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La testimonianza di san Paolo modello di vocazione

1 febbraio 2009

di Maria Agnes Quaglini

Lungo i secoli in ogni parte del mondo sono fiorite nella Chiesa molteplici espressioni di vita consacrata. E una moltitudine di persone generose hanno scelto di seguire Cristo, per dedicarsi a Lui e al servizio dei fratelli e delle sorelle con cuore indiviso. Come una pianta dai molti rami, la vita consacrata affonda le sue radici nel Vangelo e produce frutti copiosi in ogni stagione della Chiesa. Il nostro Dio, come Gesù sulle strade della Galilea, non cessa di passare nella vita degli uomini e delle donne, di guardarli con occhi d’amore e invitarli a intraprendere il loro pellegrinaggio alla sua sequela.
È un invito a sperimentare nella fede l’incontro con Cristo; a gustare la sua intimità; a porsi alla sua scuola per apprendere la dimensione contemplativa della vita e la mistica apostolica, per divenire strumenti significativi per altri incontri, nella specifica missione che ad ognuno viene affidata.
L’Anno paolino che stiamo vivendo quasi ci obbliga a specchiarci nell’esperienza di Paolo, il grande apostolo, la cui vita è diventata una in Cristo, fino a poter dire:  “Non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me” (Lettera ai Galati 2, 20). Ed è questo il percorso che egli indica ai suoi discepoli e collaboratori nell’apostolato. Con Timoteo e Barnaba, con Sila e molti altri, uomini e donne, tra cui Tito, Marco, Luca, Apollo, Epafra, Titico; e poi Febe, Lidia, i coniugi Priscilla e Aquila, e altri ancora di cui ritroviamo i nomi negli Atti degli Apostoli e nelle lettere paoline, san Paolo costituisce una sorta di prima comunità itinerante di consacrati come lui alla missione dell’annuncio.
Sedotto e afferrato da Cristo, Paolo vive e testimonia il suo itinerario di conformazione a Lui e il suo impegno per comunicare alle persone, che il Signore gli ha affidato, il disegno di salvezza scaturito dall’amore del Padre e realizzato in Cristo con il dono dello Spirito. Scrivendo alle sue comunità e ai suoi collaboratori, egli ricorre più volte alla similitudine del genitore, del padre e della stessa madre, per esprimere la relazione, il rapporto profondo che lo lega a loro con una paternità e maternità spirituale, come a figli “generati nel dolore finché il Cristo non sia formato in voi” (Lettera ai Galati 4, 19). Si rivolge ai destinatari del suo ministero apostolico con espressioni di profonda sollecitudine e tenerezza, e li chiama figli carissimi, sia che li elogi per la testimonianza della loro fede, sia che li richiami ad una maggiore fedeltà al Vangelo annunziato:  “Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo” (Prima Lettera ai Corinzi 4, 14-15). E invita i destinatari dei suoi scritti a ricambiare gli stessi sentimenti:  “Aprite anche voi il vostro cuore” (Seconda Lettera ai Corinzi 6, 13).
Lo stesso atteggiamento Paolo ha nei confronti dei suoi più stretti collaboratori, chiamati a loro volta bontà e misericordia. Si rivolge a Timoteo, compagno di ogni viaggio, di ogni missione, di ogni esperienza, il cui nome ricorre con maggiore frequenza nell’epistolario paolino, e al quale, caso unico nella storia dei libri del Nuovo Testamento, l’apostolo indirizza due tenerissime e importanti lettere personali rivolgendosi a lui come “a Timoteo, mio vero figlio nella fede” (Prima Lettera a Timoteo 1, 2) e “al diletto figlio Timoteo” (Seconda Lettera a Timoteo 1, 2). Il discorso sulla paternità-maternità spirituale di Paolo potrebbe allungarsi molto, e così le citazioni dalle sue lettere; perché il sentirsi padre e madre per lui non è una immagine retorica, ma una caratteristica fondamentale del suo ministero e della sua partecipazione alla paternità di Dio. Si tratta di una vera trasmissione di vita. Egli vuole il meglio per tutti i suoi figli e perciò non si limita a convincerli con le parole, ma li attira con il suo esempio, li educa alla libertà, se occorre sa correggere, ma sempre con amore e per amore, e chiede a tutti di fare altrettanto. Incoraggia, valorizza il bene che è presente anche nei discepoli imperfetti, e ha espressioni di gioia incontenibile per ogni progresso sulle vie di Dio. “Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (Prima Lettera ai Tessalonicesi 2, 11-12). E scrivendo più tardi ai cristiani di Corinto, dice con gioia:  “Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi” (Seconda Lettera ai Corinzi 7, 16).
Questi atteggiamenti di Paolo non possono non sollecitare la vita consacrata, a tutti i livelli, e sospingerci a vivere e a esprimere in maniera visibile la paternità-maternità di Dio che ci ama e vuole che il suo amore risplenda all’interno dei nostri istituti e nel mondo. Solo se Cristo vive in noi, come in Paolo, se come lui sapremo dare la vita, ogni giorno con gioia in gesti gratuiti e generosi, potremo essere in ogni contesto, compresi i nuovi areopaghi della missione, testimoni credibili dell’amore. Un amore che si espande e, anche se esigente, non rifiuta nessuno, e diviene così rivelazione efficace dell’amore del Padre.
In un tempo in cui la vita consacrata sembra vivere una situazione di transito, come in mezzo al guado, talvolta un po’ sperduta, come incapace di vedere la riva o di indovinare la direzione giusta del suo andare, è importante saper guardare avanti e ricercare nel presente i segni di novità e di continuità che contengono germi di futuro. I motivi non mancano, sia per temere come per sperare.
Ancora san Paolo ci ricorda che tutte le promesse di Dio sono già una realtà. Lui è sempre fedele alle sue promesse e per questo sale a Lui il nostro “Amen” (cfr. Seconda Lettera ai Corinzi 1, 20). Questa certezza ci impegna a non rimpiangere le sicurezze perdute, ma ad accettare con serenità i margini d’incognito e d’imprevedibilità del futuro che avanza.
C’è un altro testo di san Paolo ancora più chiaro. “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Lettera ai Romani 5, 5). La speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione. Sotto l’impulso dello Spirito di Cristo, possiamo accogliere con coraggio il presente e gli inevitabili processi di cambiamento nell’ambito comunitario e sul fronte della missione e della pastorale, accettando di uscire se occorre dai nostri accampamenti per vivere una solidarietà profonda con l’umanità spesso priva delle sue radici in Dio. E inventare nuovi percorsi di annuncio del mistero di salvezza, di fraternità e di comunione, continuando a irradiare un’operosa spiritualità o mistica apostolica.
La tentazione di rinchiudersi nel proprio piccolo mondo, nelle proprie opere, o anche nella propria stanza, nelle proprie sicurezze per coltivare il proprio orto ben recintato o curarsi di se stessi, con pretese apostoliche o spiritualiste o intellettuali, è un rischio nel quale possono incorrere anche le persone e le comunità religiose. Il progetto della vita consacrata non può essere attuato senza una decisione radicale di sradicamento, di distacco e di rottura con un modo ordinario e comodo di vivere, per andare oltre, incarnando i valori evangelici da promuovere attraverso la testimonianza nel mondo.
Cristo ci ha aperto la strada – è ancora Paolo che lo dice – con la sua autodonazione nella morte, “una strada nuova e vivente inaugurata nella sua carne” (Lettera agli Ebrei 10, 20). Ciò comporta uno sforzo di esodo continuo, condotto nella povertà e nell’umiltà. Proiettarsi nel futuro è un imperativo costante della vita consacrata, se vuol dare significato al suo essere nella Chiesa e nel mondo. Giacomo Alberione, beato e fondatore della famiglia paolina, era ben convinto della necessità di lanciarsi costantemente in avanti:  “O noi guardiamo coraggiosamente la realtà, al di là del piccolo mondo che ci sta attorno, e allora vediamo urgente la necessità di un rivolgimento radicale di mentalità e di metodo; oppure nello spazio di pochi anni avremo fatto il deserto attorno al Maestro della vita; e la vita, giustamente, ci eliminerà come tralci morti, inutili, ingombranti”. Sono parole forti, pronunciate nel novembre 1950, ricordando il cardinale Elia Dalla Costa, ma conservano intatta la loro attualità e tutto il sapore della spinta carismatica.
Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua:  “Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente” (Lettera ai Romani 8, 23). La nostra consacrazione non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi “gemiamo” con il mondo, condividendo i suoi dolori, la fatica di ogni giorno, lo sforzo della ricerca continua per migliorare in ogni campo, facendo nostro il dinamismo di una fedeltà creativa che ci fa veri testimoni di speranza.
Sperare, è infatti scoprire nelle profondità del nostro oggi una vita che va oltre e che niente può fermare. È accogliere con fiducia questa vita, con un sì di tutto il nostro essere; e immettere in questa vita, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in questa società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, quando Dio vorrà, porteranno il loro frutto.
San Paolo ci fa un altro invito, ricordando le prime comunità cristiane che si sforzavano di avere “un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti” (Lettera ai Filippesi 2, 2). Così accendevano nel mondo punti di luce:  “dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita”. (Lettera ai Filippesi 2, 15-16). La vita consacrata, tenendo viva la speranza cristiana lungo il fluire dei secoli ha acceso un fuoco sulla terra. Ha costruito storia e, alimentando vincoli di comunione in un mondo spesso diviso, è divenuta epifania dell’amore totalmente gratuito di Dio.

(©L’Osservatore Romano – 1 febbraio 2009)

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