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L’Africa stremata da miseria e conflitti

30 dicembre 2008

di Pierluigi Natalia

In Africa anche il 2009 si apre con drammatiche emergenze e irrisolte tragedie. Falcidiata da malattie e miseria e ostaggio di conflitti molto spesso ultradecennali – ciascuno con sue specifiche caratteristiche, ma tutti accomunati dalla depredazione delle ricchezze del continente – l’Africa, soprattutto nelle sue regioni subsahariane, è il luogo dove più sarebbe necessario rivedere i rapporti e le priorità della comunità internazionale.
L’Africa paga il prezzo più alto alle tragedie della nostra epoca, quelle che tolgono ogni speranza di futuro a tutti e soprattutto ai bambini, come si è espresso il Papa nel messaggio natalizio. I riferimenti fatti da Benedetto XVI allo Zimbabwe, alla Repubblica Democratica del Congo, al Sudan e alla Somalia, sono alcuni esempi più evidenti di queste tragedie che accompagnano e minacciano la vita di pressochè tutte le popolazioni africane.
Nel Corno d’Africa, in un anno è raddoppiato il numero delle persone minacciate dalla morte per fame. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nei prossimi due mesi è a rischio la sopravvivenza di venti milioni di persone. In Kenya ogni giorno muoiono 473 bimbi di età inferiore a cinque anni, e ogni ora perdono la vita cinque neonati per cause tutte prevenibili.
Nell’Africa subsahariana vivono il 67 per cento dei sieropositivi al virus Hiv e muoiono il 75 per cento dei malati di Aids, secondo i dati riferiti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Delle oltre 530.000 donne che muoiono ogni anno per cause legate a gravidanza e parto, la metà sono africane.
Poi ci sono le guerre, che sembrano non finire mai. Le tregue tante volte proclamate sono quasi sempre violate e raramente si consolidano gli accordi e i processi di pace. Tra le varie crisi – soprattutto, ma non solo nella regione dei Grandi Laghi – ci sono interconnessioni complesse e irrisolte. Quasi sempre, come ha dimostrato la storia degli ultimi decenni e come dimostrano anche le vicende di questi giorni, le crisi non restano mai davvero localizzate, ma attraversano i confini, tanto con i gruppi armati quanto con le colonne di profughi sempre più numerosi.
Lo Zimbabwe, un tempo il granaio d’Africa, è oggi un Paese completamente collassato. La produzione alimentare è crollata in seguito a una contestata riforma agraria imposta cinque anni fa da Mugabe, al potere fin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1980. Il Paese è da allora precipitato in una crisi economica senza fondo con un’inflazione fuori controllo. Mugabe ha conservato il potere anche dopo le ultime elezioni viziate, a giudizio concorde degli osservatori internazionali, da pesanti brogli e irregolarità che hanno defraudato della vittoria Morgan Tsvangirai, il leader del Movimento per il cambiamento democratico, risultato comunque maggioritario in Parlamento. Anche la dichiarata disponibilità di Mugabe a condividere il potere con Tsvangirai non si è tradotta in azioni concrete.
Nel 2008 la grave malnutrizione fra i bambini zimbabwani è cresciuta di oltre il 60 per cento rispetto al 2007. Secondo tutti i rapporti internazionali, mancano almeno 18.000 tonnellate di cibo per il solo mese di gennaio. Circa cinque milioni di abitanti dello Zimbabwe, la metà della popolazione, dipendono ora da aiuti alimentari per sopravvivere.
Non si riesce ancora ad arginare l’epidemia di colera diffusasi da agosto e resa particolarmente devastante dal collasso delle infrastrutture, a partire dagli acquedotti, e dalla crisi sociale che ha ripercussioni pesanti sul sistema sanitario. I tassi di mortalità registrati finora sono più di cinque volte superiori a quelli giudicati purtroppo normali dall’Oms. Mentre la gente muore perché senza cibo e senza medicine, l’inflazione ha toccato i 231 milioni per cento annui, e si continuano a stampare banconote che valgono meno della carta su cui sono impresse.
Nella Repubblica Democratica del Congo, da agosto sono riesplosi i combattimenti nel Nord Kivu, al confine con il Rwanda, e si sono aggiunti nuovi anelli alla tragica catena degli orrori della guerra, le stragi, le violenze di massa sulle donne, i villaggi in fiamme, gli oltre seicentomila profughi minacciati continuamente dalle violenze delle parti belligeranti. Né il Nord Kivu è l’unica zona di crisi della tormentata frontiera orientale congolese. Violenze continue, che talora provocano vere e proprie stragi, ci sono anche in Sud Kivu, al confine con il Burundi, nell’Ituri, al confine con l’Uganda, e nell’estremo nord-est della provincia Orientale, al confine con il Sud Sudan.
Dimensioni ancora più spaventose ha la tragedia che da quasi sei anni si protrae nel Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un conflitto civile che ha provocato almeno trecentomila morti e oltre due milioni e mezzo di profughi, in una delle maggiori emergenze umanitarie in atto nel mondo. Alla vigilia di Natale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato un aumento di bilancio destinato in gran parte al rafforzamento dell’Unamid, la missione congiunta dell’Onu e dell’Unione africana nel Darfur.
Per la Somalia gli ultimi due anni sono stati i peggiori di una tragedia che si protrae dal 1991, dalla caduta del regime di Siad Barre, in quello che è da tempo più una guerra per bande che un conflitto civile in senso stretto. Ancora pochi giorni fa, l’inviato dell’Onu per la Somalia, Ahmedou Ould Abdallah, ha parlato di un genocidio in atto che sta sacrificando intere generazioni. Dai primi mesi del 2007, ci sono stati oltre diecimila civili uccisi e un milione e mezzo di profughi. In tutto, tra rifugiati all’estero e sfollati interni, i profughi somali sono ormai oltre tre milioni, la metà dell’intera popolazione.
Le istituzioni di transizione somale insediate quattro anni fa con l’appoggio della comunità internazionale ormai sono al collasso. Nelle ultime settimane, la crisi interna di tali istituzioni è esplosa definitivamente, fino a portare alle dimissioni del presidente Abdullai Yusuf. Questi l’8 dicembre aveva rimosso il premier Nur Hassan Hussein e il suo Governo federale di transizione con l’accusa di incapacità di contrastare l’offensiva delle milizie islamiche. Il Parlamento aveva però confermato quasi plebiscitariamente la fiducia a Nur Hassan Hussein.
A inizio gennaio è previsto il ritiro delle truppe dell’Etiopia, intervenute due anni fa – su richiesta del Governo federale di transizione somalo – contro le milizie delle corti islamiche. Le frange più radicali di quest’ultime controllano ormai gran parte del Paese. Intanto, la pirateria – con un centinaio di abbordaggi solo quest’anno – ha reso le acque somale le più pericolose del mondo.

(©L’Osservatore Romano – 31 dicembre 2008)

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