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Decremento della natalità in Giappone, Europa e Russia

4 febbraio 2009

di Danilo Quinto

Nel messaggio per la Giornata per la Pace, Benedetto XVI ha affermato, fra l’altro:  “I Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena internazionale come nuove potenze economiche hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all’elevato numero dei loro abitanti”.
Non vi è dubbio che aborto e politiche demografiche selettive hanno inciso sullo sviluppo di interi popoli. In nome della “salute riproduttiva”, tutta la burocrazia delle Nazioni Unite si è mobilitata, negli ultimi decenni, per spiegare al mondo che si era sull’orlo del collasso demografico, che lo sviluppo era messo in discussione, che le risorse, non sarebbero bastate per tutti gli abitanti della terra. Nel 2002, le Nazioni Unite convocarono una riunione di esperti sul tema demografico, che portò a queste conclusioni:  “La fecondità futura dei Paesi in via di sviluppo cadrà al di sotto della media di due figli per famiglia”.
Per il 2050, l’80 per cento della popolazione mondiale non avrà abbastanza figli per il ricambio generazionale, il che condurrà a un rapido declino demografico. Così, il “New York Times” annunciò con stupore che gli esperti erano convinti che ci saranno 600 milioni di persone in meno del previsto in India nel 2100 e così via per il mondo. Lo studio Onu (“Il futuro della fertilità nei Paesi a fertilità intermedia”) era stato preceduto da analoghe previsioni. In un saggio su “Nature” dei ricercatori Wolfgang Lutz, Warren Sanderson e Serghei Scherbov si parlava di un picco di 9 miliardi di abitanti nel 2070 destinati, con una probabilità dell’80 per cento, a scendere a 8,4 miliardi per il 2100. Anche i francesi dell'”Institut nationale des études démographiques” tendevano a spostare le previsioni “verso le ipotesi basse:  cioè tra 7,3 a 8,9 miliardi entro il 2050”.
Per la prima volta, nel 2002, uno studio dell’Onu previde l’ipotesi “media”, una diminuzione, non solo un aumento sotto controllo. Le proiezioni “medie” si erano fondate sull’ipotesi che tutti i Paesi puntassero tendenzialmente all’equilibrio, cioè a un tasso di fertilità di 2,1 bambini per ogni donna. È, questo, il tasso di pura “sostituzione”. In Europa questo tasso è crollato per quasi 45 anni consecutivi:  dal 2,66 degli anni ’50 all’attuale 1,34; in Giappone dal 2.75 all’1,33. La Russia, oggi la “peggiore”, ha un tasso di natalità di 1,14, su cui pesa anche l’aumento di mortalità di vecchi e bambini. Gli Stati Uniti rappresentano un’eccezione, mantenendo anche negli anni ’90, un tasso del 2,00. Ma la novità, che scombussola le precedenti valutazioni, è che sta scendendo, più rapidamente di quanto chiunque se l’aspettasse, anche il tasso di fertilità “intermedio”, nei Paesi in cui si collocava tra il 2,1 e il 5.
Con l’eccezione fatta per alcuni Paesi sub-sahariani, dove la fertilità è alta, ma dove la diffusione dell’Aids sta falcidiando le popolazioni, il mondo è già al di sotto di due figli per donna o lo sarà in breve tempo. Il tasso mondiale di fecondità si trova ora all’incirca a 2,7 figli per donna.
In Europa, solo l’immigrazione ha posticipato il crollo demografico. Gli anziani europei di 65 anni superano di più di 6 milioni i giovani minori di 14 anni. L’immigrazione ha rappresentato l’84 per cento della crescita di popolazione dell’Unione Europea nel periodo 2000-2007. La crescita naturale (circa 310.000 persone all’anno), è molto inferiore a quella degli Usa, dove la crescita della popolazione è di 12 volte superiore a quella europea. A partire dal 2025, l’Europa comincerà lentamente a spopolarsi, mentre gli Stati Uniti continueranno a crescere e, ai ritmi attuali, nel 2060 Stati Uniti ed Europa avranno la stessa popolazione (circa 454 milioni di abitanti).
Mentre nel 1980, c’erano oltre 36 milioni di bambini in più rispetto alle persone anziane, nel 2004 gli anziani superavano i giovani di meno di 14 anni, con una perdita di giovani di 23 milioni in 25 anni, che rappresenta una riduzione del 21 per cento.
L’incremento di più di 18 milioni delle persone anziane, in 25 anni, è del 29 per cento. Spagna, Portogallo e Italia sono i Paesi che hanno perso il maggior numero di giovani dal 1980 al 2005. Italia, Germania e Grecia sono i Paesi con la maggiore popolazione anziana. In Europa, nascono sempre meno bambini. In due case europee su tre non c’è un bambino. Nel 2006 sono state registrate appena 5,1 milioni di nascite. Il livello di rimpiazzo generazionale, fissato a una percentuale del 2,1 figli/donna, è assai lontano:  nel 2005 è stato dell’1,38 nella Ue a 27. Francia (1,94) e Irlanda (1,88) sono i due Paesi con il migliore indice di natalità. Grecia (con l’1,28), Spagna (1,34), Italia (1,34) sono i Paesi con indici di natalità definiti critici.
François Dumont, docente a La Sorbonne, ha parlato di “inverno demografico”, intendendo quella situazione che non permette la sostituzione delle generazioni. Nei Paesi maggiormente a rischio, Italia e Spagna, cento donne di oggi, saranno sostituite domani solo da settanta donne, con un calo della natalità del 30 per cento. Calo demografico e invecchiamento della popolazione hanno anche conseguenze di carattere economico, perché la ricchezza di un Paese dipende anche dal suo numero di abitanti. La causa primaria del declino demografico è la profonda trasformazione subita dalla famiglia a partire dalla fine degli anni Sessanta:  “Una trasformazione – afferma Dumont – che ha investito la donna e la durata dell’unione, la dimensione e la composizione dei nuclei, il ruolo dei genitori e il legame tra le generazioni. La tradizionale struttura fatta da un padre che lavora e provvede ai bisogni economici, una madre educatrice e una prole numerosa, è quasi del tutto scomparsa in Europa, per fare posto a forme che hanno origine nell’Europa del Nord, basate sul “rispetto” per le scelte individuali dell’altro, sull’uguaglianza dei ruoli tra uomo e donna, sul sentimento come base della formazione delle coppie e del rapporto tra genitori e figli; è una trasformazione sostenuta e accompagnata dalla rivoluzione femminista”.
Sono le stesse istituzioni europee a non fare nulla per contrastare la crisi della natalità e il conseguente invecchiamento della popolazione. Di più. Sono loro a promuovere e favorire l’aborto, che è considerato un “diritto europeo”. Richiamandosi ai cosiddetti diritti riproduttivi, il Parlamento europeo più volte ha approvato documenti che hanno concorso a formare e radicare nell’opinione pubblica europea un’idea di vita problematica sul piano dell’etica. Si pensi, ad esempio, alla risoluzione che il Parlamento europeo approva nel 2002, nella quale si “raccomanda, per proteggere la salute e i diritti riproduttivi delle donne, che l’aborto sia legalizzato, e sia accessibile a tutti”. La stessa risoluzione presentava la pillola del “giorno dopo” come pillola “non abortiva” e promuoveva la contraccezione cosiddetta “di emergenza” come una “pratica normalizzata nel dominio della salute sessuale e riproduttiva”.
Si pensi all’ultima delle risoluzioni, la numero 1607, approvata il 16 aprile 2008 dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che invita i 47 Stati membri a orientare, laddove necessario, la propria legislazione in maniera da garantire effettivamente alle donne “il diritto di accesso all’aborto sicuro e legale”. Il documento, che sancisce il diritto all’aborto in nome “dell’esclusiva libera scelta delle donne”, si pronuncia per “garantire l’esercizio effettivo del diritto ad abortire” e per “superare le restrizioni di fatto o di diritto all’accesso a un aborto senza rischi”.
Nel giugno 1984, Giovanni Paolo II rivolse un messaggio a Rafael Salas, allora segretario generale della Conferenza internazionale sulla popolazione e direttore esecutivo del Fondo delle Nazioni Unite per le attività concernenti la popolazione. Il Papa usò parole profetiche:  “(…) è da esecrare come gravemente ingiusto il fatto che nelle relazioni internazionali l’aiuto economico concesso per la promozione dei popoli venga condizionato a programmi di contraccezione, sterilizzazione e aborto procurato”.
Da allora a oggi, l’andamento delle cose del mondo ha seguito un crinale ancora più insidioso e difficile. È in gioco l’uomo come l’abbiamo conosciuto fino a qui, l’uomo con la sua antropologia millenaria, la sua imperfezione e la sua preziosa unicità. La deriva relativista ha prodotto tutti i suoi effetti negativi e ha inciso profondamente – anche con le politiche antinataliste condotte dalle organizzazioni internazionali – sullo sviluppo dell’umanità.

(©L’Osservatore Romano – 4 febbraio 2009)

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One Comment leave one →
  1. Andrea permalink
    19 maggio 2012 5:10 pm

    La fine del modello economico attuale. Con l’aumento dell’efficacia delle macchine, la crescita dei paesi emergenti, la voglia di lavorare di meno ottenendo di più e le troppe attività che portano via tempo a tutti, il mondo occidentale è destinato ad un nuovo medioevo.

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