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Il business dell’eutanasia dalla letteratura alla realtà

22 gennaio 2009

di Oddone Camerana

Lo scontro di opinioni sull’eutanasia a cui sottoporre gli anziani a una data stabilita non è un’esclusiva dei nostri giorni, come sembra indicare La morte moderna, testo di Carl Henning Wijkmark da poco tradotto dallo svedese e pubblicato da Iperborea, ma uscito in originale nel 1978. Data significativa, perché cadeva a cento anni di distanza dal testo di Anthony Trollope, l’autore vittoriano che ha dedicato allo stesso tema un romanzo intitolato The fixed period o l’età prefissata, eccentrico alla sua vasta opera, ma per questo motivo di rilevanza specifica.
Che il tema della “morte utile” o dell’utilità della morte degli anziani non sia un concetto della contemporaneità ma l’evoluzione di una pratica arcaica, viene richiamato dallo stesso Wijkmark quando ricorda le processioni verso la rupe di quei vecchi che, ricevuto il bacio della morte, terminavano la loro vita in un’atmosfera di festa popolare.
La vicenda di The fixed period è degna del grande narratore inglese citato. In un’ex colonia inglese del sud Pacifico narra il travaglio dell’entrata in vigore imminente di un provvedimento che stabilisce l’obbligo di eutanasia a sessantasette anni, momento che sarà preceduto da un periodo preparatorio di dodici mesi da trascorrere in una struttura dedicata. Scopo del provvedimento è liberare il piccolo Paese dal peso, soprattutto economico, di mantenere in vita anziani improduttivi e liberare questi ultimi dal peso dell’età. Come si intuisce, sono presenti le condizioni del dibattito di oggi e per questa ragione la vicenda è ambientata nel ventesimo secolo, quando è previsto che lo sviluppo della tecnica comporti un abbassamento del senso etico.
Sennonché lo schema narrativo alleggerisce la drammaticità del tema. Succede, infatti, che, visitata dai componenti di una squadra di cricket, l’ex colonia riecheggia i malumori ribollenti tra gli abitanti dell’isola più prossimi all’età fatidica, malumori che, raccolti dai componenti della squadra, vengono riportati al loro rientro a Londra.
Arrivati all’orecchio delle autorità, provocano una decisione drastica:  l’invio nelle acque del Pacifico di una cannoniera della Marina britannica incaricata di usare la minaccia della potenza di fuoco di cui è dotata per impedire l’applicazione della nuova legge. Minaccia che ottiene il suo scopo. Non soltanto la legge viene respinta, eliminando così la tensione e lo scompiglio creatosi all’interno dei nuclei famigliari su cui la condanna incombente andava a interferire, ma con essa l’ex colonia subisce la punizione di venire riassorbita dalla madre patria e l’autore del provvedimento non può sottrarsi all’obbligo di imbarcarsi per giustificare in patria l’arbitrarietà della sua iniziativa politica.
La natura semiseria della vicenda non sminuisce la consapevolezza dell’autore di avere a che fare con un episodio che, se avesse preso una piega diversa, avrebbe presentato i connotati di un caso di totalitarismo del bene ante litteram. Lo dice per esempio l’attenzione rivolta dall’autore all’uso di termini sostitutivi, come “depositare” invece di incarcerare, “atto di grazia” invece di esecuzione, sostituzioni linguistiche che la storia ci ha insegnato essere il segno inequivocabile del volere di qualcuno di modificare la realtà che si vuole imporre surrettiziamente.
Che non si tratti tuttavia di un pamphlet, ma di un divertissement dall’impronta swiftiana e, qua e là, quasi di un libretto degno di un’operetta, lo dicono gli intrecci sentimentali e gli intrighi relativi a eredità contese, nonché l’uso delle denominazioni scelte per indicare i personaggi e le località chiave della vicenda:  Neverbend o l’inflessibile è il nome del protagonista e autore del provvedimento legislativo, mentre Gladstonopolis è quello della capitale di Britannula, come viene ironicamente chiamato lo staterello sperduto. Il fatto è che, per quanto contrario all’eutanasia e ai dodici mesi di preparazione considerati un orrore, vecchio e appesantito dal mestiere sedentario, Trollope ottiene il suo scopo di difesa della vita agendo sugli effetti deformanti i presunti benefici dell’eutanasia stessa. Sostenendo il contrario di quello che pensa, si diverte, si tiene le mani libere come cerca di fare ogni grande scrittore.
Ben diverso il tono del testo di Carl Henning Wijkmark, un’operetta morale impostata su un modello tipico dei nostri giorni, quello dello svolgimento di un simposio, in questo caso dedicato al tema della morte moderna, simposio a cui partecipa un gruppo di esperti. Ovviamente muta il contesto di riferimento che vede la crescita esponenziale del numero di anziani pensionati, del costo del mantenimento di quelli malati e sofferenti, nonché l’ingresso nel panorama di una generazione di anziani in piena forma, regalo delle campagne di fitness e dell’ideologia del corpo.
A fronte di questo contesto, la realtà delle risorse in calo, della crisi del lavoro e di una situazione legislativa impantanata e contraddittoria – prigioniera di forti pressioni in contrasto tra di loro, quando non surriscaldate dai media, dai sondaggi, dalla politica spettacolo e dal ritorno della religione come arma – non migliora le cose.
E, come se non bastasse, ecco farsi avanti una serie di interrogativi di dettaglio, di dilemmi, di nodi come la questione delle priorità:  a parità di costo, vale più la vita di un anziano (svedese) o quella di dieci bambini africani ridotti alla fame? Di fronte alla scarsa disponibilità di apparecchi di dialisi, quali criteri di selezione applicare? Dovendo scegliere tra una pianista e un boscaiolo con famiglia, entrambi in pericolo di vita, a chi dare la precedenza quando la possibilità di intervenire d’urgenza con gli strumenti di terapia intensiva è di uno alla volta?
Viene fuori che il pericolo dei dibattiti sta nel dar luogo a ragionamenti astratti ed estremi che non corrispondono alla realtà, capace, questa, il più delle volte di trovare soluzioni senza bisogno di invelenire gli animi come avviene invece nei simposi.
Detto questo bisogna prendere atto di quanto emerge dalle tendenze in corso, tendenze che almeno per ciò che riguarda la realtà svedese si traducono in una serie di considerazioni disarmanti. Eccone un breve elenco:  alimentando altrettanti diritti, i desideri accontentati stanno trasformando la vita in un pozzo di problemi; come nuova religione civile, il welfare non è più la fonte di unione che era; la precedenza data alla tutela dei valori dello Stato sociale spinto fa arretrare la tutela dei valori individuali; all’ombra del dominio dell’utile, l’etica non è che un’etica utilitaristica; venduti alla sicurezza, siamo governati dal pensiero della morte; moriamo senza aver potuto vivere; mascherata dall’utilitarismo, l’etica sacrificale e il principio di Caifa (meglio che muoia uno solo per il popolo che la morte del popolo) fanno il loro ritorno tra noi.
Duole dirlo, ma ciò è quanto resta dal dibattito sull’eutanasia. Da una parte i favorevoli alla non obbligatorietà di vivere, al diritto di morire, al testamento biologico, alle cliniche dell’interruzione della vita, al ritorno della “misericordia” (la forma chimica dell’antico pugnale da duello), alla democrazia della morte che porta alla durata eguale per tutti della vita, al divieto del prolungamento artificiale dello stato vegetativo, alla necessità di scegliere tra il numero di anni da vivere e la qualità della vita stessa visto che non si possono avere entrambi i vantaggi. Dall’altra parte coloro che si battono in difesa della vita intesa come dono, come sacralità, mescolati a coloro che a favore della vita promuovono la diffusione delle terapie del dolore e all’accettazione della morte oppongono la preparazione perduta alla medesima e la considerazione della sua innaturalità quando non si tratta di ingiustizia.
La strada verso l’affermarsi dell’eutanasia sembra inarrestabile. Dopo lo screditamento regalatole dal nazismo, le iniziative, i provvedimenti a favore del suo insediamento, come i concetti di gradualità, del poco alla volta, della pedagogia appropriata, della formazione, della convinzione che “la gente ubbidisce agli ordini, non alle opinioni”, del declino della deferenza alla vecchiaia, della spinta a ottenere il consenso all’eutanasia, sembrano le tappe di un cammino irreversibile segnato dalla necessità economica.
Perché, si dice, l’eutanasia rende bene, se organizzata bene. È un bel business come tutte le forme di riciclaggio di ciò che è vecchio e superato:  rifiuti urbani, automobili e attrezzature informatiche usate e corpi umani. Per modificare una cultura come quella del lutto è sufficiente, tramite le municipalizzate che sorgeranno, che lo Stato incameri i cadaveri e proceda al recupero delle sostanze preziose che vi si trovano in abbondanza, come l’insulina e l’eparina, appetite dall’industria farmaceutica. Allora sì che si potrà dire che la morte non è più estranea, ma integrata nella società. Basta cimiteri, tombe e sepolture. Se si è smesso di opporsi alla cremazione, nessuno si opporrà all’indirizzo del riciclaggio. A volere così, è la morte moderna.
Priva di una base scientifica, la difesa dei diritti naturali individuali contraria all’eutanasia si trova in difficoltà. Postulando un principio di autorità per comportarci bene, lo stesso Kant ha dovuto arrabattarsi. Il fatto è che è tempo di distopie o di utopie al contrario. In difesa della vita ci aiutino dunque i grandi scrittori come Trollope, il quale, ancorché si riferisse a un secolo successivo al suo, aveva ironicamente rappresentato la legge a favore dell’eutanasia come un provvedimento sempre e in ogni caso per lo meno prematuro. Forse aveva ragione e l’ha ancora.

(©L’Osservatore Romano – 23 gennaio 2009)

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