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A settant’anni dalla morte di Pio XI le difficoltà e le scelte del suo pontificato

10 febbraio 2009

di Gianpaolo Romanato

I pontificati di Pio XI e Pio XII – due lunghi pontificati, che si protrassero complessivamente per trentasei anni – sono proprio al centro del dramma del Novecento. Achille Ratti fu eletto nel febbraio del 1922, quando la crisi postbellica stava per trovare la propria conclusione con il consolidamento della rivoluzione comunista in Russia e l’avvio in Italia del regime fascista, presto seguito da regimi analoghi in quasi tutti i maggiori Paesi europei; il suo successore, Pio XII, morì verso la fine del 1958, nel momento in cui cominciava il disgelo fra Usa e Urss e l’Europa, uscita dal dramma della seconda guerra mondiale, si avviava verso quella stagione di prosperità e benessere che sarà poi definita “l’età dell’oro”. Non deve stupire, allora, l’attenzione tutta particolare con cui la storiografia guarda a questi due Papi, né devono meravigliare certi aspri giudizi su Eugenio Pacelli, che non ha ancora finito di scontare la coincidenza del suo regno con il periodo delle passioni ideologiche più infuocate. Fra i due Pontefici c’è una continuità che va ben al di là della ripetizione del nome e del fatto che Pio XII, al momento dell’elezione, fosse il segretario di Stato di Ratti, ciò che pure costituisce un’anomalia nella prassi delle elezioni papali. La continuità è imposta dal cumulo di tragici eventi che essi dovettero affrontare, inventando di giorno in giorno la strada da seguire, scegliendo tra alternative angosciose, dovendo contemperare realismo e moralità, politica e profezia, essendo a capo di un’istituzione che mai come in quegli anni scontò la drammatica sproporzione tra prestigio e potere reale, tra aspettative e possibilità concrete, tra mezzi e fini. Gli storici, cioè i depositari della scienza del poi, non dovrebbero mai dimenticare che gli attori della storia agiscono prima e non poi, ignorando ciò che avverrà e dove andranno a parare gli eventi. La comodità del giudizio che è consentita a posteriori, a chi studia i fatti del passato, non è permessa a chi invece vive quei fatti e contribuisce a crearli, a orientarli con le proprie scelte e con le proprie azioni. Usare la storia come un tribunale non è mai stato un buon criterio, né sul piano metodologico né su quello interpretativo. Achille Ratti, eletto il 6 febbraio del 1922, al quattordicesimo scrutinio, dopo quattro giorni di conclave e con una maggioranza, sembra, di poco superiore al quorum richiesto, non era una sorpresa ma era certamente un personaggio nuovo e imprevedibile, come erano stati prima di lui, e sarebbero stati dopo, altri grandi pontefici del Novecento. Basti pensare a Pio x, che nessuno aveva pronosticato Papa, o a Karol Wojtyla, la cui elezione colse tutti di sorpresa. Ratti era un grande erudito, uno sperimentato, infaticabile studioso che aveva trascorso gran parte dei suoi sessantacinque anni (nacque a Desio, in Brianza, nel 1857) prima alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, della quale divenne responsabile nel 1907, e poi alla Biblioteca Apostolica Vaticana, della quale fu nominato prefetto nel 1914. Da questa operosa ma defilata carriera scientifica fu tratto improvvisamente da Benedetto XV, che nel 1918 lo mandò a fare il diplomatico in una delle zone più calde e infuocate della terra: la Polonia. Qui fu prima visitatore apostolico e poi, dal mese di giugno del 1919, nunzio apostolico. Dovette destreggiarsi fra i mille problemi di conflitti nazionali e confessionali che travagliarono la rinascita dello stato polacco, fino all’invasione bolscevica dell’estate del 1920. Una strettoia, fra opposti nazionalismi e vescovi tutt’altro che disarmati, che lasciava pochi spazi di manovra, soprattutto quando si presentò la questione del plebiscito per l’Alta Slesia e il nunzio, costretto a spostarsi freneticamente fra Varsavia e Opole, dovette arginare da un lato l’intransigenza del cardinale Bertram e dall’altro le rivendicazioni polacche. Giudicato filotedesco dai polacchi e filopolacco dai tedeschi, rischiò addirittura di essere espulso dal Paese. Questa sua prima esperienza politica era stata tutt’altro che un successo, ma la Santa Sede, che sapeva bene in quale polveriera avesse dovuto operare, giudicò molto più positivamente il suo lavoro e lo promosse arcivescovo di Milano, in sostituzione del cardinale Ferrari. Prese possesso della sede ambrosiana l’8 settembre del 1921. Nella città dove si era formato e dove aveva svolto gran parte del suo ministero rimase poco, giusto il tempo per inaugurare l’Università Cattolica, fondata da Agostino Gemelli, amico di vecchia data del neoarcivescovo. Un evento fausto per tutta la cattolicità italiana, che egli, uomo di sterminata cultura, salutò con gioia e trepidazione. Due mesi dopo venne eletto al papato, in seguito alla prematura scomparsa di Benedetto XV. Nel corso dei quattordici scrutini del conclave caddero via via le candidature di Merry del Val, l’antico segretario di Stato di Pio x, di Pietro La Fontane, patriarca di Venezia e di Pietro Gasparri, segretario di Stato del Papa defunto. Probabilmente troppo intransigenti i primi due e troppo “liberale” il terzo. Ratti, uomo di studio, con un profilo smarcato rispetto alle contese di inizio secolo, accontentò invece gli uni e gli altri, anche se la scelta del nome, Pio, significò probabilmente l’intenzione di porsi in continuità con Pio X, il Papa che l’aveva chiamato a Roma. Lo scenario del suo pontificato non poteva essere più fosco. Cinque dittatori (Mussolini, che salì al potere otto mesi dopo la sua elezione, Salazar in Portogallo, Hitler in Germania, Franco in Spagna, Stalin in Urss), il crollo progressivo della democrazia in Europa, la crisi finanziaria del 1929 (con pesanti ripercussioni sulle riserve vaticane) e il collasso della Germania, la persecuzione in Messico e la guerra di Spagna, le leggi razziali, la conquista italiana dell’Etiopia, la crisi del mondo coloniale e l’avanzata dei popoli nuovi, in quello che poi sarà il Terzo Mondo. Di fronte a tutto ciò Pio XI adottò una linea che la storiografia continua a discutere, valutandola alternativa alla modernità e “omologa con l’ondata conservatrice”. Dietro la sua strenua politica concordataria c’era in effetti l’intenzione di ristabilire per via legale la regalità sociale di Cristo, ripristinando dove possibile il valore civile del diritto canonico, ma c’era anche lo sforzo disperato di salvare il salvabile, di ancorare le derive totalitarie della modernità, il potere senza più limiti dei Governi e dei dittatori, a strumenti giuridici vincolanti anche la sovranità statuale, ormai debordante e incontenibile. Il modello di tale politica, come è noto, fu il concordato con l’Italia del 1929. Un suo indiscutibile successo, ammesso anche da coloro i quali, come De Gasperi e Sturzo, lo vissero, soggettivamente, come uno “schizzo di fango” che sporcava proprio il miglior cattolicesimo antifascista. E con il concordato c’era il Trattato del Laterano, che portava a conclusione la politica codicistica avviata da Pio X, restituendo alla Santa Sede non tanto la sovranità temporale quanto piuttosto la piena dignità di soggetto di diritto internazionale. L’ottantesimo anniversario dei Patti lateranensi, che cade proprio in questi giorni, ci ricorda non soltanto la fine della “Questione romana” ma anche la rinascita definitiva e con pienezza di diritto della Sede apostolica nell’arengo politico e diplomatico mondiale. Un merito che gli va riconosciuto, benché sia stato reso possibile dall’instaurazione in Italia di un regime – come disse il Papa nel discorso ai docenti e studenti dell’Università Cattolica di Milano, tenuto solo due giorni dopo la stipula dei Patti – che non aveva più “le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti (…) erano altrettanti feticci tanto più intangibili e deformi”. Prima e dopo quello con l’Italia, Pio XI concluse una decina di altri concordati (con Lettonia, Baviera, Polonia, Romania, Lituania, Baden, Austria, Germania, Iugoslavia) e altrettanti accordi di analogo valore. Il più controverso è quello con il Reich hitleriano, portato a termine il 20 luglio 1933. Chi lo giudica un cedimento dimentica che esso fornì alla Santa Sede la giustificazione giuridica e morale che rese possibile nel 1937 l’enciclica Mit Brennender Sorge, la requisitoria più spietata mai scritta contro il nazismo, accusato quasi di essere l’anticristo e di “pervertire” e “falsificare” l’ordine “creato e voluto da Dio”. Ma di quel documento merita di essere ricordata soprattutto la conclusione, stranamente trascurata nei frequenti addebiti rivolti contro il papato di quegli anni. Scrive Pio XI: “Abbiamo pesato ogni parola di questa enciclica sulla bilancia della verità e insieme dell’amore. Non volevamo con silenzio inopportuno essere colpevoli di non aver chiarita la situazione, né con rigore eccessivo di avere indurito il cuore di coloro che, essendo sottoposti alla Nostra responsabilità pastorale, non sono meno oggetto del Nostro amore, perché ora camminano sulle vie dell’errore e si sono allontanati dalla Chiesa”. La questione dei “silenzi” è già tutta compresa in queste trepidanti parole del vecchio Pontefice – sarebbe morto meno di due anni dopo – pienamente consapevole della sua responsabilità al cospetto della storia, ma anche di fronte ai tanti inermi che avrebbero potuto subire rappresaglie e violenze proprio a causa del suo intervento. Il dilemma che si pose a Pio XI e al suo successore – salvare la propria coscienza o salvare delle vite umane – non sottrae i due Pontefici al giudizio della storia, ma merita loro il rispetto e la considerazione di tutte le persone pensose, di quanti guardano agli eventi del passato sine ira et sine studio. L’anno seguente sarebbe cominciata la tragedia dell’ebraismo e sarebbero state varate le leggi razziali in Italia. L’esemplare condotta della Santa Sede in quel frangente è stata ampiamente illustrata da questo giornale nelle scorse settimane, soprattutto con i lunghi interventi di Sergio Pagano (20 dicembre 2008) e di Paolo Vian (24 dicembre). Non è dunque necessario tornarvi sopra. Tra nazifascismo e comunismo non c’è alcun dubbio che tanto Pio XI quanto il suo successore valutarono più pericoloso il secondo. Non a caso, infatti, solo cinque giorni dopo il documento contro il nazismo Pio XI – che del bolscevismo conservava un amaro ricordo per averlo visto all’opera nel 1920 contro i polacchi – promulgò l’enciclica Divini Redemptoris, dedicata al “comunismo ateo”. “Per la prima volta nella storia – leggiamo in uno dei passaggi più forti di questo testo – stiamo assistendo a una lotta, freddamente voluta e accuratamente preparata, dell’uomo contro tutto ciò che è divino”. L’ostpolitik vaticana inizierà una trentina d’anni più tardi, dopo la lunga e dolorosa esperienza di quella che nel linguaggio della guerra fredda si chiamerà la “Chiesa del silenzio”. Se la situazione religiosa era drammatica in Europa non era più rosea nelle Americhe, dove la guerra civile e la lotta al cattolicesimo nel Messico provocarono decine di migliaia di morti e ferite probabilmente non ancora sanate, di cui si fece interprete Graham Greene in un celebre romanzo apparso nel 1940, Il potere e la gloria. Le quattro encicliche che Pio XI dedicò alle vicende messicane testimoniano l’angoscia e le difficoltà con cui da Roma si cercava di interpretare e orientare i tragici eventi che insanguinavano quel Paese. Per comprendere il pontificato di Pio XI, i suoi irrigidimenti e le sue scelte di serrare le fila, bisogna tener presente questo fosco orizzonte, che volgeva tragicamente verso la guerra e che era stato preannunciato al Pontefice fin dal 1922 in una lucida Relazione su vari Stati predisposta dalla Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari. Né va dimenticato che a consigliarne scelte e decisioni furono due segretari di Stato dalla fortissima e sperimentata personalità: Pietro Gasparri fino al 1930 e Eugenio Pacelli nei nove anni seguenti. Va infine tenuto presente che l’internazionalizzazione della Chiesa di Roma fece proprio negli anni fra le due guerre passi avanti fondamentali, segnati da scelte che si riveleranno decisive: il trasferimento a Roma dell’Opera per la Propagazione della Fede; l’invio in Cina di Celso Costantini come delegato apostolico, con l’incarico di far nascere la Chiesa cinese sulle macerie del colonialismo europeo, che tanto aveva condizionato i vecchi metodi missionari, fermamente archiviati da Benedetto XV con l’enciclica Maximum Illud del 1919; la promulgazione dell’enciclica Rerum Ecclesiae, nel 1926, volta a promuovere clero ed episcopato indigeni, i cui frutti saranno la creazione dei primi sei vescovi cinesi; l’attenzione alla Russia e all’oriente cristiano, sia pure in un un’ottica “unionista”, di cui sarà prova la creazione a Roma di un collegio russo, il “Russicum”, affidato ai gesuiti. Pio XI morì nel febbraio del 1939, senza poter pronunciare il forte discorso che aveva già preparato per il decennale dei Patti lateranensi, né promulgare l’enciclica che aveva commissionato al gesuita americano John LaFarge. Grazie all’apertura degli archivi vaticani, il suo lungo pontificato comincia solo ora a entrare nell’ottica della storiografia. Il convegno internazionale programmato a Roma dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche per il 26, 27 e 28 febbraio sarà solo il primo appuntamento in questa direzione.

(©L’Osservatore Romano – 9-10 febbraio 2009)

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