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Il digiuno nel mondo contemporaneo

3 febbraio 2009

Intervento del Cardinale Paul Josef Cordes (Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”) durante la presentazione del messaggio per la quaresima 2009

Ogni anno la parola del Papa ricorda il nostro impegno ad aprire il cuore e la mano a chi è nel bisogno. In questa Quaresima il Papa attira la nostra attenzione sul digiuno, che definisce come “il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento”. Mrs. Josette Sheeran, direttore esecutivo del World Food Programme, con fatti concreti ci ha descritto la povertà, ma anche le possibilità per combatterla. La ringrazio per le sue parole di incoraggiamento e di richiamo. Per non degradarsi a ideologia o a puro esercizio mentale, l’aiuto ha sempre bisogno di concretezza, di affrontare direttamente le situazioni di miseria.

Non dico una novità: carestie e penuria di mezzi sono ancora molto diffusi nel mondo. Dieci giorni fa ero nelle Filippine, a Manila, in un quartiere povero dal nome “Laperal Compound”, accompagnato dal Direttore della Caritas locale. È molto diverso ammirare le immagini di posti da sogno in materiale pubblicitario, oppure, su passaggi stretti coperti da fango – quasi fogne a cielo aperto – stringere le mani di bambini, donne e uomini, entrare nelle loro baracche, incoraggiarli e benedire chi lo chiedeva. Poco dopo la visita, ho avuto occasione di interloquire sul mio incontro con la Presidente della Repubblica, la signora Gloria Macapagal Arroyo. Mi sono sentito in dovere di ricordare a lei, e poi ai Vescovi filippini – e lo voglio ricordare a chi è presente qui oggi, così come a me stesso: non possiamo semplicemente arrenderci alla miseria degli uomini; per quanto possiamo dobbiamo apporvi rimedio.

L’intervento della Signora Sheeran e il mio breve richiamo alle Filippine ci hanno “messo con i piedi per terra”. Questa prospettiva di realismo mi consente d’altra parte la possibilità di leggere adesso il nostro documento pontificio nell’orizzonte più grande della fede e del suo rapporto con lo stile di vita di oggi. Restando sensibili alla grande indigenza di tanti nostri contemporanei, possiamo evitare di diventare degli ideologi se evitiamo di limitare l’appello del Papa solo alle necessità che saltano agli occhi.

“Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura” (Ef 5,29). L’apostolo delle genti, san Paolo, scrive questa osservazione nella sua lettera alla comunità di Efeso. La sua affermazione è palese. Forse riprende nella sua argomentazione un modo di dire consueto nell’antichità. Quasi in contemporanea con lui il poeta romano Decio Giunio Giovenale (†140 d.C.) forgiava la frase nota a tutti gli sportivi: “Mens sana in corpore sano – una mente sana in un corpo sano”. Trattare bene il proprio corpo, curarlo con sollecitudine, non è malvisto da alcuno, ma a tutti ci appare come una cosa sensata, anzi lodevole. Senza alcuna esitazione?

Ai nostri giorni questo desiderio umano ha raggiunto dimensioni gigantesche. Fanno rizzare gli orecchi i dati statistici sul mercato del “wellness”. I moderni templi della cura del corpo negli ultimi anni hanno sperimentato una diffusione che toglie il fiato. Nel 2006 circa 8 milioni di italiani facevano uso di questi centri. 15 miliardi di euro erano i costi di questi training (Sole 24 Ore del 20.11.2007). Mentre in Germania nel 1980 erano circa 100.000 i frequentatori di centri fitness, oggi sono 13,5 milioni, dunque il 16,5% della popolazione. In Olanda li utilizzano il 16,4% degli abitanti (IST – Studien zum Fitness-Markt).

Il nostro Messaggio Quaresimale si trova senza dubbio in una certa contraddizione con il trend sociale fin qui descritto; infatti le parole del Papa sulla rinuncia ad un primo sguardo non favoriscono le inclinazioni profonde dell’uomo. Tuttavia mirano al suo bene. Paradossalmente la cura illimitata del corpo in un certo momento può degenerare in suo indebolimento e provocarci danno. È possibile che le esigenze del corpo siano aumentate e incrementate. Il corpo insiste sempre più sui suoi diritti. Ma il suo desiderio di benessere e piacere forse riduce la libertà e non potrà poi più essere gestito dalla volontà dell’uomo. Il corpo diventa un tiranno. In Germania attualmente le case farmaceutiche vendono 19 milioni di pacchetti di mezzi dimagranti. Cifre eloquenti. E più che gli obesi ci interrogano i drogati. In essi si può riconoscere facilmente che non è più la ragione a scegliere, ma gli impulsi della carne.

Nel corso dei secoli le religioni hanno considerato e raccolto le esperienze dell’uomo con il suo corpo – favorire la cura del corpo, sì, ma anche opporsi alla sua idolatria. Per esempio il buddismo. Suo scopo è il superamento di ogni sofferenza. Poiché il corpo per la sua avidità di cose materiali diventa spesso origine di sofferenza, il Buddha insegna come l’uomo si deve sciogliere dai legami terreni e come può vivere questa separazione. Deve disabituarsi alla sua “sete” di cose create, abbandonare la brama e le inquietudini che ne derivano, ucciderla dentro se stesso. Così giunge al “nirvana”, al pieno estinguersi di ogni desiderio.

Più conosciuta del percorso del buddismo verso la liberazione dalla sofferenza è la prassi di digiuno dell’islam. Per questa religione, il digiuno è la quarta colonna che la sostiene. Il mese di digiuno, il ramadan, è obbligatorio per tutti i musulmani – rinuncia ad ogni assunzione di cibo dal sorgere del sole fino al tramonto del suo ultimo raggio. Ma il crudo fatto del digiuno da solo non basta. Si deve invece verbalizzare che ha un suo senso religioso. Esso è reso più vivo dalla lettura del Corano e dai tempi di preghiera. Oltre alla serietà con cui viene realizzato, anche il significato del digiuno può essere esemplare per noi cristiani.

Noi cristiani possiamo dunque imparare da queste religioni che il digiuno vuole imprimere un taglio netto alla nostra vita. Per loro non vuol essere semplicemente un tema di discussione per un talk televisivo. Anzi, e ancora più sconcertante per la società di oggi: il digiuno per le religioni che ho menzionate trascende la dimensione terrena e persegue un obiettivo al di là di questo mondo: l’ingresso nel nirvana o l’obbedienza verso Allah, Signore del cielo e della terra.

Tuttavia il digiuno di queste religioni non può essere semplicemente identificato con quello cristiano. Esiste invece una differenza fondamentale tra il rifiuto del mondo da parte del Buddha o le leggi del ramadan islamico da una parte, e la Quaresima cristiana dall’altra. Il Buddha vuole liberare dal peso che la terra rappresenta; sopprimere lo stato di caduco attaccamento dell’uomo ad essa. Dietro si nasconde una visione del mondo gnostica, come se fosse buona solo la realtà spirituale, mentre quella corporale sarebbe necessariamente cattiva.

Per l’islam esiste un’altra ragione per dimenticare ciò che è terreno. Dio ha il suo trono in una distanza infinita. Non si fa trovare nel mondo. Comunica con la creazione e con l’uomo solo mediante la sua legge, la sharia. Tanto meno Dio entra nel mondo, né si mescola con esso. Sarebbe un’eresia scandalosa affermare che Allah avrebbe come figlio un membro del genere umano. Allah nel Corano ha 99 nomi, ma mai è chiamato “padre”.

La motivazione che induce le due religioni al digiuno è la lotta contro il potere della materia sull’uomo. È influenzata dal pensiero dualistico. Il digiuno ha dunque una colorazione negativa; si tratta di liberarci dal peso che le cose create caricano su di noi. Ciò rischia però di isolare l’uomo, e dunque di chiuderlo e di ripiegarlo su se stesso. Per il cristiano invece il desiderio mistico non è mai la discesa nel proprio sé, ma la discesa nella profondità della fede, dove incontra Dio.

Oggi non sperimentiamo solo una proliferazione delle istituzioni del fitness, ma ci troviamo anche nel mezzo di un supermercato di tutte le possibili religioni. Si tratta dunque sì di imparare dalle altre religioni, ma anche di non cancellare i contorni della propria fede, di non scegliere sostituti o surrogati, ma di restare fedeli all’eredità ricevuta e di conoscerla sempre meglio. La rivelazione divina dice qualcosa di nuovo in ogni epoca storica; è inesauribile.

Non voglio ora presentarvi il contenuto del Messaggio papale: non voglio ripetere i dettagli, buoni ed utili, del digiuno, a cui Benedetto XVI fa riferimento: che mediante il nostro rinnovato rivolgerci a Dio possiamo trovare benevolo ascolto per le nostre preghiere; che con il nostro digiuno possiamo rendere possibile l’aiuto al misero; che dovremmo avere il coraggio dell’autocritica alla luce di Dio, per poi implorare il perdono dei peccati nel sacramento della penitenza. Non voglio spiegare tutto questo un’altra volta.

Infatti tutti gli elementi menzionati sono solo mezzi. Servono ad un unico scopo. Papa Benedetto lo formula con le parole del suo Predecessore. La Quaresima offre al cristiano un percorso spirituale e pratico per esercitare senza tagli e riserve l’offerta di noi stessi a Dio (cfr. Veritatis splendor, 21). Questa è l’intenzione delle norme e delle pratiche quaresimali. Nel “fare di sé dono totale a Dio” (Messaggio Quaresimale 2009) risiede la differenza fondamentale con gli obiettivi del digiuno nelle religioni che sopra ho citato; il punto saliente della singolare visione cristiana.

Il digiuno durante questa Quaresima non ha una colorazione negativa: come potremmo noi disprezzare la nostra carne, se il Figlio di Dio l’ha assunta diventando davvero nostro fratello! Lo spogliarsi e il rinnegarsi sono pienamente positivi: mirano all’incontro con questo Cristo. Dunque i cristiani quando digiunano non girano attorno a se stessi. Si uniscono al loro Signore che digiuna e per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto non ha preso cibo. In Cristo cercano la comunione con il Tu divino. In Lui ricevono nuovamente in dono quell’amore che rinnova il loro essere cristiani. Ed è così che si impegnano nella lotta alla miseria e diventano messaggeri dell’amore di Dio, come lo ha descritto in maniera così avvincente il nostro Papa nella sua prima enciclica “Deus Caritas est”.

Giungo alla conclusione.

Dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale e le sollecitazioni del Concilio Vaticano II anche nella Chiesa cattolica aumentò la disponibilità ad aiutare. Diocesi benestanti si apprestarono a dare una mano alle Chiese locali povere. Soprattutto nella Quaresima i Vescovi iniziarono a chiedere sostegno finanziario e diedero avvio nelle loro comunità a collette specifiche. Nel cosiddetto Primo Mondo nacquero le famose “Azioni quaresimali”, che a livello mondiale fanno immensamente del bene e risvegliano speranza in situazioni disastrose. (In questo solco, devo anche ricordare che nei prossimi giorni, il 22 febbraio, ricorre il 25.mo anniversario della creazione della nostra Fondazione “Giovanni Paolo II per il Sahel” che finanzia progetti contro la desertificazione nel sud del Sahara).

È nella natura delle cose che primariamente, e a volte esclusivamente, si sottolinei l’aspetto materiale della miseria, descritto in modo così convincente dalla sign. Sheeran. Tuttavia sarebbe molto superficiale se il senso della preparazione alla Pasqua si limitasse all’appello per la colletta.

Perciò l’aspetto spirituale che il Messaggio Quaresimale in questo anno evidenzia, merita grande considerazione. La parola del Papa non vuole semplicemente aggiungere una ulteriore alle tante iniziative umanitarie dei nostri giorni. Vuole certamente ottenere che diamo quanto abbiamo risparmiato rinunciando a ciò che è “buono e utile”. Ma questa azione deve avere per i fedeli un significato cristiano: contenere il proprio io deve fare spazio per l’offerta di sé a Dio; poiché solo Lui è, in fin dei conti, la felicità cui aneliamo.

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