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Il parroco di Antiochia e la Cronaca del suo piccolo gregge

6 gennaio 2009

di Egidio Picucci

“Mi servo della Cronaca che mi arriva puntualmente da Antiochia, come lettura spirituale”. Lo ha scritto a padre Domenico Bertogli, parroco della piccola comunità cattolica di Antiochia, il gesuita svizzero padre Joseph Hug, grato che ogni anno gli si offra l’opportunità si sentirsi unito ai discepoli che in questa città “per la prima volta furono chiamati cristiani”.
Padre Hug ha ragione; anche se dovrebbe aggiungere che la Cronaca – che padre Domenico invia pure al Papa – non si sofferma solo sulla vita del minuscolo gregge locale, ma spazia oltre l’ombra del campanile, offrendo un prezioso riassunto di quanto accade in Turchia in un anno, ricca e puntigliosamente attenta ai particolari che la grande stampa ignora o non  ha  coraggio  di segnalare. Nessun quotidiano italiano, per esempio, ha  riportato  le  parole  scritte  sul “Cumhuriyet” del 24 dicembre 2007:  “È ridicolo affermare che il proselitismo dei cristiani sia un pericolo per la Turchia. Come potrebbero farlo, se rappresentano solo l’1,5 per mille? Sono solo provocazioni di gruppi che vogliono fomentare l’ostilità verso gli stranieri, parlando di questo pericolo artificiale e inesistente”.
Altre notizie interessanti riguardano la vita civile, come l’emendamento della legge che permetterà alle studentesse di accedere all’università con il velo, approvato con 403 voti favorevoli e 107 contrari; il censimento della popolazione (70.487.917 residenti, 3.700 mila all’estero); la decisione di ricostruire il ponte di Diocleziano sull’Oronte, distrutto nel 1970-71, proprio ad Antiochia; il numero dei morti sulle strade (3.459, più 149.140 feriti); il divieto di fumare non solo nei locali pubblici, ma anche alla guida della propria auto; il carovita, che ha impoverito perfino la Festa del sacrificio (festa principale per l’islam); gli auguri che il primo Ministro, Tayyip Erdogan ha fatto a Natale a tutti i cristiani presenti nel Paese; l’apertura di un aeroporto in Antiochia (tre voli settimanali da Istanbul). Annotazioni brevi, essenziali, ma che dimostrano come padre Domenico si è fatto “turco con i turchi” in tutto, atteggiamento che gli ha consentito di contribuire a mantenere quell’armonia civico-religiosa che ha fatto (e fa) di Antiochia un’isola felice in tutto il territorio nazionale.
Ovviamente la parte principale della Cronaca riguarda il mondo religioso, perché in Antiochia, per un’indefinibile sensazione, si respira un’atmosfera particolare che non si trova in nessun altro luogo “cristiano” sopravvissuto ai terremoti e alle invasioni:  chi c’è stato è sicuro di aver lasciato l’anima tra i vicoli della città o nella Grotta di San Pietro, nella quale è ancor lecito trovare le orme di scene e di fatti lontani, o nel triangolo interreligioso al centro della vecchia città, in cui si concentrano la chiesa cattolica, la sinagoga, la moschea e la chiesa ortodossa. E questo perché Antiochia, che sembra fuori d’ogni nostra geografia, più che dei suoi abitanti è dei pellegrini di tutto il mondo. Pochi nomi biblici sono più suggestivi del suo per la quantità e la qualità dei ricordi che racchiude e che costituiscono una misteriosa eredità dello spirito.
La prova sta nei 181 gruppi che si sono succeduti nella missione da aprile a novembre; nelle lettere di chi è passato in città e ricorda “l’esperienza fatta, punto di partenza per capire che la Chiesa non ha solo dimensioni locali, ma universali quando si apre agli altri e sente l’urgenza di una comunione universale”.
Varia la provenienza, che va dall’Europa all’America e all’Asia, da dove arrivano gruppi di filippini e di coreani, impeccabili nella rigida disciplina che li distingue ed esemplari in un raccoglimento che li fa sembrare più cristiani. Essi, più di ogni altro, ricordano che l’evangelizzazione in Antiochia è stata portata dai laici.
Tra i pellegrini anonimi si mischiano vescovi, politici, diplomatici, giornalisti, architetti, registi (uno, originario di Harbye – l’antica Dafne – ha girato un documentario su “I sette cortili” di Antiochia), biblisti, iman musulmani. Uno di loro si è fermato nella cappella con i cattolici che recitavano i Salmi, che ha trovato “molto belli”, al punto da chiedere un salterio, che padre Domenico gli ha dato con una copia del Vangelo. Stranezze? Può darsi, ma ad Antiochia succedono veramente.
Come succede che un protestante svedese, ospite della casa di accoglienza, tutte le mattine abbia potuto salutare l’alba suonando con una tromba vichinga due inni religiosi sulla terrazza della missione. In altre città avrebbero gridato al proselitismo; in Antiochia hanno aperto le finestre per sentirlo meglio. Questo e altro nella Cronaca che riporta quanto la comunità cattolica vive spesso in compagnia di fratelli di fede che arrivano in cerca delle radici cristiane che qui affiorano come fili di luce dai cretti della fertile pianura dell’Athay.

(©L’Osservatore Romano – 5-6 gennaio 2009)

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