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Tratta di esseri umani L’allarme dal Brasile

30 gennaio 2009

Belém, 30. La tratta degli esseri umani è una delle questioni affrontate durante i lavori del Forum sociale mondiale in corso di svolgimento in questi giorni a Belém, in Brasile. In particolare a evidenziare la gravità dell’estensione del fenomeno in America latina è il vescovo prelato di Marajó, José Luis Azcona Hermoso. Il presule, assieme ad altri religiosi, è impegnato da anni nel denunciare la moderna schiavitù che riguarda, in particolare, bambine coinvolte nello sfruttamento sessuale.
Il turpe sfruttamento dei minori avviene in una delle aree più povere della nazione, lungo la foce del fiume Rio delle Amazzoni, nello Stato del Parà. Il vescovo ha avuto modo di constatare che tante famiglie vendono per pochi soldi alle organizzazioni criminali, a volte addirittura per un litro di olio o un chilo di farina le proprie figlie che vengono poi mandate all’estero, dove vengono sfruttate sessualmente, cadendo in una rete dove il narcotraffico si mischia con la tratta degli esseri umani.
Monsignor Azcona Hermoso osserva inoltre che il problema si sta estendendo e oramai riguarda non solo il Parà ma anche l’Amapà:  “Tante volte noi vescovi – ha affermato all’agenzia Sir – abbiamo parlato di questa piaga sociale che sta crescendo pericolosamente e io stesso sono stato chiamato a testimoniare alla commissione nazionale per i diritti umani, a Brasilia, che sta indagando su questi fatti”. Il 14 febbraio il presule sarà nuovamente chiamato a testimoniare ma, a tale proposito, parla anche dell’esistenza “di un silenzio omertoso e di molta paura, soprattutto da quando un deputato dell’assemblea legislativa locale è stato denunciato per lo sfruttamento sessuale di una minorenne”.
Secondo il vescovo le pressioni esterne sulla commissione per garantirsi l’impunità sono pesanti. “Si corre un alto rischio a far parte di questa commissione – sottolinea – perché i politici, gli impresari, i latifondisti coinvolti hanno un potere economico molto forte e fanno pressione”. E aggiunge:  “Chi decide di investigare deve avere una forte posizione etica ed essere molto coraggioso, perché spesso le minacce vengono estese alla famiglia e alla vita professionale”.
Poi il presule conclude ribadendo che, nonostante i pericoli, porterà avanti il suo impegno affinché le indagini siano portate avanti.
Al Forum, cui partecipano oltre ottantamila persone in rappresentanza di circa quattromila organizzazioni di centocinquanta Paesi, le riflessioni vertono soprattutto sulla necessità di favorire un nuovo sviluppo e di rafforzare la solidarietà nell’attuale momento storico caratterizzato da una forte crisi finanziaria ed economica. All’appuntamento in terra brasiliana, tra le varie testimonianze, c’è anche quella delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Acli). Le Acli, che partecipano al Forum sin dalla prima edizione del 2001, a Porto Alegre, in Brasile, sono presenti con una delegazione del dipartimento “Pace e stili di vita”, composta da italiani e residenti, cooperanti, collaboratori, giovani del servizio civile, volontari dei progetti di cooperazione e sviluppo promossi nel Paese sudamericano dalla propria organizzazione non governativa “Ipsia”. Il responsabile del dipartimento, Alfredo Cucciniello, spiega:  “Lavoriamo per la costruzione di un’economia solidale e lo facciamo realizzando progetti in Brasile, come in Africa, ma soprattutto intessendo relazioni con persone, associazioni e organizzazioni della società civile internazionale, delle Chiese locali e delle missioni”.
Per le associazioni dei lavoratori la parola d’ordine è “globalizzare la solidarietà”. Il responsabile ricorda:  “Vogliamo rafforzare la speranza che uscire dalla crisi, costruire un’altra economia fondata non sul profitto di pochi, ma sulla buona vita di tutti, governata da istituzioni rivolte davvero alla giustizia e al bene comune, non è solo un sogno, ma un processo già in atto. E il tempo di crisi può essere un tempo opportuno”.
Sul fronte della solidarietà le Caritas nazionali hanno un ruolo fondamentale. Quelle dell’America latina, come è emerso al Forum, hanno focalizzato le loro attenzioni sui temi dello sviluppo sostenibile, l’ambiente, i diritti umani, i processi di pace, le migrazioni e la tratta di esseri umani. Padre Josè Antonio Sandoval, coordinatore di tutte le Caritas dell’America latina e del Caribe, evidenzia che la Chiesa “nonostante le difficoltà continuerà a denunciare tutto ciò che è contro la vita, a partire dalla lotta contro le ingiustizie e la miseria disumanizzante all’eutanasia”.
L’auspicio per il continente americano è quello di un nuovo sistema socio-economico:  “In America latina – secondo il rappresentante delle Caritas – siamo passati attraverso tre tappe:  la dittatura, il neoliberismo e ora la democrazia popolare. Ma non si risolvono tutti i problemi solo perché i Governi sono nati da movimenti sociali e se non si lavora molto, tutti insieme, per trovare un nostro modello di sviluppo”.
Della necessità di un nuovo modello di sviluppo ha parlato anche il direttore di “La Civiltà Cattolica”, padre Gianpaolo Salvini, intervenendo a un seminario organizzato dalla Caritas italiana sul tema “Giustizia ambientale e conflitti:  una sfida per il futuro”. Secondo il gesuita, se la Chiesa si dichiara “esperta in umanità”, non può disinteressarsi dei problemi ambientali, non per proporre soluzioni scientifiche e tecniche, ma per aiutare a trovare il giusto atteggiamento dell’uomo di fronte alla natura, al pianeta e alle sue risorse”. “Per questo – prosegue – se si possono trovare fonti di energia rinnovabili, o non inquinanti o che consentono notevoli risparmi, non si vede perché non debbano essere favorite o incentivate”.
Padre Salvini osserva inoltre che è opportuno che la Chiesa si interessi di questi problemi e aiuti a creare spazi per una discussione pacata. E ha poi precisato:  “Certamente la Chiesa è contro i movimenti ecologici radicali che, prescindendo dal piano di Dio, divinizzano la natura, subordinando tutto alla protezione dell’ambiente”.
La discussione su questo tema appare dunque – evidenzia il gesuita – come un allarme utile, anche per le religioni e la Chiesa, per riscoprire il senso della responsabilità umana che metta sì l’uomo al centro del creato, ma senza poterlo devastare a volontà. Il direttore conclude affermando che “le vittime dei cambiamenti sono oggi, e lo saranno anche domani, i territori e le persone più povere, più vulnerabili perché vivono in zone tropicali e in situazioni precarie”.

(©L’Osservatore Romano – 31 gennaio 2009)

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