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Le cure palliative nel magistero di Pio XII e Benedetto XVI

30 gennaio 2009

di Ferdinando Cancelli

In molte occasioni Benedetto XVI ha ribadito con grande lucidità e attenzione il valore delle cure prestate ai malati in fase avanzata di malattia. Lo ha fatto anche il 20 ottobre 2008, di fronte ai partecipanti al cx Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia, in un discorso che offre molti spunti di riflessione.
Cinquantuno anni prima, il 24 febbraio 1957, Pio XII, analogamente, si rivolgeva ai partecipanti del ix Congresso nazionale della Società Italiana di Anestesiologia. Un discorso che, prendendo le mosse da tre quesiti formulati al Papa dai medici di allora, segnava una tappa importantissima nella valutazione morale dell’operato di chi si dedica professionalmente alla terapia del dolore e in particolare alle cure palliative. È come se i due Pontefici rivolgessero un solo penetrante sguardo all’interno di uno degli ambienti più tecnici e asettici della pratica medica: quella sala operatoria dove quotidianamente chirurghi e anestesisti lavorano fianco a fianco, e, nello stesso tempo, cogliessero pienamente la parallela realtà di quei pazienti che – per usare le parole di Benedetto XVI – rischiano di essere abbandonati “nel momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere risultati apprezzabili”.
Colpisce innanzitutto proprio questo: nel rivolgersi a chirurghi e anestesisti, forse tra le categorie professionali mediche più esposte al tecnicismo e con minori occasioni di sviluppare quell’alleanza terapeutica che Benedetto XVI definisce “relazione di mutua fiducia che si instaura tra medico e paziente”, i due Papi – con parole diverse, ma in unità d’intenti e grande armonia di visione – riportano l’attenzione verso quanti, non essendoci più nulla da fare per la guarigione, rischiano di essere trascurati. Proprio partendo da questo presupposto scaturiscono dai due discorsi alcune importantissime sottolineature.
Già nella descrizione del compito dell’anestesista, Pio XII evidenziava con grande efficacia quelle “grandi doti di simpatia, di comprensione, di dedizione” che, unite alla “perfetta conoscenza delle tecniche della sua arte” favoriscono “tutte le disposizioni psicologiche utili alle buone condizioni del malato”: sono quelle doti indispensabili che Benedetto XVI poco più di cinquant’anni dopo ricorda come basilari nella comunicazione tra medico e paziente affermando che “quanto il medico comunica al paziente direttamente o indirettamente, in modo verbale o non verbale, sviluppa un notevole influsso su di lui: può motivarlo, sostenerlo, mobilitarne e persino potenziarne le risorse fisiche o mentali, o – continua Papa Ratzinger – al contrario, può indebolirne e frustrarne gli sforzi”.
Entrambi i Pontefici offrono pieno sostegno alla medicina palliativa. Pio XII lo fa in un periodo in cui – ancora di là da venire i tempi del primo hospice inglese (fine anni Sessanta) – questa branca della medicina muoveva i primi passi solo grazie a madre Teresa di Calcutta, erede dell’antica tradizione cristiana di misericordia verso i morenti beatificata da Giovanni Paolo ii. Benedetto XVI leva alta la sua voce: oggi, infatti, se da un lato si ha un maggiore sviluppo di centri residenziali e di équipe di assistenza domiciliare per i morenti, dall’altro c’è il rischio di perdersi in quella che il Papa stesso definisce “esaltazione individualistica dell’autonomia” a detrimento del senso della realtà umana. Vera pietra miliare per l’esercizio della terapia del dolore, il discorso di Pio XII è stato sovente ripreso. Ad esempio dopo aver condannato ogni forma di eutanasia e riferendosi “unicamente” alla volontà di “evitare al paziente dolori insopportabili” – per esempio nel caso di cancri inoperabili o malattie inguaribili” – Papa Pacelli afferma la liceità della somministrazione dei narcotici anche se “cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’abbreviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita”. Con tutte le limitazioni, che il principio del doppio effetto comporta, riprese dal Pontefice nel passaggio successivo e cioè: “Se vi è tra i due effetti proporzione ragionevole, se i vantaggi dell’uno compensano gli inconvenienti dell’altro, (…) se lo stato attuale della scienza non permetta di ottenere lo stesso risultato con l’uso di altri mezzi, e poi di non oltrepassare, nell’uso del narcotico, i limiti di quello che è praticamente necessario”.
Sia concessa a questo proposito una nota: il medico palliativista, avendo oggi alle spalle più di cinquant’anni di progressi scientifici da allora – ferma restando tutta la validità del discorso – sa d’altra parte che i casi di abbreviamento della vita come effetto secondario dell’uso di analgesici maggiori, come gli oppioidi, sono per lo più da imputarsi a errori nel loro utilizzo. I farmaci più utilizzati in particolare per il dolore oncologico – ad esempio morfina, fentanyl, ossicodone e più raramente metadone – permettono di controllare il sintomo in più del 90 per cento dei casi; spesso senza alterare lo stato di coscienza del paziente e, secondo molti studi, non solo non accelerandone il decesso, ma anche prolungandone la sopravvivenza. Si disinnescano infatti anche tutti quei meccanismi di stress che il dolore non idoneamente trattato può scatenare.
Anche Benedetto XVI invita i sanitari ad “alleviare la sofferenza” e ad “accompagnare il malato nel suo cammino”, evitando di “estromettere dalla relazione terapeutica il contesto esistenziale del paziente, in particolare la sua famiglia”; e promuovendo il “senso di responsabilità dei familiari nei confronti del loro congiunto”.
L’invito ai medici di ieri è in fondo lo stesso a quelli di oggi: senza una “sufficiente vibrazione umana” – dice Benedetto XVI sulla scia di Pio XII – la pratica stessa della medicina rischierebbe di disperdersi nei mille sterili rivoli della sola tecnologia e di perdere di vista alcune esigenze morali imprescindibili.
In conclusione lasciamoci guidare dalle parole che Papa Pacelli poneva in chiusura al suo discorso rivolgendosi direttamente ai medici: “Ben lungi dal concepire queste esigenze come restrizioni od ostacoli alla vostra libertà e alla vostra iniziativa, vogliate vedervi piuttosto l’invito ad una vita infinitamente più alta e più bella, che non può conquistarsi senza sforzi o rinunce, ma la cui pienezza e gioia sono già sensibili quaggiù per chi sa entrare in comunione con la persona di Cristo vivente nella sua Chiesa, il quale del suo Spirito la anima, e spande su tutti i membri di essa il suo amore redentore, che solo trionferà definitivamente della sofferenza e della morte”.

(©L’Osservatore Romano – 30 gennaio 2009)

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