Skip to content

Sguardo non convenzionale sull’economia italiana stretta tra potenzialità e debolezze

17 gennaio 2009

di Ferruccio de Bortoli

Non ne potrete più di previsioni, quasi tutte negative, sull’andamento dell’economia nell’anno appena iniziato. E io non ne farò. In ogni caso ecco le previsioni più aggiornate. Non so quanto dureranno così. Le revisioni sono settimanali. Se avessimo applicato un’addizionale Irpef sui pronostici errati, formulati poco più di un anno fa un po’ da tutti, oggi disporremmo veramente di un tesoretto. Il tesoretto purtroppo non c’è. I conti pubblici non ci permettono di applicare una politica fiscale coraggiosa, come altri Paesi. E questa, se volete, è la grande differenza fra noi e gli altri. Noi ci portiamo appresso il peso del debito pubblico. Che ritorna a salire:  al 105 per cento del prodotto interno lordo. L’Italia faticherà quest’anno a collocare i titoli pubblici senza dover riconoscere agli investitori un premio al rischio eccessivamente elevato, in un mercato improvvisamente affollato di emissioni a garanzia statale, diretta o indiretta, come per esemPio accade per alcune obbligazioni bancarie. Ma non siamo i soli a scontare uno spread negativo rispetto ai tedeschi e le ultime aste di Bot e Btp sono andate relativamente bene, rispetto a quello che accade ad altri Paesi mediterranei dell’euro.
Devo però purtroppo deludervi nel dirvi subito che, a mio modesto avviso, gli elementi di ottimismo sono, nonostante tutto, nonostante la caduta della produzione (-12,3 per cento a novembre), più numerosi di quelli che possono indurci al pessimismo. Questi ultimi sono assai noti:  scarsa competitività, mercati né liberi né flessibili, ridotta dimensione delle imprese, poca presenza nei settori tecnologicamente avanzati, burocrazia onerosa, lentezza nelle decisioni, formazione inadeguata. Le ragioni dell’ottimismo, al di là della propaganda governativa, sono più numerose di quello che siamo indotti a credere. Dunque, rassegnatevi a raccogliere a fine anno frutti del vostro lavoro in misura maggiore di quanto la vostra prudenza, alpina, padana, italiana, attualmente stimi o preveda. È sempre stato così. Il segno genetico distintivo italiano è quello di prepararsi al peggio pur essendo convinti intimamente di poter fare meglio. Ma senza dirlo. E avendo cura alla fine di dichiararsi moderatamente insoddisfatti.
L’elemento principale che dovrebbe consigliarci a un contenuto ottimismo è il valore incommensurabile e sottostimato del capitale sociale che non compare né nei bilanci societari né nella contabilità nazionale. Beneficiamo di una pace sociale che altri Paesi ci invidiano e che noi continuiamo ad apprezzare poco. Eppure le differenze fra chi sta meglio e chi sta peggio si sono ampliate in questi ultimi tempi. Siamo uno dei Paesi più diseguali. Nel 2006 il 10 per cento delle famiglie italiane più ricche possedeva quasi il 45 per cento della ricchezza netta totale. Senza però che questo divario abbia causato tensioni politiche o, peggio, disordini pubblici. I cattivi esempi non sono mancati. Pessime gestioni societarie e bancarie, non poche, sono state spesso premiate con buonuscite milionarie dei loro responsabili. In altri periodi storici, penso per esempio ai sanguinosi anni Settanta, avrebbero suscitato reazioni ben diverse. È pur vero che abbiamo un tasso di immigrati inferiore a quello di altri Paesi, ma la presenza di stranieri è cresciuta più velocemente che altrove. Gli immigrati regolari sono pari al 4,9 per cento della popolazione, ma si arriva al 16 per cento con gli irregolari. Ciò ha creato problemi visibili e difficilmente governabili, ma gli esempi di integrazione positiva sono numerosi. Luoghi che soltanto alcuni anni fa avremmo definito culturalmente inadatti alla promiscuità etnica o religiosa oggi appaiono esempi di multietnicità virtuosa, persino dei modelli europei. Il tessuto di solidarietà attiva del volontariato, cattolico e non, è collante sociale di straordinario significato. Lenisce e compensa, anche se solo parzialmente, la perdita grave di peso specifico della cittadinanza, parola svuotata dal basso senso di legalità e dallo smarrimento dell’interesse comune e dalla ridotta manutenzione (leggi istruzione) del capitale umano, sul quale tornerò più avanti. Le ragioni per stare insieme le troviamo sempre di meno in un’idea di identità nazionale, sempre di più nei legami territoriali e familiari. Il capitale sociale ha mutato composizione, distribuito diversamente i propri ingredienti, ma non ha perso di qualità. Tutt’altro. La consapevolezza di questo vantaggio competitivo è modesta, purtroppo. Se questa consapevolezza fosse maggiore avremmo più fiducia nei nostri mezzi e nelle nostre possibilità e più cura nella conservazione di valori tanto intangibili quanto concreti.
Costituiscono un’ossatura vita del capitale sociale anche le imprese e soprattutto le piccole imprese. In Italia il 98 per cento delle aziende impiega meno di cinquanta dipendenti e dà lavoro al 61 per cento degli occupati, al nord il 70 per cento. Due piccoli imprenditori su tre erano prima lavoratori dipendenti, in particolare operai specializzati. Nel 31 per cento dei casi sono donne. La metà ha una laurea o un diploma. Il 61 per cento sta sotto i cinquant’anni. In una società dai capelli grigi, la piccola impresa è giovane. In alcune zone, Milano per esempio, ogni tre nuove imprese due sono fondate da immigrati. La piccola impresa è più multietnica del contesto sociale nel quale opera. È allo stesso tempo centro di produzione e cellula di nuova cittadinanza. Fino a pochi anni fa ciò non accadeva. L’educazione civica oggi si fa più nelle piccole imprese che a scuola, più tra le mura aziendali che al di fuori dell’orario di lavoro. Sostenere la piccola impresa non vuol dire soltanto aiutare l’economia ma anche costruire meglio la società futura, renderla più uguale, più giusta e più coesa. La piccola impresa è trascurata, anche da questo Governo, che pure deve al tessuto, che “Il Sole 24 Ore” ha definito dei pro-pro (produttori, lavoratori autonomi e professionisti), le ragioni del proprio successo. Alcuni esempi di scarsa attenzione alla “piccola”:  l’inadeguatezza degli studi di settore, i ritardi nel pagamento della pubblica amministrazione, l’insopportabile peso della burocrazia.
Il Paese è fortemente indebitato. Le famiglie no. Questo è un altro elemento di tenuta del sistema economico sociale italiano. Le famiglie risparmiano molto e sono indebitate mediamente al 50 per cento del loro reddito, contro una media europea del 90 per cento e del 130 per cento negli Stati Uniti. In Italia un quinto del reddito nazionale lordo viene risparmiato da famiglie e imprese. Negli Stati Uniti un settimo. Il risparmio italiano è alimentato anche dalle aziende, che hanno fatto ricorso al debito con estrema moderazione e, cosa sorprendente, persino dal settore pubblico, che dopo aver distrutto risparmio per tre decenni, ha ricominciato a generarlo con ritmi fino all’8 per cento l’anno. Il 70 per cento delle famiglie possiede un’abitazione. Quelle che hanno un mutuo non raggiungono il 15 per cento. Un Paese di formiche, un po’ anziane, se volete, ma sagge. Il rapporto fra ricchezza netta (stock di attività finanziarie e reali al netto delle passività) e reddito disponibile è in Italia di otto a uno, decisamente superiore alla media europea, a Giappone e Stati Uniti,  in linea con Francia e Regno Unito. Il problema, dunque, non è il patrimonio. È il reddito che cresce poco e meno di ciò che avviene in altri Paesi. In sei anni i redditi italiani hanno perduto il 13 per cento rispetto alla media europea. Tra il 1992, anno della crisi della lira e dell’inizio della politica dei redditi, e il 2007, le retribuzioni reali di fatto per unità di lavoro nell’intera economia sono cresciute del 7,7 per cento, meno di mezzo punto percentuale all’anno. Il 50 per cento delle famiglie vive con meno di 1900 euro al mese. Nonostante ciò il costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) ha avuto una dinamica nettamente superiore a quelli di altri Paesi. Nel periodo 1997-2007 il Clup nell’industria è aumentato del 2 per cento l’anno, rispetto all’uno della Spagna. In Francia e Germania è sceso dell’1 per cento. Nel 2009 è previsto un aumento del Clup, per l’intera economia, del 2,7. La produttività continua a peggiorare. La riduzione della disoccupazione (il tasso è però previsto in aumento al 6,8 per cento nel 2008 e all’8,4 per cento nel 2009) è avvenuta con la creazione di posti di lavoro di più scarsa qualità e di più basso valore unitario. Il tasso di occupazione è cresciuto di poco, nella classe tra i quindici e i sessantaquattro anni, al 58,7 per cento nel 2007. Ma fra i cinquantacinque e i sessantaquattro anni lavora soltanto il 19 per cento. Il dato europeo in assoluto più basso. Il mancato utilizzo della forza lavoro potenziale equivale a dieci punti di Pil, gran parte della disoccupazione o inoccupazione è femminile. Se solo lavorassero centomila donne in più, il Pil aumenterebbe, ogni anno, dello 0,3 per cento.
La produttività dipende essenzialmente dalla preparazione e dalla formazione della forza lavoro. La dotazione di capitale fisico e strumentale in Italia è già elevata e al livello delle economie concorrenti. Qui entra in gioco il tema dell’educazione e della formazione permanente. Ovvero del capitale umano. Dall’indagine Pisa (Programme for International Student assessment) del 2007 risulta che i quindicenni italiani, nella comprensione dei testi, in scienze e matematica, hanno già accumulato un ritardo considerevole. Equivalente a sei mesi di scuola per le scienze e un anno per la matematica. Le differenze territoriali sono però elevate. Non c’è un’Italia sola, ce ne sono diverse. I ragazzi delle regioni del nord sono nella fascia alta dell’indagine Ocse. La distanza media fra il nord e il Mezzogiorno equivale alle competenze che si possono acquisire in due anni di istruzione. L’indagine Pirls (Progress in International Reading Literacy Study) sulla capacità di comprensione dei testi dei ragazzi della quarta elementare, colloca gli italiani all’ottavo posto su quaranta. La scuola elementare o primaria italiana è di ottimo livello. È mediamente insoddisfacente, con molte eccezioni  di  qualità,  nei  livelli superiori.
Un ultimo elemento strutturale del sistema economico italiano, che dovrebbe indurre a un cauto ottimismo e a una moderata fiducia, è formato dal sistema dei distretti industriali. Anche se le difficoltà recenti non sono da sottovalutare. Secondo le ultime rilevazioni, l’export complessivo dei 103 distretti industriali italiani, positivo fino a metà dell’anno scorso, dovrebbe registrare una contrazione “non inferiore al 5 per cento” a fine 2008, la performance peggiore dal 1990. La platea dei distretti in difficoltà raggiunge il 61 per cento contro il 30 dei primi mesi del 2007 e tocca anche comparti fino a pochi mesi fa esclusi, come la meccanica strumentale. Ma vi sono considerazioni non negative di fronte al crollo della domanda di Paesi come la Russia, l’Est Europa, l’area del Golfo. Alcune aree resistono meglio di altre e restano in territorio positivo. Tra queste la Lombardia, nonostante i cali delle esportazioni dell’industria serica, delle macchine tessili, delle materie plastiche, compensati dai migliori andamenti del settore metalmeccanico bresciano e di parte del legno arredo brianzolo. La crisi picchia duro ma il manufatturiero italiano ha mostrato capacità di reazione e di innovazione e doti di flessibilità. Tutti indici di una ristrutturazione profonda spinta dall’euro. L’indice Pmi (Purchasing managers index) elaborato da Markit-Adaci ha mostrato a dicembre un’inattesa vitalità dopo nove mesi di discesa ininterrotta. L’Italia recupera in controtendenza rispetto a Francia e Germania. Le banche dovrebbero riflettere su questo dato, specialmente quando valutano il merito di credito della loro clientela più minuta ma a volte più dinamica e innovativa. Dovrebbero cogliere l’occasione per trasmettere maggiori e più diffusi segnali di fiducia al sistema. Chi ci ospita lo fa, e gliene diamo volentieri atto, speriamo che lo faccia ancora di più nel 2009. E soprattutto sia seguita da altre istituzioni finanziarie. Il mondo del credito, specialmente quello di maggiori dimensioni, potrà trascorrere questo periodo riflettendo sulla propria missione e sulla contradditorietà del modello di banca universale. Non sarà un male se abbasserà un po’ lo sguardo. Non solo per la vergogna di aver coltivato sogni troppo ambiziosi e moltiplicato prodotti derivati di incerta comprensione ma di sicuro rischio. Nell’abbassare lo sguardo potrà valutare meglio la ricchezza inespressa delle piccole e medie imprese, del mondo del lavoro autonomo e professionale, che formano nel Paese una grande rete economica e sociale. Realtà che custodiscono valori patrimoniali invisibili solo all’occhio di chi non crede alle virtù di un Paese che continua ad amarsi troppo poco.

(©L’Osservatore Romano – 17 gennaio 2009)

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: