Skip to content

Il riflesso dei Vangeli apocrifi in una pittura scomparsa delle catacombe di San Valentino sulla via Flaminia

21 dicembre 2008

di Fabrizio Bisconti

La complessa affabulazione letteraria prodotta dagli scritti apocrifi entra nel repertorio iconografico cristiano sin dalla fine del secolo iv e trova la manifestazione più distesa e sorprendente nell’arco trionfale della basilica romana di Santa Maria Maggiore sull’Esquilino, ove rimane pressoché intatto il programma decorativo concepito da Sisto iii (432-440) all’indomani del concilio efesino, che, come è noto, definisce e proclama Maria come Theotòkos.
Ma altri monumenti iconografici meno noti, eppure estremamente eloquenti, rievocano gli episodi evangelici, secondo le correzioni apocrife, che amplificano e costellano di aneddoti gli episodi relativi alla nascita di Cristo, muovendosi dal momento dell’Annunciazione alla fuga in Egitto.
Uno di questi documenti si conserva nel cimitero romano di San Valentino che, nonostante i lavori accurati eseguiti dai responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, mostra i segni delle manomissioni sofferte nel corso dei secoli e della rovinosa frana, che compromise gran parte del monumento, nel febbraio del 1986.
Le catacombe di San Valentino si sviluppano al ii miglio della via Flaminia, nel declivio nord-ovest del monte Parioli, dove è ancora visibile anche una necropoli di superficie, costituita da una fila di mausolei. Qui, con ogni probabilità, ebbe sepoltura un martire, intorno alla cui tomba fu prima edificato una sorta di recinto, a segnalazione e delimitazione della memoria e, in seguito, un edificio basilicale che conobbe varie fasi costruttive, alcune ben documentate dalle fonti e riferibili all’attività edilizia dei Papi Giulio i (337-352), Onorio i (625-638), Teodoro (642-649), Benedetto ii (649-685), Adriano i (772-795) e Gregorio iv (827-844).
Ai lavori eseguiti durante il pontificato di Teodoro, tra i più consistenti del vii secolo, dobbiamo riferire anche la decorazione pittorica dell’ambiente di accesso alla catacomba, sorta già nel iv secolo e organizzata su due piani nel fianco della collina dei Parioli.
Il vano di accesso – sicuro ampliamento, nel corso del iv secolo, di una più antica galleria, della quale si notano ancora le tracce della volta – fu oggetto di vari interventi, da connettere, evidentemente, a una qualche ragione di culto, che si protrasse sino al vii secolo, quando, appunto, fu di nuovo affrescato, segnando, in tal modo, una delle ultime fasi di un lungo e ininterrotto itinerario costruttivo e cultuale.
Di esso disponiamo di un’accurata descrizione, corredata da pregevoli disegni, redatta da Antonio Bosio, che nel 1584 scoprì le catacombe. Seguendo le sue indicazioni, possiamo ricostruire l’intero programma decorativo. Nella parete di ingresso e in quella destra e sinistra si sviluppa una teoria di santi orientali e occidentali, tra i quali si riconobbe san Lorenzo. La parete di fondo, procedendo da sinistra verso destra, presentava una scena di visitazione, una nicchia ove è raffigurata la Madonna con il Bambino, definita dalla didascalia s (an)c (t)a Dei Genetrix, due scene oggi scomparse su cui ci soffermeremo, purtroppo distrutte durante la trasformazione della catacomba in cantina, e una scena di Deèsis, con il Crocifisso tra Maria e san Giovanni.
Proprio sopra la nicchia, si trovava una delle due scene scomparse:  una donna era raffigurata nell’atto di tendere la mano verso un bambino fasciato e posto su una culla. Se di questa scena – dopo i recenti restauri – restano esigue tracce pittoriche, per l’altra rappresentazione dobbiamo avvalerci esclusivamente della testimonianza del Bosio, che disegna, a destra della nicchia, due donne che lavano un bambino nudo e nimbato situato in un recipiente; a sinistra si leggeva la didascalia “Salome”, della quale resta ancora oggi qualche lettera.
Le due scene traggono ispirazione da quel gruppo di vangeli apocrifi, generalmente definiti della Natività e dell’infanzia e il nucleo fondamentale e più antico va ricercato in un luogo del cosiddetto Protovangelo di Giacomo, altrimenti conosciuto con il titolo Natività di Maria. Di questo scritto ci interessano i capitoli 19 e 20, ove si narra l’incontro di Giuseppe con una levatrice ebrea che non credeva al parto verginale della Madonna. Constatata la veridicità delle affermazioni di Giuseppe, ella uscì dalla grotta e, vedendo passare un’altra ostetrica, la chiamò, dicendo:  “Salome, Salome, ti devo raccontare un grande prodigio:  una vergine ha partorito contro le leggi della natura”. Rispose Salome “Come è vero Iddio, se non avrò esaminato la sua natura non crederò mai che una vergine abbia partorito”. L’ostetrica entrò – continua lo scritto apocrifo – e disse a Maria:  “Preparati, perché è stato messo in dubbio il tuo caso”. E Salome, mentre sentiva la natura di Maria, emise un grido, dicendo:  “Maledetta sia la mia empietà e la mia incredulità, perché ho tentato Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, come arsa dal fuoco”. Dopo aver invocato l’aiuto del Signore, alla donna apparve un angelo, che le disse:  “Il Signore ti ha esaudito, accosta la tua mano al bambino e prendilo, sarà la tua salvezza”. Salome fu guarita e giustificata.
I due capitoli fanno parte del nucleo più antico e a essi accennano esplicitamente Giustino (Dialogus cum Tryphone), Clemente di Alessandria (Stromata, vii, 16, 93), Origene (In Mattheum, 25-26) ed Epifanio (Haereses, 78, 7-10). In Occidente, l’episodio delle levatrici incredule circolò a mezzo di due testi latini quasi gemelli, redatti, nella loro stesura definitiva, durante il vi secolo e ora noti con il titolo di Infanzia del Salvatore. Le varie similitudini che essi presentano con il vangelo di Giacomo non comportano un pedissequo rapporto di dipendenza e, anzi, proprio laddove viene riferita la vicenda delle ostetriche, la narrazione diviene ampia e dettagliata, denunciando una certa autonomia. Mentre rimane pressoché intatta la dinamica narrativa relativa il prodigio occorso a Salome, il redattore si sofferma anche sulla prima donna, riportandone, intanto, il nome di Zachele o Zela. Anche essa, poi, esegue la visita a Maria, reduplicando l’azione della verifica della verginità.
Questa e altre varianti suggeriscono l’esistenza di una fonte antica confluita, oltre che nei codici gemelli, anche in un altro testo latino, che più ancora circolò ed ebbe fortuna in Occidente. Si tratta del cosiddetto Vangelo dello Pseudo Matteo, la cui redazione dovrebbe risalire, nella sua prima stesura, al iv secolo, con aggiunte e contaminazioni sino al vi e al vii. L’episodio delle ostetriche vi entra secondo una formulazione sobria e abbreviata, che vede la visita contemporanea delle due donne.
All’episodio – come si diceva – alludono variamente i Padri della Chiesa e già da epoca molto antica. Così, Clemente Alessandrino, a conferma del parto verginale, ricorda che Maria fu visitata da una levatrice e Gerolamo si scagliò contro questo tipo di leggende, ricordando che:  Nulla ibi obstetrix:  nulla muliercularum sedulitas intercessit. Ipsa pannis involvit infantem:  ipsa et mater et obstetrix fuit (Contra Helvidium, 8).
Gli affreschi di San Valentino si allacciano all’atmosfera artistica e religiosa che si era diffusa a Roma con l’avvento dei Papi greci, collegandosi ad alcuni lavori di manifattura siro-palestinese e, più, in generale, dell’Oriente mediterraneo e, segnatamente, a una formella ora alla John Rylands Library di Manchester, a un’altra conservata al British Museum di Londra e a una pisside ora esposta a Berlino.
Ancora al Bambino, per essere risanata, si rivolge Salome in un affresco della basilica romana di Santa Maria Antiqua:  da quanto si apprende dagli esigui resti, Maria, soltanto in questo caso, sembra partecipare alla guarigione, protendendo la mano destra. Questo prezioso documento iconografico, per tale motivo, sembra rappresentare l’anello di congiunzione con un altro impianto della scena, che vede l’ostetrica mentre mostra la menomazione a Maria, la quale, di conseguenza, assume atteggiamenti di mesta afflizione, fissando in figura il momento precedente il miracolo vero e proprio. Seguono tale formulazione una formella eburnea della Cattedra ravennate di Massimiano, un affresco del monastero copto di Baouït, un mosaico che decora l’oratorio di Giovanni vii in Vaticano e l’affresco, estremamente noto, di Santa Maria di Castelseprio.

(©L’Osservatore Romano – 21 dicembre 2008)

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: