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Quando in Parlamento si votava la soppressione dei conventi

17 dicembre 2008

di Mariano Dell’Omo
Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo

Mi ha sempre colpito il fatto che la vita monastica del beato Placido Riccardi sia contrassegnata da paralleli eventi di portata storica per il futuro stesso della vita religiosa in Italia:  entrava postulante a San Paolo fuori le mura il 12 novembre 1866, a pochi mesi dalla legge del 7 luglio di quell’anno che sopprimeva le corporazioni religiose in tutto il regno d’Italia; la sua professione solenne e la stessa consacrazione sacerdotale avvenivano nel marzo del 1871, quindi pochi mesi prima dell’ingresso ufficiale, avvenuto a luglio, di Vittorio Emanuele ii in Roma capitale d’Italia, o se si vuole pochi mesi dopo la fatidica breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), che significava la fine del potere temporale dei papi.
Certo sin da ragazzo dovette respirare un clima nuovo, surriscaldato, destinato a sconvolgere anche quella plurisecolare vita monastica da lui presto abbracciata, e che rischiava di soccombere sotto i colpi delle soppressioni. Già quando il Riccardi aveva 11 anni – nel 1855 – al Parlamento subalpino si poteva sentire Angelo Brofferio, l’esponente più in vista della sinistra costituzionale, anticlericale puro, esclamare:  “Risulta che vi sono nello Stato 490 conventi. Il ministero mi vuol proporre di sopprimerli tutti? Io gli dò il mio suffragio con grande esultanza. Vuol sopprimere la metà? Io mi rassegno e voto per l’abolizione di 245 conventi. Mi chiede di sopprimerne cento? Io voto per 100. Vuol sopprimerne 10? Io voto per 10. Vuol sopprimere un convento? Io voto per la soppressione di un convento. Vuole abolire un frate? E io voto per l’abolizione di un frate! Ricusar in politica un atomo di bene perché a un maggior bene non si può conseguire, è ai miei occhi error grande”.
Questo frammento di discorso parlamentare, prammatico a senso unico e fantasmagorico perché, come abbiamo ascoltato, costruito con la tecnica retorica dell’anticlimax, cioè della gradazione discendente di possibilità via via più ridotte e tuttavia sempre con soddisfazione accolte, oggi può anche farci sorridere:  in realtà fu pronunciato in tutta serietà durante le discussioni per l’approvazione della legge del 29 maggio 1855, con la quale erano soppressi nel regno di Sardegna alcuni Ordini religiosi, capitoli e benefìci, e al tempo stesso si disponeva che i beni delle corporazioni religiose soppresse confluissero in un’apposita cassa ecclesiastica. Quello del 1855 non era che l’anticipo di quanto sarebbe avvenuto a livello nazionale 11 anni dopo, appunto con la citata legge del luglio 1866.
Le conseguenze non erano di poco conto:  per gli enti soppressi ne derivava la perdita della personalità giuridica, mentre d’altra parte per i religiosi ne scaturiva finalmente l’acquisto dei diritti civili e politici. Un mutamento epocale, che evidentemente coinvolgeva in pieno anche i membri della congregazione cassinese. Basti qui ricordare l’articolo 33 della legge soppressiva del 1866 che segnava espressamente il destino di importanti monasteri della congregazione:  Montecassino, la Santissima Trinità di Cava, San Martino delle Scale a Palermo, Monreale, oltre che la Certosa di Pavia. Esemplare è la diversa sorte che toccò a Montecassino e all’abbazia palermitana di San Martino, esemplare perché ci aiuta a capire la complessità di quel momento storico e le sue varianti. Per entrambi quella disposizione di legge prevedeva l’incameramento nei beni demaniali dello Stato:  “Sarà provveduto dal Governo alla conservazione degli edifizi colle loro adiacenze, biblioteche, archivi, oggetti di arte, strumenti scientifici e simili… ” di quelle abbazie, come pure – si aggiunge – “di altri simili stabilimenti ecclesiastici distinti per la monumentale importanza e pel complesso dei tesori artistici e letterari. La spesa relativa sarà a carico del fondo pel culto”.
Per Montecassino la legge ebbe attuazione nel 1868:  puntualmente i beni appartenenti alla corporazione monastica insieme al patrimonio immobiliare consistente in terre, fabbricati, edifici monastici furono incamerati, ma – particolare non privo di conseguenze – l’abate continuava a rivestire la funzione di Ordinario della diocesi cassinese, la chiesa abbaziale ne costituiva la cattedrale, e il monastero stesso era riconosciuto quale residenza del capitolo formato dalla comunità dei monaci, oltre che come sede degli uffici di curia e del seminario diocesano.
Qualcosa del superfluo era perduto per sempre ma non l’eredità più preziosa di Benedetto,  cioè  la  comunità  monastica, ultimo anello vivente di una tradizione plurisecolare.
Cinque anni prima – nel 1863 – quasi profeticamente il cassinese e storico Luigi Tosti, indirizzandosi allo statista inglese William Gladstone non temeva di scrivere:  “Nuove leggi approverà il nostro Parlamento intorno ai conventi e alla incamerazione dei beni ecclesiastici. I monaci se ne vanno per trasformarsi, non per morire. Montecassino rimarrà in piedi:  ma il suo patrimonio anderà in mano del fisco. Questa Badia rimarrà come l’albero di un vascello naufragato, a segnale di una grande sommersione e di una più grande risurrezione. I monaci sono figli del sentimento e non della ragione cristiana:  il sentimento è eterno”.
Parole che riflettono senza dubbio un animo romantico, ma che ci riportano anche con crudo realismo alla vera situazione non solo di Montecassino, ma dell’intera congregazione, essa stessa nei suoi resti identificabile come l’albero ancora eretto di una nave ormai naufragata, dove si contano, per ripetere il titolo di un libro di Primo Levi, “i sommersi e i salvati”.

(©L’Osservatore Romano – 17 dicembre 2008)

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