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Contro la decadenza della quotidianità

14 gennaio 2009

Dagli interventi del primo giorno del simposio romano pubblichiamo ampi stralci della prolusione inaugurale del cardinale Penitenziere maggiore e le conclusioni della relazione dell’archivista della Penitenzieria.

di James Francis Stafford

In queste giornate di studio guarderemo con attenzione ai misteri del peccato e del perdono. È un mondo nel quale si scruta dentro “un abisso spalancato sulla totale deviazione dell’irriconciliabilità e dell’ostilità”. Un mondo, dove il diabolico e la negatività – il diavolo, “omicida fin dall’inizio” (Giovanni, 8-44), il male istintivo dell’uomo – disputano attivamente con la verità. E la risposta è Cristo stesso, la sua stessa manifestazione, la sua epifania. Una risposta che esprime una reazione ineffabile al peccato. “Questo è il calice del mio sangue (…) versato per voi e per tutti in remissione dei peccati” (II preghiera eucaristica).
Cinque anni fa, durante l’inverno del 2003, subito dopo essere stato nominato Penitenziere Maggiore da Papa Giovanni Paolo ii, ho trascorso settimane di meditazione intensa e di preghiera sull’ontologia del perdono e della riconciliazione nella Chiesa cattolica.
Le parole e il linguaggio del perdono sono centrali nel mistero della riconciliazione cristiana. Con grande sorpresa, ho scoperto che nel medioevo questa esperienza fu enorme. Ho ritrovato infatti l’espressione culminante dell’esperienza cattolica della riconciliazione negli ultimi canti del Purgatorio di Dante. Solo il linguaggio rende possibile la comunicazione della riconciliazione tra noi. Nel considerare come il linguaggio sia la causa dell’essere umano, e per contro, secondo Agostino, il male sia la privatio boni – privazione del bene – è necessario che articoliamo la nostra deficienza ontologica secondo la riconciliazione.
La libertà umana porta con sé l’illimitata sfida con la nostra responsabilità. Lentamente ho realizzato come la teologia della riconciliazione preveda la Croce di Gesù al suo centro. È la contraddizione del male. Mi sono soffermato specialmente su Gesù abbandonato dal Padre. L’illogico del peccato è “catturato dalla logica dell’amore della Trinità”. Era divenuto impossibile per me comprendere il mistero dell’inferno e il perdono del Padre accettando il commercium admirabile di Gesù senza penetrare nel mistero dell’abbandono di Gesù da parte del Padre nel venerdì santo e nel sabato santo.
Desidero brevemente rifarmi al contesto storico del nostro convegno.
Nell’anno 1179 Papa Alessandro III (1159-1181) riunì circa trecento padri provenienti dalle varie province ecclesiastiche dell’Europa e vennero anche vescovi latini che vivevano in Oriente per partecipare al iii concilio ecumenico Lateranense. Secondo fonti autorevoli, la Penitenzieria Apostolica è stata istituita proprio in questo periodo; quindi, a mio avviso, la realizzazione di un simposio proprio nel 2009 costituisce l’evento più idoneo a commemorare l’inizio canonico della Penitenzieria Apostolica, essendo l’ottocentotrentesimo anniversario della sua fondazione.
Alcune fonti riportano, che tale ministero penitenziale, esisteva già nella Roma papale, in tempi antecedenti al III concilio Lateranense. Il canone 15 del II concilio Lateranense tenuto nel 1139, definì la prima censura ecclesiastica riservata al Papa nella storia. Non sarebbe quindi improprio affermare che, nel periodo intermedio, i Papi abbiano nominato, per giudicare i vari casi, un delegato che fosse membro della “Curia romana”. Questo termine iniziò a circolare appena prima del 1169. L’espressione “Curia romana” si trova, per la prima volta, in una lettera indirizzata al cardinale Enrico del titolo dei Santi Nereo e Achilleo dal teologo Gerhoh di Reicherberg che morì proprio nel 1169.
Secondo uno studio del 1968 menzionato da Nicolò Del Re, non è storicamente sbagliato sostenere che un simile ufficio esisteva già nella corte papale al tempo di Benedetto II. Il suo pontificato fu molto breve, 684-685.
È ben noto il rapido sviluppo della Curia romana nel XII secolo dopo il pontificato di Innocenzo ii e la compilazione del Decretum Gratiani. Meno nota è invece la causa di questa espansione. Secondo lo storico Geoffrey Baracough, con tale ricorso a Roma “all’inizio vi fu una proliferazione di province ecclesiastiche tanto quanto il papato stesso”. La distruzione delle istituzioni civili e culturali nei secoli immediatamente precedenti lasciò un vuoto sia a livello regionale sia a livello locale che poté essere riempito soltanto da un’autorità pubblica sufficientemente forte in Europa:  la Roma papale.
Alla morte Alessandro III nel 1181, un gruppo di cardinali, manifestò una certa opposizione; costoro si opponevano alla politica del defunto Papa che mirava a una ulteriore centralizzazione dell’autorità papale. Ne consegue che verranno eletti una serie di Papi fautori di politiche meno accentratrici. Essi perorano la causa che “il papato doveva essere appagato della sua preminenza ratione peccati e non adoperarsi direttamente per il potere politico”. Tra questi cardinali vi era Giovanni Colonna di San Paolo colui che Papa Celestino iii aveva designato, senza successo, come suo successore immediatamente prima della sua morte avvenuta nel 1198. Infatti i cardinali elessero Giovanni Lotario di Segni che prese il nome di Innocenzo III che aveva una visione della Chiesa molto differente. Lo stesso Giovanni Colonna viene identificato come secondo Penitenziere maggiore. Questi viene definito come uno qui erat cardinalis qui confessiones pro Papa tunc recipiebat. Egli sarebbe stato subito uno dei primi sostenitori di Francesco d’Assisi nella Curia romana.
Il presente incontro di due giorni, è intitolato “La Penitenzieria Apostolica e il Sacramento della Penitenza:  Percorsi storici-giuridici-teologici e prospettive pastorali”. Tutti e quattro gli aggettivi sono importanti:  storici, giuridici, teologici e pastorali. Vorrei porre l’accento sull’ultimo.
Sia nel passato che nel presente – realizzazione moderna – i Papi hanno affidato alla Penitenzieria Apostolica, l’autorità per il foro interno. Nei secoli scorsi essi avevano assegnato a questo ambito una certa priorità rispetto a quello esterno. Attualmente la sua competenza riguarda esclusivamente il foro interno e si occupa di problemi canonici e pastorali.
Molto evidente è la stretta connessione tra l’origine e lo sviluppo della Penitenzieria Apostolica e il ministero dei penitenzieri minori delle quattro maggiori basiliche romane, come si può ulteriormente notare nella profonda evoluzione del concetto del foro interno con la Chiesa. Questo sviluppo è stato centrale per la concezione esclusivamente occidentale dell’essere umano inteso come persona.
Lo spirito delle riforme dei Papi attraverso i secoli è stato sempre vicino alla principale illuminazione di sant’Agostino rintracciabile nel decimo capitolo delle Confessioni. Egli indica il principio fondamentale meta-antropologico che governa la visione dei Pontefici romani in relazione a questo dicastero e a tutte le riforme della Curia:  “Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me”. Tra i più mostruosi peccati della razza umana, il penitente è chiamato a riconoscere che egli “è debitore con il suo umile e indivisibile servizio al Signore Dio” solo. Senza Dio non c’è dramma in grado di dare sostanza alla libertà strutturale dell’uomo. Come si può notare, lo stesso spirito è rintracciabile nella riforma del dicastero sotto Eugenio IV nel 1438. Con Sisto IV nel 1484; con san Pio V nel 1569, il quale fu particolarmente influenzato dagli interessi pastorali di san Carlo Borromeo. E anche nella riforma del grande canonista Benedetto XVI; e in san Pio X, con la sua vigorosa affermazione sul carattere pastorale dei ministeri della Curia romana fino alla più recente riforma operata da Giovanni Paolo II nel 1988.
Si può affermare, in breve, che durante la tarda era patristica e medievale, i teologi si rifacevano al foro esterno in vari modi:  il foro della Chiesa, il giudizio della Chiesa, il foro esterno della Chiesa, il foro della controversa giurisdizione. Quando invece si faceva riferimento al foro interno, venivano usate indicazioni totalmente differenti e nuove, come ad esempio il “campo da solcare”. Veniva descritto come il foro poenitentiae, foro Dei, iudicium conscientiae, iudicium animarum in foro poenitentiae, foro spirituale e penitenziale, e così via.
La Penitenzieria Apostolica tratta la decadenza della quotidianità. È proprio a questo che i Papi si riferivano quando, più di 830 anni fa, affidarono alla Penitenzieria Apostolica certi riservati, irregolarità e censure del foro interno. La Penitenzieria Apostolica si occupa anche dei vizi maggiori. Le vite delle persone sono segnate frequentemente da forme maggiori di eccessi e di difetti.
La loro origine è triplice come scrive san Giovanni:  “La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita” (1 Giovanni, 2-16). Il concilio di Trento nella sezione quattordicesima sul sacramento della Penitenza ha descritto le ragioni pastorali per tali riserve con le seguenti crude parole, “gran parte dei nostri padri hanno giudicato che sia molto importante per la disciplina dei cristiani che offese infamanti e anche più serie vengano assolte, non da un qualsiasi sacerdote, ma soltanto da coloro che sono di un rango più alto; quindi dai papi”. Le irregolarità riservate e le censure, sono dunque messaggi al popolo di Dio, esse sono chiamate a svegliare, parlano con enorme urgenza:  “Amico, c’è qualcosa di terribilmente sbagliato nella tua conoscenza di Dio. Perché “se tu non conosci Dio non puoi non conoscere la profondità del fardello della vita (sant’Agostino)””.
La Penitenzieria Apostolica cerca di richiamare le persone all’interiorità della loro vita cristiana. Esse devono riscoprire la complessità della vita quotidiana nel mondo nel quale sono parti centrali, secondo Sofocle. E scoprire ancora che l’uomo è il più strano di tutti (in greco, deinotàton). Questo carattere di stranezza “comprende i limiti estremi e gli scoscesi abissi dell’essere umano”. L’uomo è il più strano degli strani. Lui è più strano nel senso che ha anche grande potere e usa questo potere. Può essere insopportabile al punto da causare terrore e panico. Molto spesso, le persone che si rivolgono alla Penitenzieria Apostolica hanno esercitato potere su qualcosa che loro percepiscono come insopportabile, opprimente. Tale grande potere può essere usato in modo improprio, violento – violenza contro se stessi o verso gli altri o verso Dio.
La Chiesa è stata sempre convinta che il penitente non può accostarsi alla conversione in modo solitario. La libertà umana è stata sempre coinvolta in un dialogo con la libertà divina. L’una è in conflitto con l’altra – ultimamente come Dio con Giacobbe, chiamato più tardi Israel – era il guado dello Jabbok (Genesi, 32,22-32). In lotta con tale oscurità interiore, l’individuo che si appella alla Penitenzieria Apostolica è chiamato a fare affidamento completamente e ultimamente a Dio e al “vero Mediatore, che nel segreto della grazia di (Dio) (Lui) si è mostrato agli uomini e si è dato agli uomini, l’uomo Gesù Cristo, apparso tra i mortali peccaminosi, e il Giusto immortale”. Non esiste altra via. Soltanto in tale lotta con Dio in Cristo il penitente ritrova se stesso ancora come una persona.
L’arena della lotta può essere individuata nel decimo libro di sant’Agostino, Le Confessioni. Come ha dimostrato Wilhelm Dilthey, è proprio nelle Confessioni e nel iii concilio di Costantinopoli – con la definizione delle due volontà di Cristo – che l’Europa deve riscoprire le radici del suo concetto di persona umana. Non le potrà trovare in nessun altro continente. Queste sono le sorgenti principali dello sviluppo della comprensione europea dell’essere umano in quanto persona. L’intera storia dell’Occidente ha mostrato che soltanto con Dio come protagonista può l’uomo scoprire la sua dignità, la sua individualità e la sua libertà.
Al contrario, Martin Heidegger ha cercato di estrarre formalmente la parte religiosa dai capitoli decimo e undicesimo delle Confessioni. Al loro posto, egli ha proposto letteralmente “il Nulla” con unico protagonista dell’uomo nella realtà della vita. I fallimenti propri di Heidegger dal 1934 al 1945 nel suo abbraccio entusiastico del nazismo e nel suo fermo rifiuto di ripudiare il passato – comprese le relazioni adultere con Hannah Arendt – dimostrano l’ultima bancarotta della sua fenomenologia ateistica.
Sean J. McGrath ha commentato negativamente la formalizzazione del concetto di conversione del cristiano di Heidegger. “Che cosa poteva conoscere Agostino della storia e della realtà senza la coscienza di essere proteso a Dio? Al contrario, ci si chiede, cosa rimarrebbe dell’esperienza agostiniana in una prospettiva ateistica? Heidegger deve sostituire una x a Dio per mantenere il termine di teleologia esistenziale, senza negare il futuro e nemmeno l’esperienza del reale. Egli sostituisce il Dio di Agostino con la morte. Fritsch giustamente si chiede se la morte può essere per Heiddeger ciò che per Agostino rappresenta Dio”.
Concludo con un testo, di Guido Saraceni, che riassume succintamente le mie speranze per questo simposio. Dopo aver considerato i vasti riferimenti in materia di diritto canonico sul foro interno, egli scrive “che se, poi, da codesti canoni, incontrati a ogni piè sospinto – che non possono non avere, spesso, sapor di dettaglio – si desideri salire a una visione più ampia e sintetica, nella quale sia possibile possedere un concetto scientifico, il più possibilmente generale e astratto, del foro interno, ci si accorge ben presto di dover assurgere, non alla visione di un singolo istituto e, nemmeno, di una intera branca di più vasta istituzione; ma a una sintesi costruttiva di primi principi, essenziali all’intera realtà costituzionale, storica e dogmatica, giuridica e, si voglia o no, teologica della Chiesa. Secondo quanto si desume dai testi, dalla prassi ecclesiastica, dalle elaborazioni – per quanto non definitive e non del tutto incontroverse – della dottrina”.

(©L’Osservatore Romano – 14 gennaio 2009)

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