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Il concilio Vaticano II e il linguaggio del magistero

10 gennaio 2009

di Giovanni Sala
Hochschule für Philosophie, München

Il 22 dicembre 2005 Benedetto XVI, nel discorso alla curia romana, affrontò il tema del Vaticano II nel quarantesimo della conclusione. Il Papa intendeva palesemente offrire un orientamento programmatico in vista di una più corretta interpretazione dei documenti del concilio
“I problemi della recezione sono nati dal fatto – spiegò – che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto (…) L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente, ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti”. Il Papa definisce la prima delle due contrapposte ermeneutiche come “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura”, l’altra come “l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha dato”. Per la prima ermeneutica il punto decisivo di riferimento non sono tanto i testi promulgati, quanto piuttosto lo “spirito del Concilio”. È in conformità a esso che bisogna andare avanti, anche al di là di un dettato inficiato di compromessi. L’ermeneutica della riforma, dal canto suo, riconosce che il concilio ha inteso rispondere alle sfide della cultura propria dell’età moderna, per cui le sue risposte dovevano essere necessariamente nuove. Nuove nel senso che non erano deducibili “logicamente” dalla dottrina tradizionale della Chiesa. Ora se i dati sono nuovi, anche l’intelligenza di essi – per quanto modesta – non poteva che essere nuova rispetto all’intelligenza di una cultura precedente che stava alla base della tradizione dottrinale della Chiesa.
Ora è compito specifico del magistero, come anche di una giusta ermeneutica – nel contesto dell’intellectus fidei dell’intera Chiesa – indicare come le verità portate avanti dalla tradizione ecclesiale, e che in quanto tali sono immutabili – ciò che è vero resta sempre vero – in un nuovo contesto possano, o magari debbano, venire espresse in maniera diversa. Non si tratta semplicemente di trovare termini nuovi, più comprensibili per la nuova cultura, al fine di esprimere la medesima intelligenza di fede – o anche di verità “naturali” – già presente nella cultura precedente. Si tratta piuttosto di esprimere la nuova, ulteriore, differenziata intelligenza della medesima verità della quale il magistero è custode fedele e interprete autentico. Si tratta, ha spiegato il Papa, soprattutto, anche se non esclusivamente, di capire nuovamente e quindi riesprimere decisioni magisteriali che hanno riguardato cose contingenti, quali sono le realtà concrete che una cultura va sviluppando. Nella misura in cui la dottrina della Chiesa riguarda cose contingenti e quindi mutevoli, risulta essere essa stessa contingente. Quindi può e deve diventare oggetto di riforma alla luce dei medesimi principi che stavano alla base dell’insegnamento precedente. Il risultato non poteva che essere un insegnamento il quale include in sé “continuità e discontinuità”:  continuità in quanto il significato previamente inteso viene mantenuto, discontinuitá in quanto sulla base della nuova situazione culturale si è aggiunto un approfondimento o una differenziazione prima non presenti.
Le parole del Santo Padre rappresentano un autorevole sprone ai pensatori cattolici perché continuino e intensifichino la riflessione sul concilio in conformità all’ermeneutica della riforma e la diffondano tra i fedeli, cosicché il rinnovamento avvenga nella continuità, cioè nella fedeltà a una “costituzione essenziale della Chiesa che viene dal Signore”. Esattamente questo è lo scopo del presente volume sul Vaticano II, indicato espressamente nel suo titolo:  “Rinnovamento nella tradizione”(Matthew L. Lamb & Matthew Levering, Vatican II. Renewal within Tradition, Oxford University Press, 2008, pagine 462). I due curatori, il decano e un professore della facoltà teologica dell’università statunitense Ave Maria in Florida, hanno invitato ventidue studiosi, quasi tutti dell’area nordamericana, a presentare i documenti del concilio sulla linea di una esegesi che, mentre mette in luce la loro dinamica riformatrice, ne evidenzia al tempo stesso la fedeltà a una tradizione normativa per tutta la Chiesa.
Gli stessi curatori osservano che i documenti del concilio presentano notevole varietà. E mentre di tutti va detto che non “rompono” con il precedente insegnamento della Chiesa, occorre anche dire che ciò non significa che tutti integrino in sé il passato nel medesimo modo o nella medesima misura. Parimenti la continuità con la tradizione non significa ripetizione statica, bensì una continuità o complementarità che lascia spazio per un vero rinnovamento.
In questa prospettiva di novità nella continuità sta la forza del concilio Vaticano II per un cammino in avanti capace di affrontare oggi sfide, almeno in parte, non note ai padri conciliari. C’è stato indubbiamente uno sviluppo nella dottrina della Chiesa, ma sulla traiettoria della tradizione. Quindi l’ermeneutica appropriata deve essere nella sua specificità teologica. Il risultato complessivo del volume è una lettura che cerca di comprendere e far comprendere come la novità nei testi si ricolleghi alla tradizione. Naturalmente lo scopo del volume non è di dire l’ultima parola sull’interpretazione del Vaticano II, ma semplicemente di presentare una interpretazione persuasiva che a sua volta costituisca uno stimolo ad altri studiosi a recare essi pure un loro contributo.
In generale va detto che la linea lungo la quale gli autori argomentano è, non tanto quella, negativa, di inseguire le molteplici interpretazioni basate sulla prospettiva ideologica di una “apertura sul mondo” quasi che questo sia normativo per l’opera della Chiesa, quanto piuttosto quella positiva di mettere in luce come le novità del concilio si colleghino con l’insegnamento tradizionale.
La serie dei contributi si apre con quello del cardinale Avery Dulles sui primi tre capitoli della costituzione dogmatica Lumen gentium. L’autore sfata l’idea che il concilio abbia operato una rivoluzione nei confronti della natura della Chiesa, diventata poi popolare come la contrapposizione, tra Chiesa pre e postconciliare. L’espressione “popolo di Dio”, introdotto nel secondo capitolo, è atto ad esprimere adeguatamente la natura della Chiesa solo in unione con l’idea neotestamentaria della Chiesa come corpo mistico di Cristo e quindi con quella di sacramento universale di salvezza, e non come alternativa a questa concezione. Ed è ancora in connessione con un’ecclesiologia sacramentaria che il concilio ha potuto riconoscere che anche i credenti al di fuori della Chiesa cattolica hanno un legame intrinseco con l’unica Chiesa di Cristo, diverso a seconda degli elementi di fede e di comunione sacramentale conservati dalle rispettive confessioni, e insieme mantenere la precedente dottrina espressa nell’enciclica Mystici corporis secondo la quale il mistero della Chiesa è realizzato in modo pieno nella Chiesa cattolica. La stessa novità nella fedeltà alla tradizione vale anche per la dottrina della collegialità come appartenente alla struttura gerarchica della Chiesa. Tant’è vero che il concilio Vaticano i aveva previsto di trattare di essa in una seconda costituzione sulla Chiesa.
Il cardinale Francis George arcivescovo di Chicago, ha contribuito al volume con un eccellente articolo intorno al decreto sull’attività missionaria della Chiesa Ad gentes. Egli guida il lettore a un’intelligenza teologica di questa attività connessa con la natura stessa della Chiesa:  la missione si fonda sul piano universale di salvezza del Padre e sulla missione visibile e storica del Figlio alla quale si accompagna la missione invisibile dello Spirito Santo quale anima della Chiesa. Scopo della missione è di condurre tutti gli uomini alla fede in Cristo, unico mediatore della salvezza. George perora fortemente perché si mantenga il termine “missione” nel significato specifico di annuncio di Cristo a quanti non lo conoscono.
Conseguentemente egli denuncia uno spostamento di prospettiva avvenuto nel dibattito e nella recezione pratica del decreto dopo il concilio. Mentre questo aveva toccato, sia pure brevemente, il tema della promozione umana quale conseguenza dell’evangelizzazione e il tema del dialogo, oggi più che mai indispensabile per entrare in rapporto con culture rimaste finora al di fuori di un reale contatto con la rivelazione cristiana, la promozione umana è diventata poi quasi lo scopo principale, se non addirittura unico, della missione, mentre il dialogo è diventato un’alternativa al mandato di Cristo di portare a tutte le genti il suo vangelo.
Della Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane Nostra aetate Arthur Kennedy si sofferma in particolare sulla relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico. Una relazione che fin dall’inizio, secondo l’insegnamento dell’apostolo Paolo, è stata segnata da una tensione. Infatti mentre da una parte la fede del “nuovo popolo di Dio” ha avuto inizio della vocazione di Abramo e ha in comune con i giudei il patrimonio spirituale dell’Antico Testamento, dall’altra i giudei non hanno accettato Gesù, “anzi non pochi si sono opposti alla diffusione del suo Vangelo”. Una siffatta tensione ha, nel corso dei secoli, caratterizzato in maniera mutevole i rapporti tra i due popoli sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista teologico. E’ quindi antistorico parlare di una monolitica tradizione di antisemitismo che il concilio Vaticano II avrebbe rovesciato. Rifacendosi al filone di continuità, mai rinnegato dalla Chiesa, l’autore cita l’insegnamento del concilio tridentino ripreso poi dal Catechismo della Chiesa Cattolica (1993). Sulla stessa linea il Vaticano II, senza celare le colpe dei singoli credenti, esorta pressantemente i cattolici al rispetto e al dialogo con i nostri fratelli maggiori.
La Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae è il documento che per i sostenitori dell’ermeneutica della rottura rappresenta il caso più vistoso di discontinuità. L’autore del relativo capitolo, F. Russell Hittinger, offre al lettore un eccellente approfondimento della libertà religiosa nella moderna cultura dei diritti civili, con particolare attenzione alla tradizione degli Stati Uniti d’America. Questa, come ha osservato il Papa nella sua allocuzione natalizia, ha creato un modello di stato “diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese”, e ha così impostato in modo nuovo il problema delle varie religioni presenti in un medesimo stato. Centrale nel contributo di Hittinger è l’affermazione che il Concilio si è limitato a un aspetto ben preciso nel rapporto Stato-religione:  ogni uomo ha diritto a esercitare liberamente la dimensione religiosa del suo essere, mentre lo Stato ha il dovere di proteggere questo diritto. Pur senza attribuire allo Stato la capacità di giudicare della verità della religione, la Dichiarazione non separa del tutto lo Stato dall’ordine della verità in materia di religione, e quindi non fa sua la logica neutrale o indifferentista propria di un certo modo di intendere la separazione tra Stato e Chiesa. Conseguentemente il concilio, mentre riconosce allo Stato il diritto di regolare l’esercizio pubblico della religione in conformità alle esigenze obiettive dell’ordine morale, si attende che lo Stato riconosca l’influsso positivo che la religione può avere sulla società. La libertà religiosa, che la Chiesa rivendica per tutti, non è libertà meramente negativa. La dottrina tradizionale che riconosce alla sola verità un diritto obiettivo non è negata, bensì demandata all’ordine morale che tocca il singolo nella sua coscienza.
Lamb al termine del volume, afferma di aver inteso recare “un piccolo contributo a un’impresa ormai in corso nella vita della Chiesa” e alla quale le parole del Papa hanno impresso nuovo vigore. Gli autori hanno interrogato l’intero concilio secondo una prospettiva teologica e insieme spirituale, storica e pastorale, al fine di renderne più accessibile il messaggio.

(©L’Osservatore Romano – 10 gennaio 2009)

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