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Obama, la crisi e l’Italia che aspetta

21 gennaio 2009

di Marco Bellizi

C’è attesa e attesa. Negli Stati Uniti, il nuovo presidente Barack Obama assume i pieni poteri, portando alla Casa Bianca le speranze, i sogni e le aspirazioni di tanti che hanno potuto vedere con i loro occhi quello che in molti hanno solo potuto sognare. C’è una grande massa che si aspetta ancora l’impossibile. Che attende di recuperare lo spirito americano della conquista della felicità.
Anche l’Italia aspetta. L’Eurostat ieri ha diffuso dati economici piuttosto negativi. L’Italia rischia di sfondare i parametri di Maastricht e continua a perdere posti di lavoro e competitività. Ma gli analisti rimangono concordi. Nel Paese non si produrranno gli effetti che oltre confine turbano i sonni di centinaia di milioni di persone. Il modello Italia regge, come una vecchia casa di pietra. E non si ha la necessità di svenarsi per intervenire a salvare qualche grande banca o qualche grande gruppo industriale. L’Italia, semplicemente, aspetta tempi migliori, sperando che la bufera si porti via al massimo solo qualche tegola.
Anche l’Italia ha una grande massa. Ma senza organizzazioni intermedie. E priva di élite. Giuseppe De Rita, presidente della fondazione Censis, lo ha detto senza mezzi termini, illustrando – nel corso di una tavola rotonda organizzata da “La Civiltà Cattolica” – quello che, tra le righe, racconta dell’Italia il rapporto Censis 2008. Di fronte alla crisi, il Paese, molto italicamente, sembra voler attendere. Perché anzitutto la sua produzione è una produzione “reale”. L’Italia produce “roba”, non “derivati” finanziari. Rimane uno dei Paesi con il maggiore tasso manifatturiero nel mondo e il primo, assieme alla Germania, in Europa. Le piccole imprese sono rimaste tali, senza fare passi più lunghi. Al massimo si sono concentrate nei grandi distretti industriali. Le piccole aziende hanno un rapporto di osmosi con le banche, che hanno ancora spiccate caratteristiche territoriali. Una dimensione che ha salvato molti istituti di credito dai guai che al momento stanno passando i grandi aggregati internazionali.
Le famiglie italiane, come quelle statunitensi, hanno fatto ricorso al credito. Ma lo hanno fatto in maniera decisamente inferiore a quelle degli Stati Uniti. Lì, le famiglie sono indebitate del 110 per cento rispetto a quanto producono. In Italia del 40 per cento.
Nella patria di Barack Obama la popolazione si è lanciata verso la grande frontiera della finanza e ha subito prima la bolla della net economy, poi quella immobiliare, del petrolio, delle materie prime, grano in testa. Infine la bolla degli speculatori che hanno investito su se stessi. In Italia, spiega l’ex presidente del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro De Rita, lo sviluppo degli ultimi quarant’anni è stato di tipo “adattativo”; le imprese si sono adattate all’ambiente. Oggi negli Stati Uniti si parla di intervento statale. Nel Belpaese la vocazione a mischiare in economia responsabilità pubblica e privata invece c’è da sempre. E poi il welfare. Per avere gli stessi risultati in termini di servizi sociali, sanitari e per l’educazione pubblica, l’amministrazione americana dovrebbe spendere cifre difficili anche da scrivere. In Italia, tutto sommato, ognuno può fare studiare i propri figli senza spendere una fortuna.
Anche l’Italia, come gli Stati Uniti, deve affrontare la questione dell’immigrazione. Gli immigrati in Italia sono quattro milioni e mezzo. Il 10 per cento è titolare di un’impresa. In Italia gli immigrati fanno paura anche perché, economicamente parlando, sono più vitali, più disposti a liberare le energie individuali, a investire su se stessi. Aggrediscono il mercato. Le minoranze possono essere il reagente chimico necessario a innestare un processo di crescita:  gli immigrati come le donne. Lo saranno probabilmente per i prossimi dieci, venti anni. E lo Stato, più che arretrare, è chiamato a fare la sua parte. Oltreoceano, Barack Obama ha scelto come segretario di Stato Hillary Clinton e l’amministrazione sarà più presente nella governance dell’economia.
C’è una cosa che l’Italia, secondo l’analisi di De Rita, non ha:  una politica in grado di orientare le scelte del Paese, rinunciando alla mera ricerca del consenso. L’Italia, sempre secondo De Rita, ha invece una struttura del potere organizzata in senso piramidale, nella quale ormai il solo vertice sembra poter esercitare un’azione incisiva. Ci sarebbe bisogno di una seconda metamorfosi della società, dopo quella conosciuta a partire dagli anni Cinquanta. Ma il Paese è culturalmente povero, e privo di una élite che guidi il processo.
Negli Stati Uniti si attende che Barack Obama trasformi le aspettative che hanno accompagnato la sua elezione in realtà. In Italia – ha detto il presidente delle Acli, Andrea Olivero, colloquiando con De Rita – si è perso il senso del progetto comune, c’è poca ambizione e non si affrontano i conflitti intergenerazionali. In Italia, i giovani aspettano a lungo che i genitori gli lascino il posto fisso. Quando lavorano, temono di non avere i soldi per affrontare le spese di tutti i giorni. Aspettano che cambi qualcosa. Anche domani, mentre gli americani, e non solo, attendono Obama.

(©L’Osservatore Romano – 21 gennaio 2009)

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