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Il discorso di apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana

26 gennaio 2009

Il testo completo è disponibile sul sito della CEI (doc)

Pubblichiamo ampi stralci della prolusione pronunciata in apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana dal cardinale presidente, che ha esordito dando il benvenuto al nuovo segretario generale, il vescovo Mariano Crociata.

di Angelo Bagnasco

Il panorama nel quale ci collochiamo ci appare, rispetto all’ultimo incontro, notevolmente cambiato. Ne prendiamo atto, desiderando procedere nel nuovo scenario anzitutto attraverso un collegiale discernimento, che ci aiuti a ponderare meglio le circostanze nelle quali deve compiersi quell’opera di evangelizzazione che è affidata alla nostra responsabilità. Consapevoli peraltro che, nell’esercizio del compito episcopale, abbiamo dinanzi l’esempio del nostro Papa Benedetto XVI, che non cessa di indicare “quel Dio che parla agli uomini come ad amici” (Angelus del 4 gennaio 2009). E in un momento nel quale non manca purtroppo nei media nazionali qualche voce di critica ideologica e preconcetta, desideriamo qui esprimere il nostro attaccamento alla sua persona e la gratitudine profonda per il suo insegnamento e la sua opera, insieme alla conferma di una collaborazione leale e incondizionata. La comunità dei credenti deve vedere noi vescovi formare un tutt’uno con il Vicario di Cristo, a garanzia dell’unità visibile della Chiesa stessa. (…)
Per un prezioso disegno di grazia, proprio in questa stagione, e precisamente nel mese di ottobre, si è svolto un appuntamento importante come il Sinodo mondiale dei vescovi dedicato a “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. È stata un’esperienza profonda, sperabilmente destinata a lasciare una traccia sensibile nel vissuto ecclesiale. Si potrebbe dire che è stata un’occasione tutta speciale per ricollegarsi al concilio Vaticano II, in vista di una nuova e più completa recezione di una delle sue quattro costituzioni portanti, la Dei Verbum. (…)
Questo rinnovato amore al Libro di Dio ci fa sentire particolarmente vicini ai fratelli ebrei nel cui seno è nato l’antico Testamento. Purtroppo, di recente, singolari riserve sono venute da parte di alcuni esponenti dell’assemblea rabbinica italiana, nel quadro di una loro non partecipazione per quest’anno alla Giornata “per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei”, che da qualche tempo viene proficuamente celebrata in alcuni Paesi, compreso il nostro. Se da una parte ci auguriamo che queste difficoltà abbiano presto modo di rientrare, non possiamo certamente apprezzare le parole ingiuste pronunciate verso l’azione di Benedetto XVI. Siamo testimoni della cordiale istanza teologica che muove irrinunciabilmente il Santo Padre verso questi fratelli. E tale atteggiamento noi lo condividiamo con lui.
A proposito, poi, della recentissima revoca della scomunica alla Fraternità di San Pio X, mentre esprimiamo il nostro apprezzamento per l’atto di misericordia del Santo Padre, manifestiamo il disappunto per le infondate e immotivate dichiarazioni di uno dei quattro vescovi interessati circa la Shoah; dichiarazioni peraltro rese alcuni mesi or sono e solo adesso riprese con intento strumentale; dichiarazioni già ripudiate dalla stessa Fraternità.
Stando a certe raffigurazioni mediatiche,  la  Chiesa  sembra  interessata solo  a  questioni  di  etica,  e  in  particolare a quanto è riconducibile in un modo o nell’altro all’esercizio della sessualità. (…)
Alcuni “no”, che ad un certo punto la Chiesa reputa di dover dire, sono il risvolto esatto di un’etica del “sì”, e ancora più a fondo di un’etica dell’amore, in nome della quale non si può, a danno di chicchessia, scambiare il male per il bene. Quando ci viene detto che la Chiesa non deve ingerirsi in certi argomenti – affermava il Santo Padre – allora noi possiamo solo rispondere:  “Forse che l’uomo non ci interessa?” (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2006).
Se, com’è nostro dovere, allarghiamo ancor più lo sguardo e vi includiamo la gamma dei rapporti che nel nostro Paese intercorrono tra la Chiesa e le pubbliche istituzioni, non possiamo non gioire per la recente visita ufficiale che Benedetto XVI ha effettuato il 4 ottobre scorso, festa di san Francesco d’Assisi, al presidente della Repubblica Italiana, a restituzione di quella che lo stesso on. Giorgio Napolitano aveva compiuto in Vaticano all’inizio del suo mandato. Sono emerse ancora una volta convergenze e sintonie in ambito internazionale come nel campo educativo. Annotava nella circostanza il Papa:  “Non vi è ragione di temere una prevaricazione ai danni della libertà da parte della Chiesa e dei suoi membri, i quali peraltro si attendono che venga loro riconosciuta la libertà di non tradire la propria coscienza illuminata dal Vangelo” (Discorso in Quirinale, 4 ottobre 2008). Dalla successiva visita compiuta dal Pontefice all’Ambasciata Italiana presso la Santa Sede, il 13 dicembre, sono venute ulteriori, limpide conferme.
Ma non possiamo guardare solo in casa nostra. Dobbiamo volgere lo sguardo al mondo e alle diverse, purtroppo perduranti situazioni di discriminazione ai danni dei cristiani (…) Un pensiero e una preghiera, infine, vanno alle due sorelle del Movimento contemplativo missionario “Charles De Foucauld”, Caterina Giraudo e Maria Teresa Olivero, rapite il 9 novembre scorso al confine tra Kenya e Somalia. Confidiamo in una loro pronta liberazione, per la quale c’è chi si sta adoperando. Sappiano che molte comunità e molti fedeli, oltre al Papa, pregano per loro. Ugualmente trepidiamo per il volontario laico della Croce Rossa Eugenio Vagni, dal 15 gennaio nelle mani della guerriglia che, nelle sue diverse articolazioni, sta da troppo tempo infestando le Filippine. Anche per lui stentano ad affiorare spiragli di trattativa per quella liberazione che è invece nei voti di tutti noi. Il 15 gennaio scorso, un missionario della Consolata originario del cuneese, padre Giuseppe Bertaina, è stato ucciso per una rapina a Nairobi (Kenya) dopo ben 57 anni di dedizione all’Africa. Affidiamo la sua anima al Signore della vita e chiediamo consolazione per i parenti, i confratelli, gli amici. La sua offerta diventi, per quel tribolato e amato Continente, ragione di speranza. (…)
Il tema assegnato quest’anno alla Giornata mondiale del 1° Gennaio:  “Combattere la povertà, costruire la pace”, con il Messaggio che lo illustrava e l’indotto di riflessioni che ne è scaturito, si sta rivelando un contributo notevole e provvidenziale per specificare meglio le cause della crisi economica. (…) La crisi è scoppiata per le speculazioni avvenute in campo finanziario, grazie all’ingordigia di guadagni i più consistenti possibile nei tempi più brevi, ed è deflagrata poi per quella contagiosa euforia del vivere al di sopra delle proprie possibilità e nell’indifferenza dei segnali che pur avvertivano l’uragano nell’aria. Ora è facile che gli effetti più dolorosi si riversino soprattutto su quella parte di popolazione che in realtà non ha mai scialacquato, e che già prima era in sofferenza per una cronica ristrettezza economica.
Da più parti, in questi giorni, s’è detto che la crisi potrebbe diventare un’opportunità. Non vi è dubbio che, per certi versi, senza la crisi probabilmente non si sarebbe trovata la forza ad esempio per riconoscere che non si può vivere sopra le righe e bisogna fare un passo indietro, per quanto arduo, ricuperando la capacità e il gusto del risparmio, della misura, del non spreco, dei consumi sostenibili. Valori, questi, che insieme alla solidarietà verso i meno garantiti come nei riguardi delle generazioni future, appartengono al cespite della nostra cultura. (…)Come Pastori diamo voce alla gente e alle preoccupazioni generali che non sono poche né piccole; ma sarebbe un guaio ancora peggiore seminare panico e uccidere la speranza. La sfiducia, infatti, accresce il disorientamento e paralizza la capacità di reagire in modo costruttivo. Noi abbiamo fiducia! In che cosa? Forse in qualche fortunata stella per cui alla fine tutto tornerà come prima? O in qualche nuovo logaritmo finanziario o economico? Abbiamo fiducia in Dio e abbiamo fiducia nell’uomo, nel suo nativo buon senso. Fiducia nella sua capacità di imparare, nonostante tutto, anche dai propri errori. E questo ci stimola a farci discepoli più umili e attenti della vita sia nella buona che nella cattiva sorte:  nella buona per continuare a sviluppare il bene anche se arduo, nella cattiva per combattere il male ed evitarlo per quanto seducente. (…) A livello centrale alcune decisione destinate ad arrecare sollievo ai meno abbienti sono state adottate:  penso alla social card e al bonus familiare. Provvedimenti che, al di là di ogni altra considerazione, devono ora arrivare celermente a destinazione:  in questo genere di iniziative si sperimenta purtroppo una macchinosità eccessiva, senza dire che, sul fronte del bonus, le famiglie con figli a carico rischiano ancora una volta di essere le più penalizzate. Potrebbe essere questa infatti l’occasione nella quale cominciare a sperimentare nel piccolo la logica di quel “quoziente familiare” che erroneamente viene pensato come strumento da adottare in tempi di bonaccia. Vero è, invece, il contrario. È nelle situazioni di crisi che si possono, e per certi versi si debbono assumere – pur con la gradualità evidentemente necessaria – le strategie più innovative e ad un tempo effettivamente più incisive. Dobbiamo entrare con passo deciso in quell’ottica per cui i figli non sono, non devono essere, una penalizzazione, quasi fossero un privilegio o un lusso. Se invece, com’è vero, sono delle risorse anche per l’intera società, allora lo si deve vedere.
In altre parole, la realtà delle famiglie, su cui ancora una volta cade il peso maggiore della crisi, ha bisogno di ricevere la considerazione che merita, il riconoscimento non solo sociale ma anche politico. Non deve sentirsi sopportata, la famiglia, né tollerata:  essa infatti è il nucleo vitale su cui si intesse la comunità. Non è un peso ma un soggetto economico, non è un terminale ma un volano per l’uscita dalla crisi e la crescita comune. Guai a distrarsi dalle famiglie, e guai a distrarre dalla famiglia la considerazione che per intero le è dovuta, nell’interesse concreto ed effettivo di tutti nessuno escluso (…)
È facile constatare quanto, in momenti come l’attuale, da parte di chi è in difficoltà venga spontaneo guardare alle parrocchie, con il loro reticolo facilmente abbordabile, e che notoriamente non chiudono la porta ad alcuno, perché vi si trova sempre chi accoglie. I nostri sacerdoti, a partire dai parroci, presiedono le loro comunità e – lasciatemi dire – spesso presidiano il territorio dove la vita della gente si svolge con i suoi tempi, le sue tradizioni, i suoi luoghi di riferimento. Lo fanno da pastori, con la simpatia di tutti e la collaborazione di molti, persone e istituzioni. È significativo che, in una recente indagine, il 91% degli intervistati – cattolici e no – abbia dichiarato che la parrocchia è una realtà “importante”.
Ci sono servizi ormai stabili, come i centri di ascolto, i fondi anti-usura, le iniziative per le emergenze familiari (microcredito e simili) che intervengono regolarmente, ma che in questa stagione vedono ampliarsi non poco le richieste. Ci sono poi le domande d’aiuto nascoste per pudore, e oggi provenienti da soggetti nuovi, a cui occorre provvedere con disponibilità ulteriori. Le nostre parrocchie stanno affrontando la situazione con la consueta prontezza, moltiplicando – se possibile – gli sforzi e cercando di reperire sempre nuovi mezzi. Il volontariato laicale si sta rivelando una leva indispensabile e svolge realmente quel ruolo di sussidiazione che sul territorio consente di coprire falle improvvise ed emergenze croniche. La nostra Chiesa è mandata per l’annuncio del Vangelo e la formazione delle coscienze:  per questo non si tira indietro. I suoi compiti hanno compimento nella carità, e si manifestano nella prossimità alle persone. Infatti, mette a disposizione una parte del tutto rilevante dei fondi dell’8xmille, e ulteriori mezzi vengono di continuo reperiti attraverso raccolte, offerte, recuperi da altre voci. In ogni diocesi si sta moltiplicando l’abituale e noto impegno, e così fa la Caritas nazionale, insieme a quelle diocesane e parrocchiali. Ma non vogliamo né possiamo surrogare lo Stato e gli enti locali. Sperimentiamo che le nostre possibilità sono comunque limitate, e non sono certo sufficienti a coprire il bisogno emergente. Anche per questo sollecitiamo quanti operano sul territorio a mobilitarsi e, quando serve, a convergere per una migliore utilizzazione delle risorse e un potenziamento della rete di aiuto. Invitiamo ogni famiglia, per quanto affaticata, a non rinunciare alla carità, a non abbandonare quei gesti di offerta – per situazioni, come le missioni, solo apparentemente lontane – che tuttavia aiutano a vedere bene anche da vicino e puntare oltre la crisi (…) Se il Paese deve prendere atto di verità amare sotto il profilo dei conti, ha un diritto in più per conoscere la verità dei fatti senza distorsioni mediatiche, senza sospetti continui e polemiche alimentate ad arte. È preferibile infatti cercare di parlarsi anziché contrapporsi sistematicamente, nell’illusione di riservarsi la mossa più intelligente. Così è più vantaggioso riconoscere i meriti altrui anziché denigrarli per apparire più capaci.
La scuola è stata negli ultimi mesi un argomento di confronto anche vivace, e in alcuni casi di polemiche anche vistose.
Su questo versante vorremmo che l’opinione pubblica sostasse per un istante dinanzi alla “pretesa” che, pure in un momento di difficoltà generali, osiamo avanzare circa la valorizzazione – nell’unico sistema scolastico nazionale – delle scuole cosiddette libere e parificate. Noi vescovi non abbiamo un interesse partigiano su queste scuole, e neppure, quando ci capita di raccomandarle alle scelte di budget che doverosamente spettano alla politica, lo facciamo perché un solo centesimo arrivi nelle nostre casse. La Chiesa non lucra sulla scuola, e per la verità ci rimette solamente; ma lo fa sempre con forte convinzione. Allo stesso modo, tutti i soggetti sociali devono sentirsi coinvolti fino a mettere del proprio per la formazione delle nuove generazioni. E tuttavia se si accetta che la pluralità delle esperienze, dei modelli, dei progetti sia – in un quadro di compatibilità accertato e via via controllato – un elemento che dall’interno della scuola la rinnova di continuo, allora ci permettiamo di segnalare che non la scuola libera deve elemosinare, ma la società e la politica sono chiamate responsabilmente a corrispondere per quanto loro possibile, e come i Paesi europei fanno da anni senza vecchi pregiudizi ideologici (…) Oggi, con l’indispensabile coinvolgimento del personale laico, qualificato e da retribuire dignitosamente sulla base dei parametri comuni, le nostre scuole sono allo stremo (…) Aggiungo che nessuno si attende il tutto subito, ma almeno che non si torni indietro quando sono in ballo servizi tanto delicati, in particolare le scuole materne, per le quali l’offerta statale da sola sarebbe in ogni caso anche quantitativamente insufficiente. Per tali scuole hanno responsabilità anche le Regioni, cui parimenti ci rivolgiamo perché vogliano mantenere i loro impegni.
Una società che chiede ai propri cittadini di corrispondere alle necessità comuni, e di farlo in misura accentuata nei momenti di prova, è una società che ha per questo un motivo in più per essere scrupolosamente attenta a dare tutte le garanzie sul fronte cruciale della bioetica e della biopolitica. (…)
Si è avuto notizia in queste settimane che sarebbe imminente il via alla libera circolazione della pillola Ru486. L’argomento, lo capiamo bene, è dei più intimi:  le persone, le donne in particolare, lo sentono come proprio. Per questo, come vescovi, vorremmo appena sottovoce chiedere a quanti hanno responsabilità in questa scelta:  siete sicuri di aver fatto gli approfondimenti necessari? Lasciamo pure da parte per un istante la considerazione su quel “puntino” misteriosamente ma anche scientificamente così gravido di vita che si vuole espellere, e che anche recentissimamente l’istruzione vaticana Dignitas personae riconosce dal primo momento quale embrione, con la dignità di persona (cfr. n. 5). E proviamo a pensare per un altro instante alla persona che si avvicina al cosiddetto farmaco. Ci sono casi documentati di danni enormi, vitali, che l’assunzione di questa pillola ha causato in alcune situazioni nell’arco degli ultimi sedici anni. Esiste una letteratura scientifica al riguardo. Se ne è tenuto conto in maniera trasparente e non ideologica? O ancora una volta la motivazione che così si fa altrove, è argomento sufficiente per introdurre la novità anche da noi? Non sarà anche questa una procedura solo più agile, una semplificazione per le strutture sanitarie che così risparmiano su varie voci?
Un altro tema è cruciale, quello di una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Anche qui l’enfasi posta sull’adeguarsi al trend altrui è un argomento che pare avere larga presa sui media, quasi che l’Italia abbia il complesso di esser in ritardo su un’altrui discutibile modernità. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione. Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è invece il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Viene dunque da domandarsi perché, in una situazione sociale e sanitaria globalmente evoluta come la nostra, con progressi continui, si dovrebbe preferire “ora per allora” di optare per la morte, quando peraltro è ben noto che persone in condizioni decisamente compromesse riescono tuttavia a sorridere e a godere di esserci, senza che in genere evochino precedenti risoluzioni di morire. Assicurati i trattamenti vitali, può avere senso la possibilità per l’ammalato di rifiutare pratiche di accanimento terapeutico, da ponderare nell’ambito del rapporto con il medico e fatta salva la responsabilità di quest’ultimo di decidere in scienza e coscienza. È in questo quadro necessario adoperarsi per un impiego largo e rasserenante della medicina palliativa, così da dare sicurezza al cittadino che non avrà un destino di dolore grave e incontrollabile. Come pure è urgente impegnarsi per una diffusione territoriale di strutture tipo hospice in grado di accompagnare le persone in coma irreversibile o in stato vegetativo, sollevando da carichi ardui le rispettive famiglie.
Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro (cfr. Benedetto XVI, Discorso al Congresso del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, 15 novembre 2008), o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’ambasciatore del Lussemburgo, 18 dicembre 2008), vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo. Un motivo in più, questo, per esprimere la nostra piena solidarietà al confratello cardinale Severino Poletto, sconsideratamente attaccato attraverso i media per aver ricordato quella che è una convinzione scientifica larghissimamente condivisa, e comunque una verità etica, ossia che togliere l’alimentazione e l’idratazione ad una persona, per di più ammalata, è determinarla verso un inaccettabile epilogo eutanasico.

(©L’Osservatore Romano – 26-27 gennaio 2009)

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