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Quando la filosofia diventa schiava della tecnoscienza

27 gennaio 2009

di Adriano Pessina

Nel fondare la “Rivista di Filosofia Neoscolastica”, l’idea di padre Agostino Gemelli – coltivata anche dalla generazione di chi ho avuto come maestro – era legata alla necessità di conservare una dimensione “apologetica” della filosofia nei confronti della fede cattolica. Ora, il concetto di “apologetica”, oltre a prestarsi a diversi fraintendimenti, fino alla possibilità di minare la strutturale e irrinunciabile autonomia del sapere e del metodo filosofico che questa Università ha difeso con legittima chiarezza, ha però una interessante accezione sulla quale riflettere.
L’apologetica della fede credente non significa subordinazione della ragione filosofica alla ragione teologica, ma, in primo luogo, la permeabilità della ragione filosofica alle questioni che riguardano il significato profondo e autentico dell’esperienza umana, fino a coinvolgere le questioni ultime. Da questo punto di vista, l’apologetica è fondamentalmente la capacità di prendere sul serio quegli interrogativi che, sollevati dalle trasformazioni dell’esistenza e del pensiero, interrogano l’esperienza e il pensiero della fede. E questa permeabilità, a quello che possiamo chiamare lo “spirito del proprio tempo”, è esattamente opposta a ogni impostazione puramente deduttivistica che pretende di ricavare risposte a domande mai realmente comprese.
Non si tratta di adeguarsi alle risposte dell’epoca contemporanea, ai suoi stili di pensiero, ma di confrontarsi con esse. E se, per lungo tempo, queste risposte erano fornite da correnti filosofiche chiaramente definibili, come l’idealismo, il marxismo, lo spiritualismo, oggi esse sono fornite da molte, ma non meno definite, linee di pensiero e di azione che non provengono soltanto dalla filosofia classicamente intesa.
Se guardiamo alla bioetica così come si è sviluppata negli Usa e si sta lentamente affermando in Europa, possiamo constatare come di fatto essa coincida con la riduzione della filosofia a uno strumento puramente procedurale, di raccordo tra le diverse opzioni religiose, che lascia alle tecnoscienze l’autorità della ragione e il compito di fornire risposte universali alle grandi questioni di senso. Non ci si illuda. Anche quando si riconosce alla fede cristiana una funzione guida nelle questioni etiche e antropologiche, questo riconoscimento è direttamente proporzionale alla sua riduzione a pura opzione a-razionale e alla sua marginalizzazione dal discorso pubblico della ragione.
Una fede sradicata dalla razionalità e interpretata alla luce del principio di autorità rimane di fatto impotente nel confronto con le proposte delle tecnoscienze ed è ridotta a una delle grandi opinioni del nostro secolo, incapace di discutere sul terreno della verità e della falsità, come certe esperienze del filosofare che si limitano a narrare nuovi racconti sulla realtà.
Lo svuotamento della ragione filosofica non solo rende impossibile, sentenzia Hugo T. Engelhardt, “ricostruire la sensibilità ebraico-cristiana mediante il ragionamento morale laico generale”, ma di fatto rende persino incomprensibile il messaggio stesso della fede cristiana perché non si sa più riconoscere nel Dio della Rivelazione, l’Autore e il fondamento della stessa ragione umana; quella ragione filosofica delle cui capacità non dobbiamo avere paura in quanto, per sua natura, aperta all’incontro con la Rivelazione. Così, di fronte al tentativo di ridurre la fede a fideismo e di mortificare la ragione filosofica ad ancilla tecnologiae, il compito di un'”apologetica” della filosofia non appare differente dal compito di un’apologetica della fede. Allargare la ragione e tornare a riaffermare la relazione costitutiva tra il sapere della filosofia e quello della fede significa creare di nuovo le condizioni per pensare la realtà dentro le categorie del vero e del falso, facendo diventare la filosofia interlocutrice della ragione tecnoscientifica nelle sue diverse forme e contribuire a costruire uno spazio pubblico di riflessione sul destino dell’uomo nell’epoca della sua auto-manipolazione.
La filosofia neoscolastica, ricordava Gemelli, non è l’impresa di un solo uomo, così come non lo è, secondo Sofia Vanni Rovighi, la filosofia come sapere rigoroso. Occorre far convergere idee, capacità, conoscenze intorno a un progetto condiviso, che non può essere differente, a mio avviso, da quello, per usare un’espressione inattuale, dell’apologetica.

(©L’Osservatore Romano – 28 gennaio 2009)

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