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L’opera dei frati cappuccini in Etiopia

2 febbraio 2009

di Egidio Picucci

Addis Abeba – nuovo fiore,
in aramaico, quasi fosse un villaggio delle fiabe – dovrebbe mutar
nome, tanto è cambiata in poco più di un secolo e mezzo di vita. Il
cielo è lo stesso di quando monsignor Guglielmo Massaja, ospite
riluttante dell’amico Menelik, re dello Shoa, verso il 1879 tirò su le
prime capanne attorno alle sorgenti termali di Finfinni. Cielo d’un
azzurro-oltremare, proprio delle altitudini, solcato di nubi maestose,
senza peso. Ma la terra è di uno squallore inquietante e la popolazione
tra le più povere del continente. Soprattutto nelle periferie, dove il
vento spinge i gas velenosi del traffico cittadino e dove si ammassano
quasi tutte le tribù del Paese. Gente accorsa dai villaggi perduti
sulle Ambe in cerca di una vita più umana, e che si è invece ritrovata
a condividere la terra irta di spineti nudi e torti con gli scampati
allo sfascio dell’esercito del dittatore Menghistu e con le famiglie
dei soldati morti nella guerra con l’Eritrea, territorio etiopico fino
al 1993.

Le autorità – fiere del Museo nazionale in cui si conservano i
resti di Lucy (donna vissuta almeno 3,2 milioni di anni fa che la gente
chiama dinqinesh, tu sei meravigliosa) e che la città sia stata
prima sede dell’Organizzazione per l’Unità Africana (1963), poi
dell’Unione Africana (2002) – per qualche tempo ha ignorato il fatto,
poi ha promesso una sistemazione più dignitosa. Ma il campo profughi è
rimasto per più di dieci anni chiuso in un cerchio di eucaliptus, al
riparo di un capannone senza pareti e il tetto scoperchiato dal vento.
Nessun problema per il giorno, caldo e ventilato, ma problemi a non
finire nelle fredde notti tropicali, quando il termometro, sui 2.500
metri di Addis Abeba – terza capitale più alta del mondo dopo La Paz e
Quito – scende a livelli d’una sola cifra.

La lentezza delle istituzioni (comune a tanti Paesi africani) si
è scontrata con la sollecita carità dei frati cappuccini, i quali hanno
prima fatto un censimento dei profughi (350 persone, tra cui 43 vedove
e 65 bambini da 0 a 10 anni) poi hanno deciso di costruire con la loro
collaborazione il Ye selam mender, il villaggio della pace.

Il Governo ha ceduto gratuitamente un vasto appezzamento di terra dalle parti di Bebrezeit, a condizione che vicino al mender si
costruisse anche una scuola materna e una scuola elementare. Condizione
inutile, perché i missionari nella loro opera hanno sempre privilegiato
l’attività educativa. Dato che le condizioni dei profughi non
consentivano indugi – “vivevano miseramente, difendendosi dal freddo
con sacchi di iuta, cartoni e stuoie di bambù”, ha ricordato padre
Angelo Pagano, superiore della vice provincia cappuccina d’Etiopia – è
stato necessario costruire subito un certo numero di baracche in cui
sistemarli. Nel frattempo si è messo mano al villaggio, realizzato nel
giro di quattro anni con l’aiuto di migliaia di benefattori italiani
(soprattutto lombardi) ai quali i religiosi si sono rivolti con le
parole di san Francesco quando mendicava pietre per ricostruire la
chiesetta di San Damiano:  “Chi mi darà una pietra avrà una
benedizione; chi mi darà due pietre avrà due benedizioni…”.

Nell’autunno scorso il mender è stato inaugurato e
consegnato a 48 famiglie. “Quando Dio vuole aiutare – ha detto una
donna – non viene direttamente di persona, ma si serve di strumenti
secondari. Per noi si è servito dei frati cappuccini e di tanti
benefattori che non consociamo, ma grazie ai quali, qualora dovessi
morire, morirei con il conforto di vedere i miei figli non più sotto
una tettoia aperta al vento, ma dentro una casa tutta per loro”.

Padre Angelo ha voluto che la benedizione e la consegna del
villaggio – rimane da completare l’ultimo blocco del progetto – fossero
precedute dalla celebrazione eucaristica, anche se la maggior parte
delle famiglie che ne usufruiranno sono ortodosse o protestanti. “Non è
consuetudine – ha detto – iniziare una cerimonia come questa con la
santa messa; però la realizzazione di quest’opera è dovuta all’aiuto di
Dio in cui tutti crediamo. È giusto, quindi, ringraziarlo insieme”.
Apprezzamenti benevoli sono venuti anche dalle autorità etiopiche e
dall’ambasciatore italiano in Addis Abeba, l’uno grato “per l’esempio
di collaborazione che viene dalla Chiesa cattolica”, l’altro “per
l’efficienza della collaborazione tra l’Etiopia e l’Italia”.

Il villaggio ha, per ora, 48 appartamenti, dati in affitto ad
altrettante famiglie che si sono impegnate a pagare un cifra simbolica
che servirà per le spese del villaggio; a restituire l’appartamento
qualora trovassero un’altra sistemazione; a rispettare le regole per
una convivenza pacifica, pena l’allontanamento dal villaggio stesso.

“La Chiesa cattolica – ha detto padre Angelo alle autorità –
lavora qui e altrove perché si sente universale, perché ha fatto suo il
comandamento dell’amore predicato da Cristo; perciò non bisogna aver
paura di essa. Non vuole privilegi, ma neppure che le si impedisca di
impegnarsi per lo sviluppo (è di questi giorni una legge che limita
l’attività nel Paese delle organizzazioni non governative straniere, n.d.r.) per il quale chiede la collaborazione di tutti”.

(©L’Osservatore Romano – 2-3 febbraio 2009)

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