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Il rischio della banalità nell’era della comunicazione globale

5 dicembre 2008

di Claudio Maria Celli

Il cammino percorso e le indicazioni della Pastor bonus ci spingono ad andare avanti, poiché quello della comunicazione è uno dei settori più dinamici del mondo in cui viviamo. Non possiamo fermarci e adagiarci sulle soluzioni che già conosciamo. Per questo circa venti anni fa il Consiglio, insieme al Consiglio episcopale dell’America latina (Celam) ha promosso la creazione della Rete Informatica della Chiesa in America Latina (RIIal), a sostegno della comunicazione e della comunione fra i vescovi di questo grande continente, creazione realizzata con successo. Ora si prepara a una nuova fase del suo servizio in materia di nuove tecnologie per la pastorale e l’evangelizzazione.
Gli episcopati del mondo che vengono in visita ad limina esprimono la loro preoccupazione non solo per le questioni organizzative, economiche e istituzionali delle loro diocesi, ma anche e soprattutto per il vertiginoso sviluppo di una cultura comunicazionale che incide fortemente sui criteri, sulle opinioni, sui modi di pensare e sui temi di dialogo dei fedeli e di tutta la società in cui vivono. Le nuove tecnologie legate alla comunicazione stanno aprendo un nuovo spazio sociale a cui partecipano soprattutto i giovani e i bambini, oggi chiamati “nativi digitali” perché fin dal nascita sono stati in contatto con i marchingegni presenti ormai in quasi tutte le case, anche nei quartieri popolari. I mezzi di comunicazione di massa (televisione “aperta”, radio, cinema, pubblicazioni) convivono quindi con i mezzi personalizzati (televisione via cavo, digitale terrestre, video on demand) e con i mezzi digitali interattivi (computer, telefonia mobile, palmari, iPods) che hanno la loro grande piazza pubblica in internet.
La sovrapposizione di questi tre tipi di mezzi, che fra l’altro interagiscono fra di loro e si potenziano, configura un panorama mediatico veramente complesso che esige una nuova impostazione di tutta l’opera educativa. È necessario preparare le persone a essere libere e responsabili, di modo che esercitino un’attenta selezione della loro dieta mediatica e siano anche utenti consapevoli di quanto viene trasmesso o pubblicato. Nei forum governativi europei è stata espressa preoccupazione per la mancanza di consapevolezza in molti adolescenti delle implicazioni che può avere il fatto di pubblicare su You-Tube un’immagine o dati che riguardano la loro intimità o quella altrui. La Chiesa deve essere capace di animare una formazione umana integrale che non porti a un’etica del timore, ma che si esprima in un’etica della partecipazione attiva e rispettosa a questo universo comunicativo digitale.
Indicherò brevemente alcune delle caratteristiche della cosiddetta “cultura digitale” indicative del momento in cui viviamo.
Questa cultura è multimediale, molto meno testuale e meno discorsiva; la narratività si fraziona in immagini e in suoni veloci. Può riuscire a essere onnipresente, persino invadente, poiché raggiunge l’utente ovunque attraverso i mezzi portatili. È dinamica, poiché rende qualsiasi contenuto atto a essere condiviso, trasformato, moltiplicato. È connettiva, reticolare:  facilita e promuove il vincolo fra gli utenti e il lavoro in rete, sebbene ciò non garantisca necessariamente la qualità della relazione. È a-sincronica e de-localizzata:  si superano e diventano flessibili i concetti di tempo e di spazio, poiché la portabilità tecnologica rende la comunicazione quasi onnipresente. È globale e locale, poiché la ricezione di qualsiasi messaggio si estende a tutto il mondo linguistico in cui nasce e anche oltre, ma stanno assumendo un’importanza particolare l’identità e gli echi locali degli utenti. È partecipativa, poiché qualsiasi utente è emittente oltre che consumatore. I siti web di reti sociali, dove ogni utente inserisce i propri contenuti, sono tra i più visitati al mondo.
Alcuni autori parlano della fine della comunicazioni di massa. Questa cultura trasforma inoltre le dimensioni pubblica e privata della vita, poiché si diffonde implicitamente l’idea che tutto ciò che accade nella vita personale va trasformato in spettacolo. Questa frontiera deve essere ristabilita in base a un’antropologia adeguata, altrimenti si rischia di banalizzare l’esperienza umana, i sentimenti, gli ambiti di esercizio della comunicazione fra le persone.
Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare che un’alta percentuale della popolazione mondiale è esclusa dall’accesso a tali mezzi, per cui il nostro compito di promozione umana non si può considerare concluso. Spetta a noi lottare affinché tutti i settori sociali possano accedere a questa nuova piattaforma di partecipazione sociale. Il Pontificio Consiglio, attraverso la RIIal, e non solo nel contesto dell’America Latina, sta studiando modi per promuovere l’inclusione digitale anche e soprattutto in Africa, che è uno dei continenti con maggior indice di diffusione dell’uso della telefonia mobile. Si tratta di fenomeni che esigono da noi grande agilità pastorale per offrire il messaggio di Cristo anche nei nuovi formati e nei linguaggi dei giovani di oggi; ci troviamo in una sorta di “battaglia di significati” in cui le chiavi di lettura diventano essenziali per far sì che le persone raggiungano quanto meno un minimo di conoscenza e di comprensione dell’insieme.

(©L’Osservatore Romano – 6 dicembre 2008)

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