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Difesa della razza indifendibile vergogna

27 gennaio 2009

di Gaetano Vallini

Pur di difendere la teoria della razza italica, gli ideologi del fascismo non si fecero certo scrupolo ad accreditare come antisemiti nientemeno che Dante Alighieri e Giacomo Leopardi. Una strumentalizzazione che oggi appare inverosimile, ma che all’epoca non dovette sembrare troppo azzardata a Telesio Interlandi, direttore del quindicinale “La difesa della razza”, che per alcuni anni fu il riferimento del movimento antiebraico di stampo razzista italiano.
Autore di tale arruolamento postumo del sommo poeta – del quale in copertina si leggeva un verso del Canto v del Paradiso:  “Uomini siate, e non pecore matte, sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida” – e dell’autore dello Zibaldone fu Massimo Lelj, ex anarchico convertito al fascio nonché seguace di Vico, che s’inserì pienamente nella linea del periodico, tesa ad asservire la cultura e la scienza ai più biechi interessi del regime. Così, nella retorica del delirante foglio, Dante veniva celebrato come l’inventore del volgare e quindi della razza italica. Leopardi, invece, attraverso un collage di citazioni, era presentato come un “agguerrito conoscitore” degli ebrei e come un illustre anticipatore dell’antisemitismo fascista.
A rispolverare tutte le armi della retorica di regime è lo storico Francesco Cassata in La difesa della razza (Torino, Einaudi, 208, pagine 414, euro 34), un’analisi accurata della politica, dell’ideologia e dell’immagine del razzismo fascista attraverso gli articoli pubblicati dal periodico e dalle serrate politiche innescate da Interlandi e dai suoi collaboratori. E si scopre così che non solo letterati, ma anche esponenti delle arti figurative come Raffaello, Mantegna, il Ghirlandaio, Piero della Francesca, il Perugino e altri illustri maestri vennero utilizzati per contrapporre l’arte italiana – un’arte dell’eternità – a un'”arte ebraica”, asservita agli interessi della cospirazione sionista.
Non si salva neppure Leonardo da Vinci, considerato da Silvestro Baglioni, docente di fisiologia umana all’università di Roma, come l’esempio più elevato di convergenza fra arte e “razziologia”. Secondo Cassata, l’apice di tale processo di “razzizzazione” dell’arte leonardesca è raggiunto dall’interpretazione del Cenacolo, scaturita dalla fantasia di un altro collaboratore della rivista, Gino Sottochiesa, filosofo e polemista sedicente cattolico, fin troppo disinvolto nel propagandare come cattoliche tesi razziste, ben lontane dal sentire della Chiesa di Pio XI, ma che evidentemente trovavano all’epoca qualcuno disposto ad accettarle e a condividerle.
Ebbene, secondo il recensore, si può parlare per il dipinto di Leonardo di un vero e proprio “razzismo pittorico”. Così riportato da Cassata:  “I caratteri somatici degli Apostoli, circondati da un “alone mistico di grazia”, rivelano, infatti, i volti di “ebrei tipici e inconfondibili”, ma soltanto nell’espressione di Giuda i tratti fisionomici portano “le stigmate del delitto e della diabolica nequizia””.
Questa non è però che una delle molteplici infinite forzature che trovano spazio nelle pagine di “La difesa della razza” e, prima ancora, negli altri due giornali diretti da Interlandi, il quotidiano “Il Tevere” e il settimanale “Quadrivio”. Il primo numero del quindicinale esce nelle edicole sabato 6 agosto 1938 con la data del 5, tre settimane dopo la pubblicazione del “Manifesto della razza”, ospitando gli articoli di ben otto dei dieci firmatari dell’infame documento. E a quest’ultimo si richiama Interlandi nell’editoriale, sottolineando che il razzismo si inserisce nell'”intima logica del Fascismo”.
Tuttavia l’avvio – e non solo – della nuova testata fu tutt’altro che lineare, tra rivalità interne al regime, carriere apparentemente inarrestabili, ambizioni prima sostenute e poi frustrate. Nel quindicinale, infatti, il direttore deve far convivere i due ambiti principali che contraddistinguono il razzismo italiano:  da un lato il gruppo di giornalisti da tempo legati a Interlandi e dall’altro proprio alcuni degli intellettuali e scienziati firmatari del “Manifesto”. Il direttore riesce tuttavia a saldare le due anime, facendo sì che tale nucleo originario si caratterizzi nell’impostazione prevalentemente biologica del problema razziale.
Si tratta di una linea – come ricostruito dettagliatamente dallo storico – che impegnerà la rivista in accese e non di rado aspre polemiche con le altre correnti del razzismo fascista, in particolare quella nazionalista incarnata da Acerbo e Pende e quella esoterico-tradizionalista e sostenuta da Preziosi ed Evola. Polemiche e prese di posizione più o meno articolate e “scientificamente” supportate da letture parziali e spesso fantasiose che comunque mostrano un dato di fatto centrale:  così come il quindicinale non è il frutto di una improvvisazione estemporanea, allo stesso modo l’ideologia razziale che propugna, non dettata semplicemente dalle esigenze dell’alleanza con la Germania nazista, non è quindi un aspetto marginale del fascismo, ma a esso pienamente connesso nell’ottica del suo progetto di “rivoluzione antropologica”.
In questo senso Cassata vede in quello mussoliniano, pur con le sue peculiarità, un antisemitismo di Stato, frutto di una lunga incubazione e prodotto di una logica tutta interna al regime, inserito in un percorso che si richiama a una parte della cultura ottocentesca, mirante alla creazione di una questione ebraica su scala nazionale.
Il libro ricostruisce questo percorso analizzando gli scritti del siciliano Interlandi – spesso considerato portavoce ufficioso di Mussolini – e dei suoi collaboratori, soffermandosi proprio sulle diversità di vedute all’interno del movimento razzista alla ricerca di una sua identità e autonomia rispetto a quello nazista. Movimento in cui comunque si preferisce parlare di razza italica anziché di razza ariana. Ci si trova così di fronte alle contrapposizioni politiche e ideologiche che animarono la fine degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, fino alla terribile adesione alla “soluzione finale” adottata dall’alleato tedesco.
Ma al di là di queste dispute, attraverso l’analisi dell’opera di Interlandi e degli scritti pubblicati in “La difesa della razza”, emerge con chiarezza la peculiarità della rivista nel programma fascista:  realizzare una macchina di propaganda sincretica in cui argomentazioni biologizzanti e culturalizzanti, diligentemente dosate e gerarchizzate a seconda degli obiettivi e dei destinatari della polemica specifica, convergono in un piano di rifondazione della società e della cultura italiane.
“Da questo punto di vista – sottolinea l’autore – la centralità e l’onnipresenza del concetto di “ebraizzazione” rappresenta forse l’esempio più persuasivo:  per Interlandi e i suoi collaboratori non è sufficiente sconfiggere l’ebreo “visibile”, poiché il pericolo maggiore proviene in realtà dall’ebreo “invisibile”, dall’ariano “ebraizzato”, dalla circoncisione “spirituale” che contamina la cultura, la società, l’economia, i comportamenti individuali”. Così razzismo e antisemitismo costituiscono un dato culturale intrinseco a una interpretazione radicale e intransigente del fascismo, “nella quale confluiscono la razzizzazione del nemico politico, l’odio antiborghese, la visione cospirazionista del processo storico”.
Cassata abbraccia la tesi dello storico inglese Roger Griffin che, per fornire una nuova sistemazione dei rapporti tra fascismo e modernismo, individua nel concetto di modernismo politico la chiave per superare la contrapposizione tra avanguardia e tradizionalismo. E alla luce di questa interpretazione anche lo scontro tra Interlandi e il futurista Marinetti non può essere visto, come sostenne Renzo De Felice, come una contrapposizione tra l’Italia antisemita e quella non antisemita, perché “tanto in Interlandi quanto in Marinetti, seppure in forme antagoniste, l’ebreo si configura come lo stereotipo negativo del mito dell’italianità e della modernità dell’arte fascista”.
In questo ampio contesto di demonizzazione dell’ebreo, ancor prima della nascita di “La difesa della razza”, alcune prese di posizione di Interlandi e di altri razzisti suscitano le proteste della Chiesa, che critica l’uso dell’antigiudaismo cattolico del passato come una delle giustificazioni dell’antisemitismo fascista. Una forzata contiguità attraverso la quale la propaganda del regime vuole raggiungere un obiettivo politico:  mettere in difficoltà gli ambienti cattolici, ponendoli in posizione di difesa. L’offensiva è affidata principalmente al già citato Sottochiesa, che si addentra in discutibili interpretazioni bibliche e teologiche con l’azzardato e spesso maldestro intento di dimostrare una possibile conciliazione tra razzismo fascista e cattolicesimo.
“L’Osservatore Romano” risponde diverse volte a tali provocazioni non riconoscendo nel razzismo fascista il tanto declamato ritorno alla civiltà. Anzi “l’insistenza della rivista sul tema “razza e cattolicesimo” – rileva Cassata – produce l’irritata reazione della Segreteria di Stato del Vaticano, la quale denuncia presso la Regia Ambasciata d’Italia le “gravi offese alla Religione Cattolica””. “La Santa Sede – si legge nella nota del 20 marzo 1939 – non può non preoccuparsi seriamente del dannoso influsso che la rivista, già largamente diffusa soprattutto fra le istituzioni scolastiche, verrà ad avere sulle coscienze cattoliche, ingenerando in esse massime in contrasto con la dottrina cattolica”.
Ma ancora prima non erano mancate dure prese di posizione. Nel 1937, ad esempio, il libro Il razzismo di Giulio Cogni, che diverrà una delle firme della rivista, è oggetto di un decreto di condanna da parte della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio; decreto nel quale il vescovo Hudal, rettore del Collegio tedesco di Santa Maria dell’Anima a Roma, rileva che il libro “è pieno delle idee di Rosenberg”, l’ideologo del nazismo, e rappresenta un “primo tentativo del razzismo germanico di entrare anche nelle file del Fascio”.
Gli ebrei non furono gli unici bersagli di Interlandi e delle testate da lui dirette. Ben prima della pubblicazione del “Manifesto della razza” e della stessa guerra d’Etiopia egli usa concetti come “degradazione negroide” e “meticciato”, con il supporto di filosofi, antropologi e fisiologi compiacenti e compiaciuti delle loro vergognose teorie.
L’esperienza di “La difesa della razza” terminò il 20 giugno 1943, ed è questa la data utilizzata da Cassata per il suo lavoro, ma essa segna tuttavia la fine delle vicende del direttore Interlandi e dei suoi collaboratori. Molti di loro, e lo stesso Interlandi, manterranno un ruolo di rilievo nella Repubblica di Salò. E anche dopo la guerra per alcuni non ci fu una cesura netta con il passato e questo non compromise certo carriere politiche o accademiche, proseguite “spesso non rinunciando a manifestare il proprio perdurante odio antiebraico e antinero”.

(©L’Osservatore Romano – 28 gennaio 2009)

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