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La Chiesa accanto alle donne che nel mondo vedono negati i propri diritti

28 dicembre 2008

di Helen Alford
Decano della Facoltà di Scienze Sociali
Pontificia Università San Tommaso d’Aquino

Nel suo ultimo discorso alla plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici Benedetto XVI ricordava il ruolo fondamentale delle donne, con la loro vocazione e il loro talento, nello sviluppo della comunità cristiana. Questo richiamo, profondamente attuale (cfr. “L’Osservatore Romano” del 16 novembre 2008) veniva riassunto con il titolo “La Chiesa ha bisogno in particolare delle donne”. Il dibattito si arricchisce ora di un ulteriore spunto, che potrebbe essere condensato in un nuovo titolo ben combinato con il primo:  “Le donne hanno bisogno della Chiesa”. Non soltanto le donne cattoliche, in questo caso, ma tutte quelle donne che in ogni parte del mondo soffrono, vedono negati i propri diritti, lottano  per  la propria dignità. Questo  emerge  dal convegno internazionale sul tema “Women and Human Rigths”, tenutosi recentemente a Roma presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, con la partecipazione di prestigiose esponenti del mondo politico europeo – Janne Matlary, docente di Scienze politiche all’università di Oslo, già membro del Governo norvegese e attuale componente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; Cherie Blair, avvocato, moglie dell’ex premier britannico e membro fondatore della “Matrix Chambers” – e di suore in rappresentanza delle comunità domenicane di ogni parte del mondo.
Il tema del convegno – che si inserisce tra le molte iniziative in ambito laico e cristiano per celebrare i 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani – si presta alla duplice lettura, quella che richiama l’attenzione sulle discriminazioni che ancora esistono nei diritti delle donne, e quella che considera le donne anche nel loro ruolo di promotrici e sostenitrici di questi diritti. “Women and Human Rights”, in sostanza, può essere inteso non solo come analisi del problema ma come riferimento positivo a quello che le donne stanno facendo e possono fare in difesa dei diritti umani. Questo vale per le donne in senso generale, ma per le suore in modo particolare se è vero quanto sostenuto nella Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II a proposito della “maternità spirituale” che rende le consacrate affidatarie della persona umana e capaci di una speciale sollecitudine verso i bisognosi.
Le numerose comunità di suore domenicane che operano in America Latina e nei Caraibi – ha spiegato Fabiola Velasquez, intervenendo alla tavola rotonda tenutasi nell’ambito del convegno – hanno una particolare vocazione a sostenere proprio le donne, nel loro essere lavoratrici, mogli e madri. Il progetto Compartir – condividere – nato in Colombia per aiutare economicamente e psicologicamente gli orfani e le vedove della guerra civile, promosso dalla congregazione delle Suore Domenicane della Presentazione cui appartiene la Velasquez, è uno dei tanti esempi di impegno concreto della Chiesa. Sono attualmente tremila le donne assistite con il progetto Compartir, e sono migliaia le donne e i bambini che hanno ricevuto una formazione scolastica grazie ad altri progetti per l’istruzione realizzati in Bolivia e in altri Paesi dell’area sudamericana. L’istruzione è un diritto fondamentale e uno strumento di vera promozione della dignità delle donne. Sono molti, dunque, i progetti di istruzione realizzati dalle domenicane in quelle aree dove, per discriminazione o mancanza di risorse economiche, alle donne è spesso precluso un percorso scolastico.
La comunità delle suore domenicane dell’Iraq, presente già dal 1877 a Mossul, e molto attiva anche a Baghdad, realizza progetti di istruzione per le fasce più povere della popolazione sia di fede cristiana sia musulmana e ha lavorato molto – come testimoniato al convegno da suor Nazik Matty – negli anni delle sanzioni economiche successive alla guerra del Golfo e nei periodi di ricostruzione dopo l’ultimo conflitto.
Ogni Paese ha le sue povertà e sofferenze, tanto quelli più sviluppati tanto quelli in via sviluppo, e le sorelle domenicane ne hanno conoscenza diretta per l’opera che svolgono ogni giorno. Se nei Paesi dell’Africa – in particolare Nigeria, Tanzania e Benin – la questione femminile riguarda soprattutto gli aspetti sanitari e quelli legati alla diffusione dell’aids – così come spiega suor Bernadette Duru – nell’area nordamericana i problemi più scottanti sono quelli della sperequazione economica e dell’emarginazione degli immigrati e delle fasce più deboli della popolazione. In un contesto come quello nordamericano – sostiene Toni Harris in rappresentanza di una delle comunità domenicane operanti nell’area – l’impegno per i diritti umani ha necessariamente un riflesso politico-economico e punta a rimuovere all’origine le cause dell’ingiustizia sociale.
In prima linea contro il commercio sessuale e la violenza sulle donne sono le sorelle domenicane della regione Asia-Pacifico – rappresentate al convegno per suor Reetha Mechery – che lavorano per esempio in Vietnam, un Paese che presenta realtà sociali molto problematiche. Un altro dei temi forti dell’area Asia-Pacifico è quello dell’identità culturale quale patrimonio da difendere, come cercano di fare ogni giorno le domenicane che operano a contatto con le comunità di filippini immigrati a Taiwan e con gli aborigeni dell’Australia.
La vocazione cristiana alla difesa dei diritti umani – questo è emerso dai lavori del convegno – non è solo la conseguenza di una tradizione e di una sensibilità particolare della Chiesa, ma il riflesso di una visione teologica e giuridica che vede la persona umana come creatura a immagine e somiglianza di Dio e che in virtù di questo attribuisce a ognuno la pari dignità e il diritto inalienabile alla vita. Su questi aspetti si è sviluppato l’intervento di Cherie Blair, la quale, dopo aver citato il pensiero di John Finnis circa la necessità di dare un fondamento cristiano ai principi universali del diritto, ha sottolineato come i diritti umani non possano essere considerati una variabile crescente o calante nei diversi momenti della vita degli uomini ma elementi costanti, da tutelare con forza ancora maggiore quando sono coinvolti soggetti deboli – anziani, malati – e quando si tratta di difendere la vita sin dal momento del concepimento contro le tesi abortiste che vedono prevalere il diritto della madre alla gestione delle propria maternità sul diritto del nascituro.
L’aborto è la negazione del diritto fondamentale alla vita sancito nella Dichiarazione universale del 1948, così come la fecondazione eterologa è la negazione di un altro diritto fondamentale, sancito nella Carta dei diritti del bambino, quello a conoscere i propri genitori e a essere cresciuto ed educato dagli stessi. Su questi aspetti si è soffermata nel proprio intervento Janne Matlary, sottolineando come il relativismo culturale e il compromesso politico abbiano annacquato negli ultimi decenni la portata della Dichiarazione, e mettendo in luce le contraddizioni del mondo occidentale che si è fatto promotore di principi fondamentali e che oggi è il primo a inquinare in nome di un relativismo che mette sullo stesso piano diritto alla vita e diritto all’aborto.

(©L’Osservatore Romano – 27-28 dicembre 2008)

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