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L’utopia di Facebook

17 gennaio 2009

di Antonio Spadaro

Le tecnologie che realizzano la rete non sono affatto da considerare effimere:  le forme di comunicazione non vengono mai semplicemente superate, ma integrate a un livello superiore. E questo è il senso dell’evoluzione del web e delle piattaforme di social network. La prima domanda da fare dunque non è sul futuro ma, in un certo senso, sul passato, cioè sulle radici umane e sui bisogni profondi ai quali Facebook, il nuovo fenomeno della rete, ha risposto riscuotendo così tanto successo. Ci chiediamo dunque:  a quale bisogno risponde?
Potremmo sinteticamente rilevare che Facebook permette ai suoi utenti di sentirsi e vedersi parte di una rete di relazioni che hanno un volto e una storia quotidiana alla quale si può partecipare con un click. Se io vado sulla mia home, cioè la prima schermata che mi appare quando mi connetto alla piattaforma, in un colpo d’occhio vedo lo stato aggiornato dei miei “amici”, e dunque apprendo che cosa stanno facendo, posso visitare poi il loro profilo e saperne di più, magari vedendo chi sono i loro nuovi “amici” o leggere le loro riflessioni, vedere le nuove foto che hanno scattato, e così via. È possibile trovare anche qualche amico on line e chattare con lui direttamente o inviare messaggi grazie a un sistema ad hoc. Facebook dunque permette di sviluppare relazioni e, d’altra parte, permette ad altri di svilupparle con noi. Infatti chi aggiorna il proprio stato o fa l’upload (cioè “carica”, come si dice in gergo) di materiali personali lo fa perché altri possano conoscerli, leggerli, vederli. Facebook diventa parte di un più ampio lifestreaming, un flusso di vita vissuta che viene in un modo o nell’altro diffuso e quindi condiviso con i propri contatti mantenendo un certo grado di intimità, almeno apparente. Le applicazioni sociali che fanno parte del lifestreaming forniscono una cronaca dettagliata e puntuale delle esperienze quotidiane degli utenti. In fondo, tutto questo è una sorta di controllata abolizione della privacy, affidata a quella che comunque è un’azienda che fa profitti proprio grazie ai dati personali che le persone si scambiano tra loro. Da qui anche un fronte di opposizione a Facebook che sta facendo sentire la propria voce. Fortunatamente su Facebook è possibile impostare alti livelli di protezione dei dati forniti dall’utente, e tuttavia anche il livello massimo di privacy consente agli “amici” l’accesso ai propri dati. Del resto, se così non fosse, la piattaforma stessa perderebbe di senso.
Facebook dunque serve per entrare nella vita degli altri e permettere agli altri di entrare nella propria. Gli “altri” non sono “tutti”, ma coloro con i quali si decide di stabilire una relazione. Ovviamente è possibile abbassare i livelli di privacy ed esporre il proprio profilo al mare della rete, ma anche questa logica, tutto sommato, è incoerente con quella della piattaforma, che invece tende a creare una rete in qualche modo circoscritta di “amici” e non una sorta di pagina completamente aperta al pubblico.
Il bisogno di conoscere e farsi conoscere, il bisogno di vivere l’amicizia sono bisogni “seri”, che si bilanciano con il rischio di confondere relazioni superficiali e sporadiche con l’amicizia, comunicazione di sé ed esibizionismo, voglia di fare conoscenza e voyeurismo. Sebbene la differenza tra le prime e le seconde sia radicale, per essere percepita ha bisogno di un’adeguata educazione alle relazioni e alla percezione di sé. Facebook in questo senso è una sfida, perché come tutte le piattaforme di social network è insieme un potenziale aiuto alle relazioni ma anche una minaccia. La relazione umana non è un gioco e richiede tempi, conoscenza diretta.
La relazione mediata dalla rete è sempre necessariamente monca se non ha un aggancio nella realtà. In alcuni casi è stato testimoniato il desiderio di avere tanti contatti su Facebook e quindi di “collezionare” amici, che appaiono con le loro foto in miniatura nella pagina del proprio profilo; è quasi una sfida alla solitudine e un desiderio di sentirsi e apparire popolari. In effetti è da non sottovalutare il desiderio di apparire estroversi, richiesti, cioè, in altre parole, amati. Avere molti amici significa mostrarsi agli altri come socialmente attraenti. Anzi, a volte il proprio profilo serve proprio per “adescare” potenziali “amici”, e le motivazioni possono essere di ogni tipo:  dalle più legittime alle meno plausibili o accettabili. È ovvio, d’altronde, che, più cresce il numero degli “amici”, più Facebook rischia di perdere di significato divenendo un semplice indirizzario un po’ evoluto tecnologicamente.
Se si hanno pochi amici dunque non ha senso mantenere un profilo Facebook, perché con questi ci si può sentire di frequente; se ne hanno troppi è pure inutile perché non è possibile tenere i contatti. È necessario un equilibrio. Su Facebook si tende, inoltre, a non negare l'”amicizia” a chiunque la chieda, anche se si tratta soltanto di vaghe conoscenze o addirittura di perfetti sconosciuti. La cosiddetta reciprocity rule (regola di reciprocità) a cui siamo abituati dice infatti:  “Se una persona ti dà qualcosa devi cercare di ripagarla”. La rete aumenta a dismisura gli eventi che fanno scattare questa regola di reciprocità, che invece in questa sede deve essere gestita con oculatezza e discrezione.
La logica originaria di Facebook implicava un aggancio alla vita reale, in particolare a quella dell’ambiente di studio. L’uso ideale di Facebook, a nostro avviso, è quello che viene fatto a partire dalle relazioni reali. È una strada ormai importante per ritrovare compagni di scuola, amici di infanzia di cui non si sa più nulla, vecchie conoscenze. L’8,5 per cento della popolazione italiana ha un profilo Facebook e, considerando l’ambito di età predominante sulla piattaforma, è davvero difficile che un giovane adulto non trovi almeno qualche vecchio amico o un compagno di classe. È anche vero che spesso le persone si ritrovano all’improvviso, al di fuori di ogni contesto, magari saltando anni o decenni di vita nei quali sono state separate e senza contatti reciproci. Nel frattempo le persone che si contattano sono cambiate, e sarebbe un errore appiattire tutti gli “amici” in una sorta di contemporaneità totale. Se però la piattaforma viene usata con una consapevolezza delle relazioni, è certo che essa diventa una occasione interessante per consolidare rapporti che a causa della distanza o per altri motivi rischiano di indebolirsi, oppure per recuperare rapporti che la vita ha allentato. Non dimentichiamo che l’uso ordinario del telefono cellulare o delle e-mail sono fenomeni relativamente recenti e quindi è possibile che, con i cambi di domicilio e le varie vicende della vita, persone prima in contatto poi si perdano di vista.
Facebook è una realtà sempre più importante della rete e conferma che la logica fondamentale del web è quella relazionale, sociale. Questa piattaforma, sebbene peculiare perché tutta centrata sulle relazioni, non è affatto l’unica. È semmai il fenomeno emergente, la punta di iceberg di una realtà più ampia, che ha in piattaforme come Myspace, Flickr, YouTube, Linkedin, Anobii, Ning, Plaxo, Hi5, Baidu Space, Orkut, Friendster, Bebo, Netlog, Imeem, Catolink, altri luoghi di aggregazione sociale, a volte di settore, rilevanti e frequentati. E non dimentichiamo che esistono anche network “locali” come, ad esempio, Xiaonei, fondata nel dicembre 2005 da un gruppo di studenti della Qinghua University di Pechino, la quale dal novembre 2007 è la piattaforma di social network più popolare tra gli studenti cinesi, con quindici milioni di utenti registrati.
Il fenomeno Facebook, peculiare per caratteristiche, successo e rapidità di diffusione, più di altri ha fatto comprendere come i rapporti tra le persone siano al centro del sistema e dello scambio dei contenuti, che sempre più appaiono in rete fortemente legati a chi li produce o li segnala. Riemergono dunque con forza i concetti di persona, autore, relazione, amicizia, intimità. Ma, detto questo, occorre comprendere bene come questi concetti si modifichino e si evolvano a causa della rete. La vera novità di Facebook non è in tutti i servizi che offre e sempre di più offrirà perché è una piattaforma aperta al contributo libero di chi vuole sviluppare applicazioni. Tutti questi sono e resteranno arricchimenti di un nucleo centrale:  la connessione della singola persona, che appare in tutta la sua vita personale vincendo ogni forma di anonimato e di tutela della privacy (davvero la cosa più a rischio su queste piattaforme), con la sua rete di amici. Prima di Facebook e delle piattaforme a esso simili, internet era sostanzialmente una rete di pagine e di contenuti, non di  persone.  Le  persone  potevano contattarsi tra di loro e aggregarsi in newsgroup e mailing list, ma  le relazioni umane in se stesse erano invisibili al web.
Facebook, in fondo, incarna una utopia:  quella di stare sempre vicini alle persone a cui teniamo in un modo o nell’altro, e di conoscerne altre che siano compatibili con noi. Ma l’utopia deve confrontarsi col rischio grave che cellulari e computer possano alla fine isolare e dare solamente una parvenza di relazione, non fatta di incontri reali. D’altra parte la tecnologia da sempre, a partire dall’invenzione dei messaggi di fumo o di strumenti come il telegrafo o il telefono, è un potente ausilio alle relazioni personali.
In questo lungo processo che compone la storia delle comunicazioni umane, Facebook sta giocando il suo ruolo specifico:  fa sì che internet diventi innanzitutto una rete di persone e accelera un processo che nel 2005 ha avuto nei blog uno dei suoi passaggi fondamentali.
Facebook è dunque un momento significativo di questo processo, non certo però un punto di arrivo.

(©L’Osservatore Romano – 17 gennaio 2009)

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