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Don Carlo Gnocchi cappellano degli alpini

23 gennaio 2009

di Armando Torno

La Russia è immensa. Immensa significa, solo in questo caso, che non accetta il nostro sguardo e la conoscenza che esso reca. La Russia si può guardare, ma non capire:  non ha confini, non ha dimensioni a misura d’uomo, non conosce i limiti. Si direbbe che la natura abbia voluto questa terra per mettere alla prova i santi che cercavano di percorrerla o, più semplicemente, per mostrare ai sensi un frammento di eternità. La Russia è madre perché in essa ti perdi nell’abbraccio degli elementi. Ed è incomprensibile perché è impossibile misurarla, catalogarla, ridurla in un catasto.
Gli eserciti non riescono a vincere la Russia. Entrano trionfanti, possono anche illudersi come Napoleone di averla conquistata, ma poi si arrendono. I nostri alpini se ne accorsero durante la seconda guerra mondiale:  erano gli elementi e lo spazio l’armata imbattibile che li stava ostacolando. Uno di essi, un cappellano dal cuore  immen- so ha scritto:  “Chi non è mai stato in Russia, come chi non è mai stato in alto mare, non sa cosa significhi la rotondità della Terra e la pienezza completa di un emisfero celeste”.
Si chiamava don Carlo Gnocchi. La frase è in questo libro che viene riproposto.
Cristo con gli alpini non è un’opera qualunque. Non è, insomma, un diario, un resoconto, una cronaca, una confessione, ma è un atto di fede gettato nella follia della guerra, un gesto di speranza dedicato a coloro che ormai non ripetevano più questa parola, uno slancio d’amore che replica ai colpi della violenza. Per questo don Carlo porta Cristo al fronte, o meglio lo conduce nella disperazione degli accerchiamenti dove si consumavano le  ultime forze. Prosa semplice, piccoli esempi e un cuore immenso fanno di  questo  libro  un documento prezioso.
Le pagine dedicate a Giorgio, il bambino che ha perso tutto e poi muore, sono più eloquenti di tutte le analisi degli storici. Leggendole si capisce perché “tocca alla morte rivelare profonde e arcane somiglianze”; perché nei loro corpicini senza vita era racchiusa la vera condanna della guerra, il prezzo “per le colpe di tutti”. Con un incedere commovente, don Carlo Gnocchi vedendo il piccolo corpo di Giorgio lascia sulle pagine queste frasi piene di verità che mancano ai trattati:  “Quante volte l’avevo già incontrato nella mia vita di guerra! Nella ferale teoria dei fanciulli in attesa degli avanzi del rancio o randagi a cercarlo fra le immondizie; nei bambini febbricitanti e morenti sui miserabili giacigli delle isbe russe o dei tuguri albanesi; nei cadaveri stecchiti dei bimbi morti di fame o di pestilenza, sulle strade della Russia, della Croazia o della Grecia”. Giorgio era diventato uguale a tutte quelle vittime innocenti travolte dalla guerra, che continuarono la loro agonia quando le armi tacquero e gli eserciti si allontanarono.
Lo sguardo di don Carlo è dedicato ai suoi alpini, alla popolazione incontrata, ma si carica di commozione con questi bambini. I soldati cercano di rompere l’accerchiamento, le loro canzoni alleviano le immense solitudini della disperazione, ma i bambini mutilati non gli concedono pace. Il suo spirito e il suo cuore ritornano in quella infelicità concreta dei loro corpicini mutilati. Mezzo secolo prima, nella medesima terra che a un certo punto don Carlo chiama per disperazione “lurida”, uno scrittore tra i più grandi, Fëdor Dostoevskij, chiese direttamente a Dio:  “Signore, perché i bambini muoiono?”. Non ebbe risposta. Rifece la domanda, più volte. Don Carlo ritraduce il quesito con il piccolo Bruno. Si chiede, gli chiede:  “Ora, piccolo Bruno, come farai?”. E due righe più avanti:  “Come potrai fare senza manine?”.
Il libro si chiude con questa domanda che, anche in tal caso, non è seguita da una risposta. Tuttavia noi la conosciamo:  è il resto della vita di don Carlo a fornircela. Insomma, tornato dalla Russia, accomiatatosi dai suoi alpini, diede vita a quell’opera che continua ancora oggi sorretta dal miracolo del suo amore. Dedicò se stesso ai mutilatini e ai piccoli invalidi di guerra, fondando per essi una vastissima rete di collegi. All’infanzia derelitta e minorata rispose agendo, facendo, cercando di alleviarne i problemi. Per molti aspetti la sua vita spiega quelle domande che si pose al tempo di guerra. Come dire:  partì con gli alpini, riuscì a fare il sacerdote in Russia, conobbe gli orrori dei massacri, si pose domande alle quali non c’erano risposte e poi mise tutto nelle mani di Cristo.
Noi crediamo che le soluzioni ai grandi quesiti debbano osservare le leggi della logica. Ma questo vale nei manuali o per gli esercizi; in realtà le risposte non seguono – quando riguardano le massime questioni – nessuna regola. Nelle scienze, di solito, occorrono delle scoperte per soddisfarle; nella sofferenza e nel dolore esse sono, quasi sempre, recate dalla fede. Don Carlo portò Cristo con gli alpini e tornò aiutando i bambini colpiti. Dostoevskij si era chiesto perché coloro che non hanno peccati debbano sentire il dolore e il male, e un cappellano militare mezzo secolo e qualche anno dopo rispose costruendo qualcosa per aiutare chi soffriva. C’è da smarrirsi, ma non esiste un’altra spiegazione possibile.
Riproporre Cristo con gli alpini significa conoscere un po’ di più la guerra e la Russia; soprattutto queste pagine spiegano l’inizio di un miracolo. Ha scritto don Carlo, tra l’altro:  “Ogni opera dell’uomo naufraga silenziosamente in questa uguaglianza monotona e sterminata”. Di chi stava parlando? Certo, della Russia, ma forse anche di lui stesso. Nella ritirata, dove i soldati erano “mucchi di stracci che si trascinavano”, “larve inebetite dal freddo e dalla fame”, quegli spazi infiniti hanno acceso in un cappellano un’idea d’amore. Non è il caso di spiegare ulteriormente perché, come sempre, essa si vede ma non si dimostra, si tocca ma non si afferra.

(©L’Osservatore Romano – 24 gennaio 2009)

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