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A 1200 anni dalla traslazione delle reliquie di san Trifone da Costantinopoli a Kotor in Montenegro

4 febbraio 2009

di Antun Sbutega

Nel gennaio dell’anno 809 una nave veneziana, salpata da Costantinopoli e diretta a Venezia, navigava lungo la costa orientale dell’Adriatico. Il suo carico più prezioso erano le reliquie del santo martire Trifone. Un tale carico non era insolito, i mercanti di Venezia trasportavano spesso reliquie di santi da Oriente verso Occidente.
Trifone era nato nel 232 nella città di Kampsada (Turchia) da genitori cristiani. Subì il martirio durante le persecuzioni di Decio quando, dopo aver rifiutato di abiurare la fede cristiana, fu torturato e decapitato il 2 febbraio 251. Sin dal medioevo la sua memoria liturgica fu posticipata al 3 febbraio, a causa della festività della Presentazione di Gesù al Tempio. Le prime chiese dedicate a san Trifone, a Costantinopoli, risalgono al vi secolo.
Le reliquie del santo non giunsero mai a destinazione; una forte tempesta costrinse la nave a cercare rifugio nel golfo delle Bocche di Cattaro (Montenegro), approdando nel porto della città di Kotor (Cattaro) fondata dai romani nel i secolo dell’era cristiana. Quattro secoli dopo fu fondata la diocesi. Il primo vescovo di cui si hanno notizie, Paulus, partecipò al concilio di Calcedonia nel 451. Anche durante il periodo bizantino la diocesi rimase sotto la giurisdizione ecclesiastica di Roma.
La leggenda narra che fu lo stesso santo a causare la tempesta perché aveva scelto proprio quella città come dimora delle proprie reliquie. Quando il 13 gennaio la nave giunse a Kotor il nobile e devoto Andrea Saracenis comprò le preziose reliquie e costruì una chiesa dedicata a san Trifone, menzionata da Costantino vii Porfirogenito nel De administrando imperio. Ad Andrea Saracenis si deve anche la prima opera letteraria del Montenegro nella quale è, tra l’altro, descritta la traslazione del corpo del santo.
Secondo la tradizione proprio nell’809 fu fondata anche la confraternita dei marinai, la più antica del mondo ancora esistente. Questa aveva oltre a un significato religioso e sociale, anche il compito di armare le galere e di difendere il golfo. Ancora oggi i suoi membri indossano antichi costumi e armi tradizionali e in occasione della festa di san Trifone eseguono una danza medievale ricca di simboli religiosi.
Poiché la città prosperava nel benessere, derivante soprattutto dal commercio marittimo, e poiché la devozione verso san Trifone si rafforzava sempre di più, i cittadini decisero di edificare una grande cattedrale dedicata al santo, proclamato patrono della città e della diocesi.
La chiesa, in stile romanico a tre navate, fu consacrata nel 1166 e fu ristrutturata più volte, dopo essere stata danneggiata da vari terremoti. L’ultimo restauro, seguito al sisma del 1979, risale al 1987-2001. Nonostante i numerosi interventi l’interno della cattedrale ha conservato la sua originaria struttura. Il ciborio sopra l’altare maggiore fu costruito in stile romanico-gotico e l’altare è decorato con una pala d’oro, opera degli orafi di Kotor nel xv secolo. Nel reliquiario e nel tesoro si conservano numerose opere d’arte e reliquie, oltre a quelle di san Trifone.
La cattedrale, proclamata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, sin dalla sua costruzione ha rappresentato il centro spirituale e culturale della città e ha vissuto molti avvenimenti drammatici nel corso dei secoli trovandosi in una regione esposta, oltre alle scosse sismiche, anche alle turbolenze storiche.
Il culto di san Trifone, comune agli ortodossi e ai cattolici, anche in Occidente. A Roma nel x e xii secolo furono costruite due chiese dedicate al santo il cui culto è invece oggi particolarmente radicato ad Adelphia (Puglia). A Venezia troviamo la chiesa rinascimentale e la Scuola dei Santi Giorgio e Trifone, famosa per le opere di Vittore Carpaccio, che tra l’altro raffigurò il miracolo del santo che liberò dal demonio la figlia dell’imperatore Gordiano.
Il santo martire è stato l’ispirazione per il clero e i fedeli della diocesi, soprattutto per quelli che hanno raggiunto l’onore degli altari, tanto che le bocche sono chiamate Golfo dei Santi. Poiché Kotor si trova da secoli sulla frontiera tra l’Oriente e l’Occidente, il suo patrono è diventato il simbolo della convivenza e del dialogo tra le confessioni, le culture e i popoli, proprio come oggi è il Montenegro, dove questa convivenza pacifica è la base della stabilità e dello sviluppo dello Stato.
Il 1200° anniversario della traslazione del corpo del santo è anche un’occasione per rafforzare i millenari legami tra il Montenegro e la Santa Sede; il primo re montenegrino, Mihailo, ricevette la corona da Gregorio vii nel 1077 e il principato del Montenegro fu il primo Stato balcanico a stipulare un concordato con la Sede Apostolica nel 1886.

(©L’Osservatore Romano – 4 febbraio 2009)

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