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Intervento della Santa Sede alle Nazioni Unite

7 febbraio 2009

Pubblichiamo una nostra traduzione dell’intervento pronunciato il 5 febbraio a New York dall’arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, in occasione della 47ª sessione della Commissione per lo Sviluppo Sociale del Consiglio economico e sociale dell’Onu dedicata all’integrazione sociale.

Presidente,
Innanzitutto la mia delegazione desidera ringraziare il Segretario Generale per il suo rapporto sulla Promozione dell’integrazione sociale in quanto fissa chiaramente il significato e lo scopo del tema all’ordine del giorno. Mentre in una società socialmente integrata esiste un senso di appartenenza, “in una società socialmente coesa c’è anche un chiaro consenso su ciò che crea un patto sociale con diritti e doveri riconosciuti da tutti i cittadini”.
La coesione sociale, quale espressione di giustizia sociale è, innanzitutto, una condizione che deve essere garantita a tutte le persone a motivo della loro altissima dignità. Inoltre è anche una condizione indispensabile per affrontare le crisi globali dell’umanità di oggi.
Nella sua analisi dettagliata delle prospettive regionali, il rapporto del Segretario Generale afferma che l’assenza di integrazione sociale, che sfocia nell’emarginazione sociale, è diffusa sia nelle regioni in via di sviluppo sia in quelle sviluppate, e ha cause comuni, ovvero la povertà, l’ineguaglianza e la discriminazione a tutti i livelli.
La mia delegazione è particolarmente lieta di osservare che le strategie raccomandate per promuovere l’integrazione sociale nelle attuali circostanze derivano dalle linee d’azione proposte dal Vertice mondiale per lo sviluppo sociale del 1995, allo scopo di promuovere e attuare politiche di inclusione sociale. A caratterizzare tali proposte è la convinzione che la logica della solidarietà e della sussidiarietà sia la più adatta e utile a superare la povertà e a garantire la partecipazione di ogni persona e di ogni gruppo sociale agli ambienti culturale, civile, economico e sociale.
In questo ultimo decennio, un ampio consenso sull’impegno a promuovere lo sviluppo si è espresso nella lotta alla povertà e nella promozione dell’inclusione e della partecipazione di tutte le persone e di tutti i gruppi sociali. Questo consenso è anche formalizzato nella Dichiarazione del Millennio dell’anno 2000. Gli obiettivi di sviluppo ivi consacrati sono definiti in riferimento a precisi indicatori e fini. Il monitoraggio costante dei risultati ottenuti è importante per rendere più umane le condizioni di vita di tutti. Inoltre, la preoccupazione di ottenere risultati quantitativi o misurabili non deve distrarre la nostra attenzione e le nostre politiche dall’ottenimento di uno sviluppo integrale.
Monitorando gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio si scopre che è relativamente facile raggiungere i fini perseguiti attraverso misure di natura tecnica che richiedono, soprattutto, risorse materiali e organizzazione. Tuttavia, il perseguimento degli obiettivi e, in definitiva, dello sviluppo e della coesione sociale non richiede solo aiuto finanziario, ma anche l’effettivo coinvolgimento delle persone.
Il fine ultimo e il contenuto dei programmi di sviluppo deve essere quello di offrire alle persone la possibilità concreta di plasmare la propria vita ed essere protagoniste dello sviluppo. Ciò che sembra mancare nella lotta contro la povertà, l’ineguaglianza e la discriminazione, non è tanto l’assistenza finanziaria oppure la cooperazione economica e giuridica, per quanto essenziali, quanto reti relazionali e persone in grado di condividere la vita con quanti si trovano in situazioni di povertà e di esclusione, individui capaci di presenza e azione, la cui attività venga riconosciuta da istituzioni locali, nazionali e mondiali.
Lo esprime, in modo simile, Papa Benedetto XVI, che, in occasione della Giornata mondiale della pace, ha affermato:  “I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionali vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha invece bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano”.
Le necessità delle famiglie, delle donne, dei giovani, degli analfabeti e dei disoccupati, degli indigeni, degli anziani, dei migranti e di tutti gli altri gruppi che sono più vulnerabili alla emarginazione sociale vanno affrontate grazie ad adatte strutture legali, sociali e istituzionali. Tuttavia, vivendo insieme a quanti sono stati esclusi dalla società e condividendo le loro esperienze possiamo trovare modi per integrarli più pienamente nella comunità, e cosa ancora più importante, affermare la loro dignità e il loro valore affinché possano veramente divenire protagonisti del proprio sviluppo.
La Santa Sede e le varie istituzioni della Chiesa restano impegnate ad assolvere questo compito. Attraverso programmi, agenzie e organizzazioni in ogni continente, quanti sono stati dimenticati da molti nella società vengono individuati e reinseriti nel flusso sociale. Con questo sforzo comune le lezioni apprese da quanti sono emarginati convalidano la verità per cui lo sradicamento della povertà, la piena occupazione e l’integrazione sociale si raggiungeranno quando alla chiarezza dello scopo si affiancherà un impegno dello spirito.
Grazie, Presidente.

(©L’Osservatore Romano – 8 febbraio 2009)

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