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Cinquant’anni fa Giovanni XXIII annunciava il Vaticano II

25 gennaio 2009

di Marco Roncalli

Son poche pagine d’agenda. In esse Giovanni XXIII lasciò riflettere, come in uno specchio, il primo annuncio del concilio. Proprio cinquant’anni fa. Vale la pena rileggerle, riga dopo riga, a sottolineare l’importanza di un anniversario che non passa sotto silenzio.
“Nel colloquio con Tardini Segret[ario] di Stato volli assaggiare il suo spirito circa l’idea che mi venne di proporre ai membri del S. Collegio che converranno a S. Paolo il 25 corr[ente] per la chiusura dell’ottavario di preghiere, il progetto di un Consiglio [sic] Ecumenico da radunarsi omnibus perpensis a tempo debito coll’intervento di tutti i vescovi cattolici di ogni rito e regione del mondo. Ero assai titubante ed incerto. La risposta immediata fu la sorpresa più esultante che mi potessi aspettare. “Oh! Ma questa è un’idea, una luminosa e santa idea. Essa viene proprio dal cielo, Padre Santo, bisogna coltivarla, elaborarla e diffonderla. Sarà una grande benedizione per il mondo intero”. Non mi occorse di più. Ero felice. Ringraziai il Signore di questo disegno che riceveva il primo sigillo che potessi attendermi quaggiù a pregustamento di quello celeste che umilmente confido non mi vorrà mancare. Ave mundi spes Mari:  ave mitis, ave pia“. È con queste parole – della sequenza mariana di Innocenzo iii – che Giovanni XXIII chiude la sua nota del 15 gennaio 1959:  la prima con un riferimento esplicito al concilio.
Due giorni dopo il diario papale segna una “giornata carica di udienze importanti”, lascia uno spazio vuoto, e in basso reca la frase seguente:  “A sera mgr. Dell’Acqua mi parla di una possibilità di celebrare prima ancora di un altro disegno di carattere universale, un Sinodo per la diocesi di Roma”. Ecco qui invece, un secondo rimando al concilio (e il primo riferimento al sinodo).
Il 20 gennaio, martedì, altra nota diaristica del Pontefice che pare dimenticare quella di cinque giorni prima:  “Giornata albo signanda lapillo. Nella udienza col Segret[ario] di Stato Tardini, per la prima volta, e direi, come a caso mi accade di pronunciare il nome di Concilio, come a dir che cosa il nuovo Papa potrebbe proporre come invito ad un movimento vasto di spiritualità per la Chiesa e per il mondo intero. Temevo proprio una smorfia sorridente e sconfortante come risposta. Invece al semplice tocco, il Cardinale – bianco in viso, e smorto – scattò con una esclamazione indimenticabile ed un lampo di entusiasmo:  “Oh! Oh? questa è un’idea, questa è una grande idea”. Devo dire che viscera mea exultaverunt in Deo (Salmi, 84, 3):  e tutto fu chiaro e semplice nel mio spirito:  e non credetti di dover aggiungere parola. Come se l’idea di un Concilio mi sorgesse in cuore con la naturalezza delle riflessioni più spontanee e più sicure. Veramente a Deo factum est istud et est mirabile oculis meis (Matteo, 21, 42)” .
Lette queste righe sorge un piccolo interrogativo, quale fu il giorno in cui Papa Roncalli parlò del concilio a Tardini:  il 15 o il 20 gennaio? “Sono propenso a credere che sia avvenuto il 20. La nota del 15 diverrebbe in tal caso una ripetizione, aggiunta in un momento di riflessione gaudiosa dimentico (forse) della nota già redatta alla data del 20”, commenta l’arcivescovo Loris Capovilla, già segretario del Papa bergamasco. Probabilmente è proprio così. E non a caso è datato 20 gennaio (facendo costituire un doppione la precedente nota roncalliana del 15), il seguente brano dal diario di Tardini “Udienza importante. Sua Santità ieri pomeriggio ha riflettuto e concretato sul programma del suo Pontificato. Ha ideato tre cose:  sinodo romano, Concilio Ecumenico, aggiornamento Codex Juris Canonici. Vuole annunziare questi tre punti domenica prossima ai sigg. Cardinali dopo la cerimonia di San Paolo. Dico al Santo Padre (che mi interrogò):  “A me piacciono le cose belle e nuove. Ora questi tre punti sono bellissimi e il modo di dare il i annunzio ai Cardinali è nuovo (ma si riallaccia alle antiche tradizioni papali) ed è opportunissimo””.
Sin qui il primo collaboratore del Papa. Ciò premesso, pensando alle reazioni successive, è certo però che non tutti mostrarono subito lo stesso entusiasmo del cardinale Tardini. E sarebbe davvero interessante scoprire se lo stesso segretario di Stato – avendo intuito di trovarsi innanzi a un fatto compiuto – si sarebbe regolato di conseguenza (Giulio Nicolini scriveva di avere motivi per credere che Tardini avesse aggiunto altre pagine sepolte negli archivi). Non solo. Ben prima di quei giorni del gennaio 1959 la parola “concilio” era riecheggiata nei sacri palazzi. Prescindendo dalle dichiarazioni del cardinale Ruffini o di altri come il cardinale Ottaviani che sostennero – fatto plausibile – di aver suggerito al Papa l’idea di un concilio addirittura la sera prima della sua elezione (un’idea del resto esternata già più volte dallo stesso Roncalli già negli anni della delegazione di Istanbul a monsignor Righi, della nunziatura parigina a Jacquin dell’Institut Catholique, del patriarcato veneziano a monsignor Bortignon e persino ad alcuni familiari), va sottolineato che la convocazione era stata già considerata almeno due volte nel Novecento. Sia da parte di Pio XI nel 1923 (che poi lasciò cadere il tutto nell’attesa di veder risolta la “questione romana”), sia da parte di Pio XII (al quale proprio Ruffini e Ottaviani avevano preparato un memorandum che elencava le ragioni per una convocazione)
E non è tutto. A sostenere da tempo come “necessità” o come “auspicio” un concilio erano stati in passato anche altri prelati o scrittori. Per fare solo un paio di esempi si ricorderanno le nitide pagine di monsignor Celso Costantini datate 15 febbraio 1939 e raccolte sotto il titolo Il Concilio. Sulla convenienza di convocare un Concilio Ecumenico (dove si leggono frasi come “S’è parlato e scritto di una presunta italianisation de l’Eglise. Un Concilio Ecumenico dissiperà d’un colpo, tutte queste tetre nubi, facendo risaltare in faccia al mondo, anche a quello più disattento e ostile, le note caratteristiche della Chiesa, la sua unità e cattolicità, la apostolicità e la santità”), oppure l’articolo di Giovanni Papini, il 23 febbraio 1939 sul “Corriere della sera” (“una ripresa del Concilio, da settant’anni interrotto, avverrebbe in un clima più pacato e sarebbe accolta con grandissima gioia dai cattolici di tutto il mondo”).
Richiamati questi scritti, ribadito il concetto che in questa fase il concilio non era definito in modo assoluto, ma già ipotizzato probabilmente più pastorale che dogmatico (e pastorale non in senso riduttivo), precisato anche – con le parole di Dell’Acqua – che Papa Roncalli “mai pensò di aprire e chiudere il Concilio Ecumenico (…) Ripetute volte Papa Giovanni mi disse:  “quello che importa è cominciare:  il resto lasciamolo al Signore”; in quante altre circostanze un Papa cominciò un Concilio concluso da un altro Papa”, eccoci a quel giorno cinquant’anni fa, dopo un’attesa consumata al tavolo di lavoro, a pregare, a preparare il discorso da pronunciare ai cardinali.
Arrivò dunque il 25 gennaio 1959, Alzatosi come sempre all’alba, avviata la preghiera mattutina con l’Angelus, celebrata la messa nella sua cappella dopo aver assistito a quella del segretario, una sosta alla scrivania, poi Giovanni XXIII raggiungeva la basilica di San Paolo fuori le Mura dove presiedeva la messa celebrata dall’abate e teneva l’omelia. Concluso il rito – prolungatosi più del previsto – il Papa chiese di trattenere i cardinali nel monastero attiguo alla basilica. I benedettini si misero in agitazione e più di uno faceva la spola avanti e indietro per il passaggio che collega chiesa e cenobio. Quando il Pontefice varcò la soglia dell’aula capitolare assieme ai cardinali intervenuti era già passato mezzogiorno, l’ora in cui per i vaticanisti cessava l’embargo dell’annuncio. Così la notizia del concilio – in quella domenica che chiudeva la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani – prima ancora che dal Papa era già stata data in Sala Stampa dove il suo testo ciclostilato era stato portato dalla Segreteria di Stato. Paradossalmente, insomma, mentre il prefetto delle cerimonie monsignor Enrico Dante intimava l’extra omnes come per i concistori segreti e le porte restavano chiuse per una buona mezz’ora, la notizia, battuta con anticipo dalle agenzie, stava già facendo il giro del mondo.
Un’allocuzione sobria quella del Papa. Le tre parole che iniziavano il discorso “Questa festiva ricorrenza” segnavano l’avvio dell’avventura conciliare, pietra miliare di un pontificato che non poteva più essere “di transizione”. Il Pontefice, segnalando di aver avuto colloqui con esponenti autorevoli della Curia romana, indicava le ragioni che avevano suggerito l’avvio di alcune attività straordinarie nell’esercizio del suo ministero:  la prospettiva del bonum animarum e la necessità per il nuovo pontificato di corrispondere alle esigenze dell’ora presente. Allargava la sua diagnosi da Roma alla Chiesa universale, riconosceva il valore di certe “forme antiche di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina” quindi “tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito” annunciava “il nome e la proposta della duplice celebrazione del Sinodo Diocesano per l’Urbe e di un Concilio Generale per la Chiesa Universale” . La revisione del Codice di diritto canonico fu poi conseguenza naturale delle due decisioni (ma ebbe bisogno di un quarto di secolo). Il testo del messaggio papale fu poi comunicato anche ai cardinali assenti, attendendo il Pontefice dall’intero Collegio parole di disponibilità e utili suggerimenti.
Per il momento – dopo che ciascuno si sentì rivolto l’invito alla preghiera per “un buon inizio, continuazione e felice successo di questi propositi di forte lavoro, a lume, a edificazione e letizia di tutto il popolo cristiano, ad amabile e rinnovato invito per i nostri fratelli delle Chiese separate a partecipare con noi a questo convito di grazia e di fraternità”, nessuno fiatò. Una prima reazione non sfuggita al Pontefice:  “Umanamente si poteva ritenere che i Cardinali, dopo aver ascoltata l’Allocuzione, si stringessero attorno a Noi per esprimere approvazioni ed auguri. Vi fu invece un impressionante devoto silenzio”, dirà l’8 maggio 1962 che lo stupore li aveva ridotti al silenzio e nessuno aveva trovato “parole adatte per manifestare il giubilo”. Più facile immaginare che le loro lingue si siano sciolte in incontri o telefonate subito dopo aver abbandonato San Paolo.
Ma restiamo a Giovanni XXIII che sul diario scrisse di una “Giornata felice e indimenticabile”, così riassumendola:  “A San Paolo, trionfo di clero e di popolo. Assistei alla Messa cantata dall’abate di San Paolo, [Cesario] D’Amato, dal trono. Cardinali presenti 12, quanti poterono venire. Mia omelia dal trono, e preghiere speciali per la Cina, dove la persecuzione contro la libertà della Chiesa minaccia di produrre uno scisma che è già in atto. Il punto più importante però fu la mia comunicazione segreta per i soli cardinali, del triplice disegno del mio pontificato:  Sinodo romano, Concilio Ecumenico Vaticano II, aggiornamento del Codice di Diritto canonico”. “Tutto ben riuscito – concludeva – io mantenni la mia continua comunicazione con Dio. Nel ritorno, la festa dei Romani a San Paolo a San Pietro indimenticabile, come al ritorno in Laterano il 23 novembre (…) Laus Deo, laus Deo“. Il seme era caduto sul terreno, la scintilla si era accesa. E se al termine del suo settantanovesimo anno Pio IX si accingeva ad aprire il concilio Vaticano i, quasi alla stessa età Giovanni XXIII si proiettava su un suo concilio affidandolo alla forza dello Spirito del quale si proclamava docile strumento. Una iniziativa che si tradurrà grandioso sforzo collettivo destinato nelle intenzioni di Papa Giovanni non a rivoluzioni o stravolgimenti dell’immutato deposito della fede – come dirà nella bolla d’indizione Humanae salutis – ma alla sua ripresentazione con forme nuove e linguaggi universali, in un singolare abbraccio fra tradizione e aggiornamento.
“Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione:  di un Sinodo Diocesano per l’Urbe e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale”.

(©L’Osservatore Romano – 25 gennaio 2009)

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