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Leonardo spia degli Sforza? Un mito nato da una svista

23 gennaio 2009

di Carlo Pedretti

Mario Bruschi, lo storico pistoiese che si è ormai affermato anche in campo internazionale con i suoi contributi archivistici allo studio delle origini di Leonardo nella terra natale di Vinci, come pure delle persone che in quella zona ebbero in vario modo e in tempi diversi rapporti con lui e la sua famiglia, si è cimentato con un tema se non più arduo almeno altrettanto complesso, non foss’altro per la vastità dei materiali storici da tempo acquisiti (Mario Bruschi, Le “Prediche sopra Ezechiel profeta” di Fra’ Girolamo Savonarola, opera pubblicata sotto l’egida della diocesi di Pistoia, 2008). E per di più il tema al quale dedica questa pubblicazione, Girolamo Savonarola – ancor oggi noto più per la sferzante irruenza delle sue prediche che per la sua umanità, dottrina e carica spirituale – si impone con nuove opportunità di riflessioni sul rapporto della tragica figura del frate proprio con Leonardo, personaggio che l’immaginario collettivo tende a collocare al polo opposto, addirittura in contrapposto o conflitto col massimo savonaroliano del suo tempo, Michelangelo.
Bruschi è tutto concentrato su un problema di ordine bibliografico che egli affronta con il rigore scientifico. Si tratta di un esemplare del primo Cinquecento delle Prediche sopra Ezechiele profeta da lui rintracciato nella Biblioteca Leoniana del Seminario vescovile di Pistoia, mutilo e censurato ma ricco di postille manoscritte di un anonimo lettore che sembra rivelarsi, di quando in quando, testimone dei fatti che la lettura gli evoca.
D’altra parte anche un saggio di analisi bibliografica come questo, di eccellenza degna di una sede prestigiosa come La Bibliofilia di Olschki, non poteva ignorare il complesso contesto storico-politico nel quale si colloca la straordinaria vicenda umana dell’ascetico e al tempo stesso pragmatico frate che andava imponendosi, con tono profetico, contro la dissolutezza dei costumi ormai dilagante perfino nelle alte sfere ecclesiastiche. Vicenda del resto nota, ma non sempre nei minimi e al tempo stesso illuminanti particolari messi in evidenza nella classica e diffusissima monografia del marchese Ridolfi che per Bruschi è stata per tanti anni guida e ispirazione.
Ecco allora il breve testo introduttivo che si presenta con la semplice dedica “A fra Girolamo” e col quale il Bruschi si rivela devoto ed entusiasta seguace del frate proprio nello spirito che avrebbe agitato le menti di personaggi lontani nel tempo come Botticelli, Lorenzo di Credi, Fra Bartolomeo, Baccio da Montelupo, via via fino a Michelangelo. Ed è il libro di Ridolfi che gli offre sempre l’occasione di addentrarsi negli aspetti meno noti per non dire inediti della vita e del pensiero del frate. Di qui anche l’accenno alla problematica del rapporto fra Leonardo e il frate che si presenta con un tenue ma decisivo appiglio documentario quando al tempo del Cenacolo a Milano, nel 1495, Leonardo si sarebbe assentato per una breve visita a Firenze dove sarebbe stato consultato, ovviamente su richiesta del Savonarola allora capo del Governo, per la costruzione della grandiosa Sala del Gran Consiglio dietro Palazzo Vecchio.
Alla notizia fornita solo dal Vasari nel 1550, e ancora nel 1568, si è sempre dato poco credito in mancanza di ogni prova documentaria. Oggi invece si dispone di una straordinaria prova indiziaria alla quale il Ridolfi non manca di attribuire il giusto peso in vista del contesto politico nel quale quella prova si colloca in un momento di intensi rapporti diplomatici fra Firenze e Milano. Ora il quadro si può completare alla luce di ulteriori considerazioni e precisazioni su quel momento. E per arrivarci occorre partire da Leonardo.
È ormai appurato che Leonardo non resta estraneo alla politica sforzesca. Nel 1493, con la proposta di un piano di espansione urbana di Milano (Codice Atlantico, f. 65 v-b [184 v] e Codice Forster III, f. 23 v) formula un astuto programma esecutivo che sembra anticipare il pensiero politico di Machiavelli:  “Dammi autorità, che sanza tua spesa si farà che tutte le terre obbediscano ai lor capi”. E con raffinato e accorto pragmatismo:  “E se pur lui a Milano abitare non vorrà, esso sarà fedele per non perdere il frutto della sua casa insieme col capitale”.
Bene intese Luigi Firpo nel coglierne le implicazioni politiche:  “Le mura scompaiono insieme con la concezione stessa della citta-fortezza, della minacciosa rocca che protegge il sovrano e ne assicura il dominio:  al di là delle cortine di pietra un tempo innalzate per assistere agli assedi dilaga finalmente la pacifica vita urbana, quasi presentendo una più diffusa sicurezza politica e il trapasso dalle signorie dei tirannelli allo Stato moderno”.
La prova della fiducia che Ludovico Sforza riponeva in Leonardo come consulente politico si ha da un singolare documento nel Codice Atlantico, (f. 230 v-c [628 r]), una nota di sei righi d’altra mano omessa come tale dalla prima edizione del codice e segnalata per la prima volta da Marie Herzfeld nel 1929.
Per un piccolo errore di trascrizione questo documento ha fatto sorgere il sospetto che Leonardo fosse stato inviato a Firenze dai francesi o da Ludovico il Moro come spia, con l’incarico di raccogliere informazioni sul sistema di fortificazioni predisposte dal Savonarola, e quindi intorno al 1495-1498.
Con questo verrebbe a confermarsi la notizia fornita dal Vasari secondo la quale Leonardo si sarebbe trovato fra coloro che nel 1495 erano stati consultati per la costruzione della Sala del Gran Consiglio concepita dal Savonarola e progettata dal Cronaca.
Nel 1968 pubblicavo la mia trascrizione del documento rettificandone la lettura precedente da “in ordinare el stato di forteze” a “in ordinare el stato di Firenze”. Non più dunque un rischioso spionaggio militare, ma un innocuo spionaggio politico. Ecco il documento:  “Memoria a Maestro Lionardo di avere presto la nota dello Stato di Firenze, cioè come ha tenuto il modo e lo stile il reverendo Padre Frate Girolamo in ordinare el Stato di Firenze. E ancora, gli ordini e forma espressa di ogni di lui ordinazione, per qual modo, via e ordine, come sono servati e si servano fino ad ora”.
Si arriva così all’ipotesi di lavoro più entusiasmante, quella che dovrà affrontare questo documento dal punto di vista paleografico, cronologico e quindi del suo contesto storico, che si può ora circoscrivere al periodo 1495-1497.
La scrittura è quella di chi butta giù un appunto in fretta su un foglio bianco abbastanza largo (22 per 19 centimetri) al di sotto di una piega orizzontale che, se è, come sembra, quella mediana quando il foglio veniva piegato a metà, significa che un quarto di esso manca nella parte superiore.
Infatti il foglio è evidentemente frammentario in quanto la porzione di cui si sospetta la mancanza avrebbe contenuto una nota cui rimandano le lettere di riferimento nello schema in alto a destra e capovolto rispetto alla nota d’altra mano.
Leonardo ha dunque usato l’ampio spazio bianco per aggiungervi alcuni schizzi schematici di strutture murarie. Solo quello posto verticalmente lungo il margine destro è senza dubbio il profilo di una fortificazione campale.
Quello in basso, che può sembrare lo schema della strobatura di una feritoia, è più probabilmente lo schema di una finestra intesa a illuminare più efficacemente una stanza, un tema che ricorre nei codici di Leonardo del primo periodo milanese. Lo schema capovolto, in alto, è stato pure riferito a un particolare di fortificazione, ma è ora accertabile trattarsi invece di una illustrazione a una nota di meccanica – asportata – riguardante l’analisi della forza della leva applicata al sollevamento di un parallelepipedo. Studi su questo tema si trovano abbozzati nel Codice Atlantico, f. 318 v-b (875 v) datato 2 gennaio 1496 sul foglio che gli era originariamente unito, il 318 v-a (874 v).
Due degli schemi qui abbozzati sono accompagnati dall’annotazione “copiata” di mano di Leonardo. E infatti si è ora in grado di accertare che la compilazione che ne risultò è quella ai ff. 71 v-72 r del Ms. i di Madrid, databile intorno al 1495-1497.
Questo conferma la sospettata data del foglietto con le istruzioni che qualcuno nella cancelleria del Moro, se non il Moro stesso, passa a Leonardo. Occorrerà controllare le carte di governo negli archivi sforzeschi per accertare, se possibile,  l’identità dell’autore della nota.
Meno difficile è invece il compito di interpretare il documento storicamente, anche se finora è rimasto un enigma. Chiarito che l’incarico affidato a Leonardo è di procurare un particolareggiato resoconto sull’ordinamento dello Stato di Firenze sotto il governo del Savonarola, al punto di rendere conto del “modo et stillo” da questi tenuto nell’applicarlo, viene spontaneo domandarsi a cosa tale informazione potesse servire a Ludovico Sforza.
La risposta è fornita da un documento pubblicato da Pier Desiderio Pasolini nel terzo volume, quello dedicato ai documenti, della sua monumentale monografia su Caterina Sforza del 1893, senza peraltro farne oggetto di particolare discussione, ma piuttosto come esempio di un “ordinamento tipico  di uno Stato nel principio del secolo XVI”.
Si tratta cioè del testamento di Ludovico Sforza, stranamente sottovalutato dagli storici sforzeschi, finalizzato com’è all’impegno che suo figlio Massimiliano, conte di Pavia, avrebbe dovuto assumersi dopo la sua morte come suo successore nel governo del ducato. Il documento non è datato ma è certamente posteriore al 1497 in quanto esordisce con un tributo alla memoria della defunta consorte, la duchessa Beatrice, morta appunto di parto all’inizio di quell’anno.
In tempi recenti Milano ha organizzato mostre e convegni su Ludovico Sforza e il suo governo, ma stranamente non si è considerato il documento del testamento, che si conserva a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Sarebbe apparso invece per la prima volta in Italia nella mostra “Caterina Sforza. Una donna del Cinquecento” organizzata a Imola nella primavera del 2000 dall’amico Learco Andalò, che su mio suggerimento si era assicurato l’eccezionale prestito del documento e ne aveva riportato nuovamente il testo nel catalogo pure da lui curato.
Più che un testamento è questo un vero e proprio trattato sul buon governo in cui ricorrono espressioni che ricordano come un’eco sia pur lontana quelle dell’incarico affidato a Leonardo:  “Observerano et farano observare”, “El modo et forma quale se haveva servare in consiglio”, “farsi donare o acceptare questa nostra ordinatione”, e così via.
Il tema andrà affrontato soprattutto sulla base di un confronto oculato col testo del Trattato circa el reggimento e governo della Città di Firenze dello stesso Savonarola, ma ricorrendo anche ai testi delle sue prediche, dove è ancora possibile recepire riferimenti allo stesso argomento, come nel caso di quella sopra i Salmi dove si esorta il popolo fiorentino a confrontarsi con i vicini, in particolare col “cappello di Veneggia”:  “Tenete l’occhio, come vi ho detto, a questo Consiglio, e se ci è nulla dentro che non stia bene, andatelo limando e pigliate lo esempio dalli altri governi de’ vostri vicini, che avessino qualche cosa buona”.
Savonarola prende l’esempio da Venezia, così come Milano, con Ludovico Sforza tramite Leonardo, prenderà l’esempio dalla Firenze del Savonarola. Ma Leonardo aveva già visto giusto con una nota in quel Codice B che risale al 1487. Questo al f. 100 r (Richter, 1204):  “Per mantenere il dono principale di natura, cioè libertà, trovo modo da offendere e difendere stando assediati dagli ambiziosi tiranni, e prima dirò del sito murale, e ancora perché i popoli possano mantenere i loro buoni e giusti signori”.
Questo appunto, che ha tutta l’aria di essere destinato a un testo introduttivo a una trattazione sulle fortificazioni, echeggia i paragrafi della famosa lettera con la quale Leonardo, pochi anni prima, intorno al 1482, si era offerto a Ludovico il Moro come ingegnere e architetto militare. Ai temi della guerra, già affrontati con ostentata determinazione, viene ad affiancarsi nella mente di Leonardo l’idea politica del buon governo. E in fondo è questa l’idea che poco dopo avrebbe ispirato il coraggioso e sventurato pragmatismo del Savonarola.

(©L’Osservatore Romano – 24 gennaio 2009)

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