i resti mortali del beato Stepinac. “Ci ricordiamo bene – ha detto il porporato – gli anni in cui attendevamo che fosse rimossa la cortina che copriva lo sguardo sulla verità. Ci ricordiamo le lacrime di gioia di coloro che hanno atteso che si compissero le parole profetiche dei martiri dell’Europa centrale e orientale. Come era forte la carica emotiva che ha unito coloro che sono stati purificati dalla sofferenza nel comunismo. Ma oggi, venti anni dopo questi inizi, ci dobbiamo porre la domanda:  quale valore ha la vicenda che ha portato il marchio del comunismo? Dove è svanita quella carica e in che modo la buona forza, pronta al sacrificio, si è trasformata nell’insicurezza e in alcuni momenti nello scoraggiamento”. Si ha insomma come l’impressione che “il sistema abbia smesso di funzionare nelle forme precedenti, ma ha vissuto una trasformazione presentandosi come suolo avvelenato dal quale invece dovrebbe germogliare il chicco di grano”. E riferendosi in particolare alla situazione croata il cardinale ha concluso:  “Il sistema si è frantumato, ma le schegge sono abbastanza resistenti e si manifestano nelle forme di promozione delle stesse falsità non solo attraverso la politica e nel rapporto con il passato, ma anche nel rapporto con l’educazione, la scienza, l’istruzione. La sua struttura è rimasta presente nella legislazione e nel potere giudiziario, nell’economia e nella cultura”.

(©L’Osservatore Romano – 12 febbraio 2009)

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