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Un profilo di fra’ Tommaso da Olera il mistico bergamasco che anticipò la devozione al Sacro Cuore e alla Donna concepita senza peccato

6 dicembre 2008

di Marco Roncalli

Padre Giovanni Pozzi, che a Friburgo sedette sulla cattedra di Gianfranco Contini, lo definì “uno dei mistici più interessanti del suo secolo”, ma già  Ludwig von Pastor, il grande storico della Chiesa, l’aveva considerato come “uno dei più popolari predicatori”. Figura  straordinaria  quella del venerabile  servo di Dio fra’ Tommaso Acerbis de Viani (Olera 1563-Innsbruck 1631), più noto come fra’ Tommaso, laico cappuccino bergamasco, campione della Controriforma per il quale da alcuni decenni è in corso il processo di beatificazione ed ora i documenti riguardanti una presunta guarigione miracolosa, a lui attribuita, sono al vaglio della Congregazione romana dei Santi. Nonostante i quasi quattro secoli che ci separano dalla morte, la sua fama di santità non solo non si è spenta, ma al suo modello (insieme a quello di san Corrado da Parzham) si richiamano addirittura dei francescani riformati, una congregazione fondata vent’anni, che si fa carico dei poveri nel corpo e nello spirito nel New Jersey, Bronx compreso.
Inoltre, sono soprattutto gli scritti di fra’ Tommaso a essere rivalutati attraverso rigorose pubblicazioni (strano destino per chi, pastore semianalfabeta sino a diciassette anni, indossato il saio nel 1580, tardi imparò i rudimenti del leggere e dello scrivere). La Morcelliana di Brescia che per la cura del giovane filologo Alberto Sana porta avanti l’edizione critica di tutte le opere di questo mistico illetterato, dopo il primo volume (Selva di contemplazione), sta ora per mandare in libreria un secondo che conterrà la duplice redazione di Scala d’amore, trattato sull'”amor puro, retto, filiale”, composto nel primo ventennio del XVII secolo e recuperato da un manoscritto idiografo custodito nella Biblioteca  dei  Cappuccini di Innsbruck. Ampi stralci di esso sono già presenti sull’ultimo numero della rivista “Humanitas”. Quanto basta non solo per ripercorrere la natura dell’autentico “amor puro” che al termine di un complesso percorso ascetico guadagna la morte d’amore, cioè l’unione con Dio – nel secondo Seicento darà adito a tante polemiche teologiche – ma anche per imbattersi in proposizioni tanto sgrammaticate quanto vibranti di fede. “Dobbiamo vigillare entro e fuori di noi, avendo Dio nell’anima per amore (…) operando ogn’azione tanto corporale come spirituale (…) con una rettitudine di mente e di cuore qual rimiri al solo Dio scordandoci del proprio interesse, non rimirando né la gloria del Paradiso né la pena dell’Inferno, né a comodi né a gusti, ma alla sola pupilla degl’ occhi di Cristo”, così al capitolo II.
E al capitolo ix leggiamo:  “Scienze acquisite non d’umil cor vestite danno all’anime mortal ferrite:  questa prattica più si impara con tacere che con parlare”. E alcune righe dopo “l’amor di Dio sta ne’ cuori umili, innamorati, e l’amor dell’anima sta nel cuore di Cristo e niuna cosa del cielo né della terra può saziar un’anima innamorata di Dio”. Concetti folgoranti di un uomo che ha stabilito un’intima unione con la verità superiore, con Dio. Scrive ancora nel capitolo vIIi:  “Oh quante volte muore l’anima! Ma morendo revive per maggiormente morire, e quanto più muore tanto più vive:  questa morte è morte di gioire, perché nell’istessa morte gode quella vita incognita a’ superbi ed innamorati di se stessi, quali cercano la vita senza morte”. Sin qui il fra’ Tommaso scrittore tra scienza e conoscenza, vita e morte, anima e corpo… Ma non dovremmo dimenticare il fra’ Tommaso taumaturgo ben descritto dall’amico Ippolito Guarinoni, medico trentino, nella sua opera Detti e fatti, profezie e segreti del Frate Cappuccino Tommaso da Bergamo del 1643, edita di recente. O il cappuccino apprezzato consigliere dell’arcivescovo Paride Lodron, principe di Salisburgo, di Ferdinando II, imperatore d’Austria, dell’arciduca Leopoldo, del duca Massimiliano i di Monaco, e di molti altri. Oppure il devotissimo della “piena di grazia” che, appresa la concezione teologica dei francescani a riguardo della Donna “concepita senza peccato” (con basi profonde nel frate scozzese Duns Scoto), diffuse nei suoi scritti le profondità del mistero mariano e – in qualche modo anticipando la formulazione del dogma – riconobbe l'”Immacolata concezione” (a lui è legata poi la costruzione della prima chiesa dedicata a Maria Immacolata in un territorio di lingua tedesca, a Volders, consacrata nel 1654, duecento anni prima della proclamazione del dogma da parte di Pio ix).
E ci sarebbe persino il fra’ Tommaso “precursore” di Paray-le-Monial (il centro di quella devozione al Sacro Cuore che egli propagò decenni prima della stessa Margherita Maria Alacoque). Ed altro ancora. Ma vale la pena ricordare che anche i Papi del Novecento si sono interessati a fra’ Tommaso. Giovanni xxIIi, conferma monsignor Loris Capovilla, lo definiva “santo autentico e maestro di spirito”, e fin dalla giovinezza ne conosceva vita, opere e fama di santità.
Non solo, il Fuoco d’amore del cappuccino bergamasco stava in evidenza sulla sua scrivania tra i libri di meditazione e, negli ultimi giorni della sua vita, quando incominciò a restare a letto – dal 20 maggio 1963 – se ne fece leggere diverse pagine dal segretario e dall’infermiere fra’ Federico Belotti. Paolo vi poi – nella ricorrenza del iv centenario della nascita di fra’ Tommaso – lo indicò come “fulgido esempio di fedeltà, zelo e dedizione per i contemporanei” nonché “valido strumento della generale rinnovazione spirituale tanto da brillare nella storia di quel glorioso periodo (…) insieme coi più ardenti sostenitori della riforma cattolica”. Anche il futuro Giovanni Paolo i, quando era cardinale nel 1977 si occupò del nostro. Lesse infatti il profilo Tommaso contemplativo del Sacro Cuore di Gesù:  glielo aveva inviato l’autore – padre Fernando da Riese – affinché se ne giovasse nella preparazione di un intervento per un convegno a Pompei in quell’anno. Ma il testo gli arrivò tardi e – come scrisse Albino Luciani a padre Fernando – fu “un “soccorso di Pisa” avendo gli organizzatori richiesto il discorso in iscritto da tempo per le traduzioni simultanee”. Infine Giovanni Paolo II in un viaggio in Austria non dimenticò di additare il “fratello del Tirolo”, “il cui operato ha confermato la fede di contadini e di principi del XVII secolo”.

(©L’Osservatore Romano – 7 dicembre 2008)

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