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La visione profetica di Ezechiele al centro quest’anno del tema per la preghiera dell’unità dei cristiani

18 gennaio 2009

di Eleuterio F. Fortino
Sotto-segretario del Pontificio Consiglio
per la Promozione dell’Unità dei Cristiani

Il tema per la preghiera dell’unità dell’anno 2009 è stato proposto da un gruppo ecumenico della Corea, che partendo dallo stato di divisione della loro patria e dalle divisioni tra cristiani ivi presenti, ha suggerito come testo-base la visione simbolica e profetica di Ezechiele (Ezechiele 37, 15-28).
In seguito, il Comitato misto internazionale per la preghiera – composto da rappresentanti del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese – ha riveduto il primo progetto e gli ha conferito le caratteristiche necessarie per una divulgazione internazionale.
Il Comitato si è incontrato a Marsiglia dove opera una interessante organizzazione con carattere ecumenico ed interreligioso nota come “Marseille espérance”. Il gruppo è stato accolto con calorosa fraternità ecumenica dalla diocesi, dagli organismi ecumenici locali e dalla stessa cittadinanza. Il Comitato Misto Internazionale, come è sua tradizione, ha elaborato i sussidi in due lingue, francese e inglese. Le traduzioni e gli adattamenti sono lasciate all’iniziativa delle Chiese locali.
Nella visione profetica, il Signore chiede a Ezechiele di prendere due bastoni, in uno scriverà il nome di Giuda e delle tribù unite a lui, nell’altro scriverà il nome di Giuseppe e di tutte le altre tribù d’Israele. Quindi gli ordina:  “Accostali l’uno all’altro in modo da fare un legno solo, che formino una cosa sola nella tua mano” (Ezechiele 37, 17). E quando i compatrioti chiederanno il significato, Ezechiele, dovrà trasmettere ciò che il Signore gli ha detto:  “Ecco, io prendo il legno di Giuseppe e lo metto sul legno di Giuda per farne un legno solo; diventeranno una cosa sola in mano mia” (Ezechiele 37, 19). Il Signore ne dà una spiegazione più precisa:  “Ecco, io prenderò gli Israeliti dalle genti fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese:  farò di loro un solo popolo nella mia terra” (Ezechiele 37, 21). Il tema della dispersione e della riunione è trasparente. Ed è applicato analogicamente alla situazione dei cristiani divisi che il Signore chiama e conduce all’unità.
Nella pagina biblica si trova un altro elemento essenziale per il movimento ecumenico. La dispersione ha introdotto impurità, ha causato infedeltà, ha generato imperfezioni, ha messo gli Israeliti a contatto con l’idolatria. Il Signore dice a Ezechiele:  “Li libererò da tutte le loro infedeltà di cui si sono resi colpevoli. Li purificherò. Essi saranno il mio popolo ed io sarò il loro Dio” (Ezechiele 37, 23).
La profezia può quindi essere letta in vista della ricomposizione dell’unità dei cristiani. Il decreto sull’ecumenismo del concilio Vaticano II aveva chiaramente affermato:  “Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione, perché il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall’abnegazione di se stesso e dal pieno esercizio della carità” (Unitatis redintegratio, 7).
Il tema si pone in una prospettiva di speranza. Dio non abbandona il suo popolo. Anzi, nel tempo della distretta, prende l’iniziativa per la sua liberazione e il suo raduno, nell’unità ristabilita, nella propria terra. Attraverso il suo inviato, Ezechiele, con un atto simbolico che colpisce l’immaginazione, rivela il suo piano di salvezza, e ravviva la speranza nel suo popolo con una visione di pacificazione:  “Farò con loro un’alleanza di pace” e di comunione:  “In mezzo a loro sarà la mia dimora”.
Un’analoga prospettiva di speranza vuole suscitare il tema di questa settimana di preghiera, cioè di rinnovata fiducia dei cristiani nel Signore che è venuto al mondo e che “doveva” morire sulla croce per radunare i figli dispersi.
Questa speranza si fonda su alcuni elementi fondamentali. Innanzitutto sulla nascita stessa del movimento ecumenico che è “sorto per grazia dello Spirito Santo” e che diventa “ogni giorno più ampio” (Unitatis redintegratio 1). In secondo luogo la speranza è sostenuta dalla preghiera stessa di Gesù Cristo che rimane l’ispirazione profonda di ogni preghiera per l’unità dei cristiani. Il decreto sull’ecumenismo del concilio Vaticano ii è stato esplicito.
Il santo concilio si dichiara ben conscio che l’opera del ristabilimento della piena unità dei cristiani “supera le forze e le doti umane”, ma afferma con vigore che “ripone tutta la sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo” (Unitati redintegratio 24). Il concilio dichiara anche che non si tratta di un qualche evanescente ottimismo ma della certezza della fede:  “La speranza non inganna” (Romani 5, 5).
Un’analisi sui frutti già raggiunti dal movimento ecumenico rafforza lo spirito positivo con cui vanno affrontate le altre fasi, certamente più ardue. Per ora si può constatare che la situazione tra i cristiani è completamente diversa da quella che essi sperimentavano prima del concilio Vaticano II con cui la Chiesa cattolica si è ufficialmente impegnata nel movimento ecumenico conferendogli un impulso decisivo, nelle relazioni, nelle problematiche affrontate nei dialoghi bilaterali e nei traguardi raggiunti tanto con le Chiese d’Oriente quanto con le Comunità ecclesiali di Occidente.
Nell’enciclica sull’impegno ecumenico Giovanni Paolo II ne ha dato una lettura autorevole:  “È la prima volta nella storia che l’azione in favore dell’unità dei cristiani ha assunto proporzioni così grandi e si è estesa ad un ambito così vasto”. Ed ha aggiunto:  “Uno sguardo d’insieme degli ultimi trent’anni fa meglio comprendere molti dei frutti di questa comune conversione al Vangelo di cui lo Spirito di Dio ha fatto strumento il movimento ecumenico” (Ut unum sint, 41). Egli, a conferma, annovera:  la fraternità ritrovata, la solidarietà nel servizio all’umanità, le convergenze nella Parola di Dio, la crescita della comunione. Analizza quindi il dialogo con le Chiese di Oriente e i suoi progressi (Ut unum sint, 50-63) e ugualmente quello con le Chiese e Comunità ecclesiali di Occidente (Ut unum sint, 64-70).
L’enciclica fa affermazioni più dettagliate. Nel dialogo con le Chiese ortodosse afferma che “con spirito positivo, basandoci su quanto abbiamo in comune, la commissione mista ha potuto progredire sostanzialmente” (Ut unum sint, 59). In seguito il dialogo ha ripreso l’avvio di una nuova fase di lavoro su “Collegialità e autorità nella Chiesa” (Belgrado 2006 e Ravenna 2007) impostando positivamente lo studio della questione cruciale del ruolo del vescovo di Roma nella Chiesa. Anche con le antiche Chiese di Oriente o precalcedonesi si è potuto organizzare un dialogo fra la Chiesa cattolica e tutte quelle Chiese insieme (copta, etiopica, sira, armena).
L’enciclica ha apprezzato anche il lavoro svolto con le Chiese e Comunità ecclesiali di Occidente affermando che “il dialogo è stato ed è fecondo, ricco di promesse… La riflessione dei vari dialoghi bilaterali, con una dedizione che merita l’elogio di tutta la comunità ecumenica, si è concentrata su molte questioni controverse quali il Battesimo, l’Eucaristia, il Ministero ordinato, la sacramentalità e l’autorità nella Chiesa, la successione apostolica”. Non solo, ma questi dialoghi hanno prodotto frutti positivi. L’enciclica dichiara:  “Si sono delineate così delle prospettive di soluzione insperate e nel contempo si è compreso come fosse necessario scandagliare più profondamente alcuni argomenti” (Ut unum sint, 69).
Dopo l’enciclica i dialoghi sono continuati e hanno prodotto nuovi frutti come la dichiarazione comune sulla Giustificazione per fede con i Luterani, nuova pietra miliare nel dialogo con i protestanti. In seguito Benedetto XVI non ha mancato di incoraggiare tanto il dialogo della carità quanto il dialogo teologico.
Recentemente Benedetto XVI alla Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani (18 dicembre 2008) sul tema Ricezione e futuro del dialogo ecumenico” ebbe a dire:  “Ringraziamo il Signore per i significativi passi in avanti compiuti”.
Questi progressi vanno applicati e verificati nella realtà concreta. L’indicazione operativa che proviene dalla visione di Ezechiele è quella di “accostare l’uno all’altro” in modo da fare “un legno solo”, e cioè da formare “una cosa sola” (Ezechiele 37, 17).
I temi suggeriti per gli otto giorni si riferiscono appunto all’azione comune tra i cristiani nella situazione concreta del mondo di oggi.
Le problematiche trattate negli otto giorni si possono sintetizzare in tre gruppi:  la divisione dei cristiani, le questioni sociali dominanti, il contesto interreligioso.
La questione della divisione tra i cristiani viene affrontata in particolare nel primo giorno in cui si considerano “le comunità cristiane di fronte a vecchie e nuove divisioni”.
Il tema ovviamente trova risonanze in tutti gli altri giorni. Sono note le grandi divisioni storiche, fra cattolici e ortodossi e fra cattolici e protestanti. Esse sono oggetto di dialogo e su molte di esse si sono trovate positive convergenze. Ma permangono ancora i motivi di fondo delle divisioni.
In più la situazione attuale presenta “nuove divisioni” che si constatano tanto fra le Chiese ortodosse quanto nel mondo protestante, nuove frammentazioni e emergenza di nuove problematiche etiche con gravi dissensi. Il dialogo ecumenico ne deve tenere conto approfondendo la ricerca.
Le questioni sociali dominanti richiedono una cooperazione fattiva tra i cristiani mettendo insieme gli elementi comuni per una testimonianza comune e un concorde annuncio del messaggio cristiano.
L’ampia problematica viene affrontata in cinque giorni, dal secondo al sesto giorno. L’impostazione è sempre la stessa per ciascun giorno:  come si situano i cristiani di fronte ai vari problemi, di fronte alla guerra e alla violenza, di fronte alle ingiustizie, di fronte alla crisi ecologica, di fronte alle discriminazioni e alla sofferenza. Il tutto è sempre, giorno per giorno, sotto lo slogan:  “Essere riuniti nella tua mano”.
La cooperazione tra i cristiani è stata proposta e ecumenicamente valorizzata dal decreto del concilio Vaticano II sull’ecumenismo:  “La cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente quella unione che già vige tra di loro”. Inoltre “da questa cooperazione i credenti in Cristo possono facilmente imparare come si appiani la via verso l’unità” (Unitatis redintegratio 12).
I cristiani di fronte alla pluralità delle religioni trovano un campo nuovo in cui esplicare la loro testimonianza comune di fede nella Trinità e in Gesù Cristo Signore e Salvatore del mondo. Le relazioni con le altre religioni sono avvertite come indispensabili nel nostro tempo nel duplice scopo di affermare valori comuni (trascendenza, principi di convivenza pacifica, opzioni fondamentali di etica, ecc.) e, inoltre, di cercare insieme come evitare quei conflitti che sorgono per altri interessi ma che strumentalizzano le religioni per creare contrapposizioni tra i popoli. I cristiani hanno un messaggio comune specifico da presentare nel dialogo con le altre religioni.
Infine l’ottavo giorno è quasi la sintesi dell’intera riflessione di quest’anno per la preghiera per l’unità dei cristiani. Il tema del giorno presenta una formulazione sintomatica ed efficace:  “Proclamazione cristiana della speranza in un mondo di separazione”. Nel nostro mondo e nel nostro tempo, segnato da separazioni e conflitti, tra i cristiani, tra le religioni, tra i popoli, i cristiani sono chiamati a “proclamare” la speranza cristiana che il testo di Ezechiele ripropone ricordando che il Signore assicura:  “Li libererò”, “Li purificherò”, “Li unirò”, “Stabilirò il mio santuario in mezzo a loro per sempre”.
Il commento proposto per questo ultimo giorno, riassumendo l’orientamento generale, afferma:  “Quando i cristiani si riuniscono per pregare per l’unità sono motivati e sostenuti da questa speranza”.

(©L’Osservatore Romano – 18 gennaio 2009)

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