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A ottant’anni dai Patti Lateranensi

6 febbraio 2009

di Ernesto Galli della Loggia

“Non vi è mai stata, non vi è, e presumibilmente non vi sarà mai, la possibilità di separazione assoluta tra i due poteri in un Paese dell’Occidente europeo e in Italia in modo speciale. Non vi è mai stata e non vi sarà mai perché l’europeo non è divisibile. La Chiesa si può combattere; la Chiesa si può perseguitare; con la Chiesa si può patteggiare; ma la Chiesa non si può ignorare; è questo un dato di fatto che 19 secoli di storia confermano”.
Queste parole, pronunciate alla Costituente in occasione della discussione sui Patti Lateranensi da un illustre parlamentare cattolico, Stefano Jacini – antico esponente del modernismo, deputato popolare dichiarato decaduto per antifascismo, infine membro del Cln dell’Alta Italia – possono riassumere abbastanza bene il senso con cui oggi guardare a quel Trattato di cui sta per ricorrere l’ottantesimo anniversario il prossimo 11 febbraio.
Solo la dittatura mussoliniana era in grado di concedere alla Santa Sede ciò che a qualunque altro governo inserito nella tradizione liberale italiana sarebbe stato invece assai difficile concedere. Vale a dire, oltre al Trattato del Laterano vero e proprio – con la soluzione (già peraltro messa a punto in molte trattative precedenti) della questione della sovranità territoriale grazie all'”invenzione” dello Stato della Città del Vaticano – anche la garanzia politica aggiuntiva, il “necessario complemento” di un Concordato, come si legge nella premessa di questo. Un Concordato che, benché sempre modificabile con il consenso delle parti (infatti è stato poi modificato nel 1984), almeno nella sua primitiva versione del 1929 era oltremodo comprensivo delle ragioni della Chiesa cattolica, a scapito vuoi dell’autorità dello Stato vuoi dell’eguaglianza dei cittadini. Proprio l’accettazione di un Concordato siffatto era tuttavia la prova, agli occhi della Santa Sede che l’Italia ufficiale aveva rotto inequivocabilmente con il passato e che, come ebbe a dire Pio xi con mal riposta enfasi polemica, essa era ormai intenzionata a “regolare debitamente le (sue) condizioni religiose per sì lunga stagione manomesse, sovvertite, devastate in una successione di Governi settari od ubbidienti e ligi ai nemici della Chiesa, anche quando forse nemici essi medesimi non erano”.
In realtà, a partire dal 1929, Trattato e Concordato hanno cominciato a vivere una vita largamente autonoma, dal momento che la costituzione della Città del Vaticano si è dimostrata una soluzione di per sé felice e vitale, dotata di una forza e validità sue proprie. Si può anzi dire, a ben pensarci, che quella soluzione ha rappresentato una grande vittoria postuma del Risorgimento, dimostrando nel modo più chiaro che la fine del potere temporale dei Papi, lungi dall’impedire alla Chiesa di svolgere il suo magistero universale, è stata la premessa, viceversa, per un esercizio di tale missione ancora più vigoroso, vasto ed influente.
Tutto ciò, come dicevo, indipendentemente poi dall’esistenza tra la Chiesa e lo Stato italiano di un Concordato. Ormai, tra l’altro, la ragione d’essere di questo non può più essere fatta risalire all’antico contenzioso tra l’Italia laica e l’Italia clericale degli anni del Risorgimento né può più consistere in qualche sogno di “restaurazione cristiana della società” come quello che pure sognava “La Civiltà Cattolica” all’indomani dell’11 febbraio. Esso risponde palesemente ad altri motivi, ad altri sentimenti pubblici. Primo fra tutti al superamento del liberalismo ottocentesco per quanto riguarda il riconoscimento del carattere istituzionale della Chiesa. Finite le antiche dispute, e ammaestrato dalle sanguinose pretese totalitarie del Novecento, oggi lo Stato democratico-costituzionale può tranquillamente ammettere anche al proprio interno l’esistenza di altri ordinamenti originari con cui stabilire accordi e intese. E può farlo senza che debba necessariamente scapitarne in alcun modo né il confronto e magari anche lo scontro tra le idee, né l’irrinunciabile libertà per chiunque di credere o non credere. Ma ancor prima di ciò vi è un debito che ogni Paese ha con la propria storia. Quella italiana appare troppo inestricabilmente intrecciata alla vicenda del Cristianesimo e della Chiesa romana perché sia realmente plausibile immaginare un reciproco disinteresse, una reale indifferenza dell’una rispetto all’altra all’insegna dell’unilateralità. Alla fine, nella sua essenza e al di là dì ogni possibile, anche necessaria, disputa sui suoi contenuti, il Concordato non è che la presa d’atto di questo dato.

(©L’Osservatore Romano – 7 febbraio 209)

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