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La Chiesa per “La Repubblica”: calo di audience o avanzata neo-guelfa?

5 gennaio 2009
di Davide Rondoni su avvenire.it del 4 dicembre 2008

Avete presenti quelli che dicono una cosa e intanto fingono di non dirla? O quelli che parlano, insistendo, su una cosa che non c’entra nulla con l’argomento o la situazione in corso? Tipo quelle scene che si vedono in certe commedie all’Italiana. Beh, a volte taluni articoli fanno quest’effetto. Anche se portano firme ‘illustri’ della Repubblica come quella di Giovanni Valentini e gli argomenti meriterebbero trucchi non da commedia. Valentini, introducendo ieri il suo pezzo con una serie di «non si dovrebbe», «sarebbe forse irrispettoso» o «è di certo inadeguato» e simili, si fionda poi a sostenere che al Papa in fondo gli sta proprio bene un calo d’audience.

Come parlasse di Domenica In. Naturalmente, dopo i salamelecchi iniziali, a Valentini non par vero di poter spiegare al popolo dei lettori di Repubblica le vere cause di questo calo di presenze alle udienze del Papa. Tralasciando inoltre di approfondire il fatto che tali dati sono stati diffusi dal Vaticano, a ironica dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la Chiesa certo non ragiona in termini di audience. O citando solo di sfuggita che in tutti gli appuntamenti papali in giro per il mondo si hanno presenze record. Da gran giornalista, gli viene il dubbio che forse un normale effetto ‘fine della novità’ può contare. Sarebbe bastato un piccolo controllo e avrebbe constatato che i numeri odierni delle udienze papali sono tornati a essere più o meno quelli del pontificato del grande Giovanni Paolo II. Fine della novità, appunto. Ma, intanto, il copione della gag è fissato. E allora offre ai suoi lettori un pastone di cose che non c’entrano nulla l’una con l’altra, tra imprecisioni anche gravi e luoghi comuni.

A questi giornalisti è inutile chiedere di provare a uscire da un modo improprio di guardare il fenomeno Chiesa? Magari per criticarlo, ma suvvia con un po’ di originalità? Per esempio, ho provato varie volte a spiegare a costoro che la Chiesa e i fedeli conoscono i propri mali, che la storia millenaria è percorsa da figure di santi da Francesco a Madre Teresa, di martiri e di papi che indicano alla Chiesa i suoi mali, o le debolezze (ma quelle reali, non quelle che fanno audience sui giornali). E che tutto questo ha animato grandi tensioni e grandi conversioni. E nuovo amore alla Chiesa. Loro credono invece che si aspetti il numero di Repubblica in edicola per pensarci. Diciamolo chiaro: alla Chiesa dell’audience non gliene interessa nulla. Non si misura sui dati di ascolto, mai si è fatta vanto dei numeri. Forse a Repubblica faticano a credere che esista un fenomeno così importante che però sfugge alla logica del successo, e che è interessato alla fede, alla speranza e alla carità. Ma si rassegnino.

E piuttosto, mostrino attenzione a quante cose preoccupanti hanno audience nella nostra società e sulle quali potrebbero applicare meglio il loro senso critico. Spendono molte energie per attaccare la Chiesa, ma certi fenomeni forse non del tutto salubri per la nostra società e che hanno grandi audience li trattano coi guanti o quasi. E qualcuno spieghi a Miriam Mafai, altra giornalista dello stesso quotidiano, che salutare allo stesso modo come progressi della scienza il trapianto di cuore e la pastiglia per l’aborto del giorno dopo non è solo scientificamente tragicomico, ma è un’offesa alle tante donne che per quella pastiglia di morte facile hanno sofferto parecchio e per la natura stessa dell’essere donne e madri. La coppia di grandi firme deve poi un poco accordarsi, perché se uno parla di «calo d’audience» l’altra poi come fa a parlare di «avanzata neoguelfa»?

Certo, Repubblica è un giornale politico, e dunque alla fine non a caso Valentini si sofferma su quel che per lui è scandaloso. E cioè che il Vaticano – in quanto Stato autonomo – si sia stancato di dover recepire automaticamente leggi confuse e a volte moralmente dubbie. Provino, questi giornalisti, a chiedere in giro alla gente se forse non la pensa allo stesso modo sulla giungla di leggi che produce lo Stato italiano. Invece piuttosto che guardare il problema recitano la parte assegnata.

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