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«Compagni d’armi» contro il totalitarismo

18 dicembre 2008

di Philippe Chenaux

La pubblicazione del carteggio tra Jacques Maritain e Yves Simon arriva al momento giusto. Preparata da lungo tempo dal circolo di studi Jacques e Raïssa Maritain e dal Yves-René Simon Institute, è stata possibile grazie all’iniziativa dell’Istituto internazionale Jacques Maritain di Roma e alla collaborazione di un giovane storico di talento, Florian Michel, specializzato nello studio del pensiero cristiano del Novecento. Ben noto ai ricercatori, questo carteggio è chiamato a occupare un posto importante fra i carteggi di Maritain già pubblicati. Certo, non ha né lo spessore né la profondità teologica di quello che il filosofo tomista ha tenuto con il suo grande amico teologo, il cardinale svizzero Charles Jornet. Indubbiamente, il nome d’Yves Simon, quel filosofo francese che svolse in pratica tutta la sua attività negli Stati Uniti dopo avere insegnato negli istituti cattolici di Lille e di Parigi, è meno conosciuto in Francia di quello di altri interlocutori di Maritain come Jean Cocteau, Julien Green, Emmanuel Mounier o ancora il filosofo Etienne Gilson. Le circa settecento lettere scambiate dai due amici, dal 1927 fino alla morte di Yves Simon nel 1961, meritavano tuttavia di essere conosciute da un pubblico più vasto. Costituiscono un documento di grande rilievo per la storia intellettuale del cattolicesimo del secondo trentennio del Novecento. Questo primo volume, che ricopre “gli anni francesi”, fino alla partenza oltre Atlantico – volontaria nel caso di Yves Simon nel 1938, obbligata nel caso di Maritain nel gennaio 1940 – dei due filosofi, è particolarmente interessante poiché corrisponde, per il cattolicesimo francese, a quel periodo di ricomposizione e di rinnovamento compreso fra la condanna dell’Action Française da parte di Papa Pio xi (dicembre 1926) e l’avvento della Francia di Vichy (giugno 1940).
Il nome di Maritain resta legato al movimento di rinascita tomista che si delinea dopo la prima guerra mondiale. Il filosofo appare, insieme a Etienne Gilson, come la figura guida di questo “ritorno alla scolastica” celebrato da Gonzague Truc dal 1919. Nato a Parigi nel 1882 in una famiglia protestante liberale – suo nonno, Jules Favre, fu uno dei padri fondatori della Terza Repubblica – convertitosi al cattolicesimo nel 1906 con sua moglie Raïssa, di origine ebrea russa, sotto l’influenza di Léon Bloy, Jacques Maritain, dal giugno 1914, insegnò storia della filosofia moderna nell’istituto cattolico di Parigi. Nato a Cherbourg nel marzo 1903 in una famiglia di antica stirpe normanna, Yves-René Simon fu all’inizio suo allievo. “Vi era attorno a lui un’aura di gloria nascente”, dirà in seguito (Yves Simon, My first memories of Jacques Maritain, “Notes et documents de l’Institut international Jacques Maritain”, 2/3, aprile-settembre 1983, pagine 107). Solo dal 1927 inizia tuttavia a frequentare regolarmente la casa di Maritain a Meudon in compagnia di altri giovani filosofi della sua generazione, come Etienne Borne, Olivier Lacombe e Jacques de Montléon. L’Action Française è stata da poco condannata da Papa Pio xi. È il momento in cui i discepoli di san Tommaso rimasti fedeli al Papa e alla Chiesa tentano di salvare il tomismo prendendo le distanze dalla scuola di Maurras. Una nuova generazione di riviste, come “La vie intellectuelle” fondata dai domenicani di Juvisy, “Nova et vetera” dell’abate Journet nella Svizzera romanda, la “Cité chrétienne” dell’abate Jacques Leclerq in Belgio, vede la luce nel mondo cattolico francofono. Cercano di difendere il “primato dello spirituale” – per riprendere il titolo dell’opera di Maritain che segna la sua rottura con il movimento monarchico – contro la “politica prima di tutto” di Charles Maurras. Yves Simon, che aveva svolto una tesi di metafisica nell’istituto cattolico sotto la guida di Maritain, è chiamato a collaborare a questa opera di salvataggio della philosophia perennis irradiando il pensiero dell’Aquinate in tutti gli ambiti dell’apostolato cattolico. Maritain l’incoraggia allora vivamente a non lasciarsi rinchiudere nella torre d’avorio della “filosofia amata di per sé” e a mantenere “il contatto con le realtà singole, di cui l’intelligenza metafisica, come buon peripatetico, non può fare a meno” (3 gennaio 1929). Nell’agosto 1930, il giovane discepolo si ferma “per qualche giorno” a Saulchoir, altro luogo mitico della rinascita tomista del dopoguerra. Si sta contemplando una ristrutturazione interna. Il giovane discepolo aiuta allora il suo maestro a fare luce su quelli che chiama senza mezzi termini i “valetudinari” della scuola – come per esempio padre Garrigou-Lagrange – in opposizione ai “dialettici” rappresentati da Maritain e dal suo gruppo (lettere del 19 giugno 1933 e 30 luglio 1932). Fino al 1934 la preoccupazione dominante resta quella della metafisica. I lunghi scambi epistolari, a volte molto tecnici, fra i due amici gettano una luce inedita sui dibattiti che agitano la comunità dei filosofi tomisti francesi all’inizio degli anni Trenta. Il dibattito attorno alla filosofia cristiana avviato da una conferenza di Gilson alla Società francese di filosofia ne fa parte. Nel 1932, mentre Simon si appresta a terminare la sua tesi sull’ontologia della conoscenza, Maritain pubblica il suo grande libro di epistemologia Distinguere per unire. I gradi del sapere. È l’occasione per Simon, che ha appena ricevuto i “bei fogli” del libro, di ricordare con enfasi la sua bocciatura nel tema di latino nel liceo Luis-le-Grand che, facendolo rinunciare alla Scuola Normale e all’agrégation, gli ha permesso di scoprire la sua vera vocazione. “A quale pericolo sono scampato! Al suo posto, giunto a lei mediante e per la filosofia, e mediante lei alla filosofia meglio compresa e amata, che gioie mi sono state riservate, dal primo corso su consiglio di padre Peillaube, fino al giorno, che non dimenticherò mai, in cui ho tenuto per la prima volta fra le mie mani i Gradi del Sapere! Benedetto tema di latino!” (lettera del 28 agosto 1932). Nel 1937, nel bel mezzo della tempesta provocata dalle sue prese di posizione sulla guerra di Spagna, Maritain ripete al suo amico quando conti su di lui “per il futuro del lebendige Thomismus” (lettera del 14 agosto 1937). In quel momento però i dibattiti metafisici cedono il posto a preoccupazioni più pratiche.
Gli eventi del 6 febbraio 1934 segnano indiscutibilmente una svolta nel carteggio. Di fronte all’avanzare dei totalitarismi un po’ ovunque in Europa, entrambi comprendono che non possono restare indifferenti e che devono scegliere da che parte stare, o, più esattamente, che devono esprimere con chiarezza il loro rifiuto di schierarsi con uno di questi mostri, si tratti del fascismo italiano, del nazismo tedesco o del comunismo sovietico.

(©L’Osservatore Romano – 18 dicembre 2008)

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