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Le Chiese dell’Est europeo rileggono la loro storia guardando a Roma

6 dicembre 2008

di Raffaele Alessandrini

A che cosa potremmo paragonare la ricezione del concilio Vaticano II in molte Chiese dell’Est europeo? Al “vento leggero” nel quale il profeta Elia sul monte Oreb (1 Re, 19,1-13) riconosce l’arrivo del Signore:  una presenza non semplice da avvertire, ma meno fuorviante del vento gagliardo, del fuoco o del terremoto che a volte dopo il concilio hanno percorso, e scosso, il mondo libero. Il paragone è di monsignor Antonio Lucaci responsabile del programma romeno di Radio Vaticana che è intervenuto alla tavola rotonda che il 5 novembre, al Laterano, ha chiuso il convegno su “La Chiesa croata e il concilio Vaticano II”. È stato il primo momento di studio nel suo genere in cui le Chiese dell’Est hanno ripensato la propria storia recente guardando verso Roma e l’Occidente.
L’incontro, organizzato dall’ambasciata di Croazia presso la Santa Sede, ha avuto come epilogo un confronto a otto voci sul tema:  “Il rinnovamento della teologia cattolica nella Croazia e nei Paesi dell’Est europeo dopo il Vaticano II”. Alla tavola rotonda moderata dall’arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei Vescovi sono intervenuti il rettore del Pontificio Collegio Croato di San Girolamo in Roma monsignor Jure Bogdan, il rettore del Pontificio Istituto Orientale, Cyril Vasyl’ che ha parlato della ricezione del concilio in Cecoslovacchia, mentre il gesuita Mihály Szentmártoni, preside dell’istituto di Spiritualità presso la Pontificia Università Gregoriana, ha trattato della situazione ungherese. Dei Paesi di lingua albanese ha parlato don David Djudjal della Radio Vaticana, come monsignor Lucaci che, dal canto suo, ha trattato del rinnovamento conciliare in Romania e Bulgaria. Il gesuita Jakov Kulic docente di storia al Pontificio Istituto Orientale ha poi parlato del rinnovamento teologico nelle chiese greco-cattoliche, mentre sul dialogo ecumenico con le Chiese ortodosse si è soffermato Zdzislaw J. Kijas, francescano, presidente della Pontificia Facoltà Teologica di San Bonaventura. Ha concluso la tavola rotonda Stanislaw Grygiel, del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, che ha trattato della situazione in Polonia, le Chiese del silenzio, il magistero di vita e di testimonianza di Giovanni Paolo II.
Ed è proprio a partire dall’impronta antropologica e cristocentrica di Papa Wojtyla, capofila di quel personalismo cristiano slavo – come ha sottolineato monsignor Eterovic – che caratterizza la vicenda storica, culturale e spirituale delle Chiese dell’Est europeo che possiamo oggi individuare i frutti del concilio nell’Oriente postcomunista. Frutti che non solo si sono tradotti in un rinnovamento e in un allargamento di orizzonti – teologici, liturgici, culturali, pastorali – ma si possono riconoscere in fisionomie precise:  studiosi, pensatori, vescovi, sacerdoti e laici.
È logico che la Chiesa di Croazia avendo avuto la possibilità di partecipare con i rappresentanti di ventitré diocesi al Vaticano II, poté dare un contributo diretto ai lavori e quindi, in seguito, favorire all’interno delle comunità, una conoscenza e una diffusione agevole dei testi. Di alcune figure della cattolicità croata seppure molto diverse tra loro, per storia e vicende personali, in questi due giorni di convegno sono  stati  sottolineati gli importanti contributi:  da Frane Franic (1902-2007) a Karmelo Zazinovic (1914-1997); dalla riflessione postconciliare di Jordan Kunicic(1908-1974) alla vicenda sofferta, intellettuale e spirituale, del teorico della “pedagogia degli oppressi” Ivan Illich (1926-2002), fino al contributo di Karlo Balic (1899-1977) e alla sua sintesi mariologica del Vaticano II nel capitolo ottavo della Lumen gentium.
Altrove non è stato così. Là dove la Chiesa, come comunità e nei singoli cristiani, era oggetto di una sistematica e brutale persecuzione la sola notizia del concilio giunse spesso ovattata alle orecchie di chi, magari già all’indomani della seconda guerra mondiale si era trovato a dover subire una seconda dura oppressione totalitaria dopo il giogo nazionalsocialista. Fu là dove gli arresti di sacerdoti e laici erano all’ordine del giorno; fu là dove lo stato ateo instaurava “Chiese nazionali” nel tentativo di snaturare e depotenziare la Chiesa ufficiale; dove ogni attività era subordinata all’arbitrio asfissiante del leninismo; là dove la Chiesa poteva esistere solo sotto sorveglianza; là dove i pochi vescovi a cui veniva consentito di viaggiare erano sistematicamente accompagnati da spie e collaborazionisti. Caso-limite è stato forse quello della Chiesa martire dell’Albania, nazione proclamatasi nel 1977, primo “stato ateo” del mondo:  dove si poteva essere uccisi con la sola accusa di essere “spie del Vaticano” e dove la notizia del concilio giunse solo nel 1990.
Altrove la situazione era lievemente più blanda. È il caso ad esempio della Cecoslovacchia dove dal 1950 era stata soppressa la Chiesa greco-cattolica e che solo nella breve parentesi della Primavera di Praga, si era cercato di avviare un’opera di rinnovamento conciliare poi frenata dall’intervento sovietico. Di fatto i primi documenti conciliari furono pubblicati a partire dagli anni Settanta.
Diversa, ma non meno drammatica la situazione della Chiesa ungherese. Paese culturalmente non slavo, dopo il periodo succeduto ai tragici giorni della sanguinosa normalizzazione del 1956, aveva una Chiesa che pur subendo l’isolamento e l’impossibilità di viaggiare riusciva a mantenere dei contatti con il mondo libero. Radio Vaticana era molto ascoltata eppure nonostante questo i documenti del Vaticano II in edizione completa sarebbero arrivati solo nel 1975. All’interno della stessa Chiesa vi erano forti tensioni tra conservatori e novatori e molto attiva era l’azione di movimenti e comunità di base come la comunità Bokor ove vigeva il primato della coscienza a scapito dell’obbedienza. Per i vescovi non ci fu alcuna possibilità di partecipare al concilio se non a partire dal terza sessione e sotto  rigido  controllo. Bisogna inoltre osservare che il cardinale József Mindszenty, eroica figura d’indiscussa autorità morale in tutta la Chiesa ungherese, considerò le crisi interne più importanti del concilio.

(©L’Osservatore Romano – 7 dicembre 2008)

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