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La storia non è il racconto di un idiota

23 dicembre 2008

di Paolo Fornari

Il problema fondamentale dell’uomo è quale ordine dare alla propria esistenza. Nel dare forma alla società non si può prescindere dalla questione della verità. Per questo la riflessione sull’ordinamento politico deve approfondirsi fino a divenire antropologia e metafisica. È questo principio a ispirare la ricerca di Eric Voegelin, dai primi anni Venti del Novecento fino alla metà degli anni Ottanta.
Formatosi alla scuola di Hans Kelsen, padre del positivismo giuridico contemporaneo, Eric Hermann Wilhelm Voegelin si distanzia assai presto dal suo maestro, nella convinzione che l’ordine della società debba radicarsi in quello dell’anima, e che questa possa essere illuminata solo dall’incontro con il fondamento trascendente dell’essere. Compito della riflessione politica non può essere, come vorrebbe Kelsen, la semplice definizione di modelli “democratici”, quasi che la democraticità di un ordinamento bastasse a garantirne il valore esistenziale. Il senso dell’esistere politico, la possibilità di istituire una società che meriti la qualifica di “umana”, non possono essere il semplice risultato di una procedura elettorale, ma vanno ricercati nell’idea di ordine che il potere politico realizza (The new science of politics, 1951). Un leader è veramente rappresentativo nella misura in cui i membri della società possono riconoscersi nell’idea che egli incarna. I faraoni non erano eletti democraticamente e tuttavia la loro azione era considerata consustanziale all’atto ordinatore divino, né i profeti israeliti avevano bisogno di alcuna legittimazione democratica per indicare al popolo la volontà di Yahwè.
Certo, si può anche sorridere di fronte a simbolizzazioni tanto ingenue ai nostri occhi, e vedere in esse il risultato del processo di sublimazione di ben più prosaici rapporti di potere:  l’uomo moderno sembra essere troppo adulto per accettare simili forme di legittimazione. Tuttavia la pretesa maggiorità dell’evo moderno è smentita dal prosperare – proprio nel secolo in cui le ideologie del progresso riponevano le massime speranze – di ordinamenti totalitari che interpretano la propria esistenza nei termini di una vera e propria escatologia politica, che attribuisce a un particolare ordinamento, sotto la guida di un leader messianico, la missione salvifica di riscattare l’intera umanità (cfr. Die politischen Religionen, 1938 e Religionsersatz. Die gnostischen Massenbewegung unserer Zeit, 1960). Contro tali forme di legittimazione dell’ordine politico il democraticismo agnostico può ben poco. Quando, infatti, il pensiero si appiattisce sulla definizione di modelli considerati rappresentativi, la dimensione esistenziale del politico non giunge neanche a consapevolezza teorica e il dibattito è destinato a degradare nella contrapposizione dogmatica di paradigmi opposti.
Il punto non è difendere o criticare la democrazia, ma cercare di comprendere la realtà nella sua totalità e capire che le dinamiche della rappresentanza politica coinvolgono una ben più profonda dimensione esistenziale. La riflessione non può liberarsi facilmente della domanda di senso che l’uomo porta con sé in ogni ambito della sua vita, ivi compresa l’esperienza politica. Bisogna pertanto interrogare la concreta realtà della vita, laddove gli uomini di ogni epoca e tempo si rapportano con il mistero del proprio esistere. Solo a questo livello si rende manifesta quell’esperienza di “coinvolgimento nell’essere” in virtù della quale l’uomo si scopre inserito in un ordine che lo trascende, al quale deve adeguare la propria azione. È in questa prospettiva che i totalitarismi del xx secolo possono essere ricondotti alla loro origine più radicale, in una grave deformazione delle strutture dell’esistenza; solo una profonda alienazione dalla realtà può privare intere generazioni delle più elementari facoltà di discernimento fra bene e male.
Ma una deformazione può essere riconosciuta solo quando una forma retta si sia resa manifesta; e a offrire gli standard di umanità per un simile giudizio è la storia stessa. Vi sono stati momenti, nella storia umana, in cui la verità dell’esistenza si è manifestata come mai prima di allora. Esperienze di questo tipo sono state la nascita della filosofia in Grecia, la Rivelazione giudaica e l’Incarnazione, in virtù della quale la verità dell’uomo nella sua strutturale relazione con il Dio trascendente, si è manifestata in pienezza. È in seguito a esperienze di questo tipo che l’uomo, divenuto portatore della verità dell’anima può ergersi a giudice dell’ordine sociale. E a questo punto l’alternativa fra una vita secondo verità e la resa alle forze del disordine si fa radicale. Quando, infatti, il mondo è privato delle divinità pagane si apre pienamente il campo della libertà umana, suscettibile di dispiegarsi tanto nell’obbedienza quanto nella ribellione a Dio. La verità dell’esistenza non è un costrutto dottrinale, bensì il frutto di concrete esperienze storiche, le quali possono essere rifiutate solo a costo di deformare la realtà. In questa direzione si è mossa la modernità occidentale, dominata dall’attesa gnostica di un’autoredenzione della realtà e dalla parallela “decapitazione del mondo” attraverso il rifiuto di Dio. Siffatte concezioni, in quanto risultanti dalla deformazione della realtà, non possono che costituire un grave fattore di disordine. E quando si distorce la verità dell’esistenza, la distorsione non può che determinare la distruzione stessa dell’uomo.
Alla riflessione sui fenomeni dell’ordine e del disordine Voegelin ha dedicato tutta la sua ricerca, dagli anni viennesi fino al 1985, anno in cui la morte del filosofo ha interrotto la stesura del suo Order and history. In effetti, il grande merito di Eric Voegelin è aver tentato di ricondurre ogni forma di ordinamento sociale a quel concreto presente in cui ogni uomo si scopre investito del compito di dare forma al proprio esistere. Ogni civiltà, nel tempo che le è dato da vivere, dà una particolare risposta alla questione dell’ordine. Ma se il processo storico non è una successione insensata di civiltà è perché nel corso di esso la misura stessa dell’essere si è rivelata. La storia non è il racconto di un idiota, in quanto scritta nella collaborazione tra Dio e uomo.
Pur con tutte le riserve che si possono muovere alla riflessione voegeliniana – come la non sufficiente distinzione fra l’Incarnazione e le altre “esplosioni spirituali” – non si può non riconoscere il valore di un metodo che aspira a una comprensione sostanziale della realtà politica, almeno fino al punto di riconoscere che la Rivelazione rappresenta il massimo della promozione umana e che la rimozione di Dio dalla società deve inevitabilmente terminare nella distruzione dell’uomo. In questo senso esso fornisce strumenti intellettuali preziosi nel confronto con il relativismo agnostico, vera e propria “malattia dello spirito”, da cui il pensiero occidentale, oggi come allora, rischia di essere sopraffatto.

(©L’Osservatore Romano – 24 dicembre 2008)

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