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Il rapporto tra culture e religioni al centro del discorso del cardinale Dionigi Tettamanzi alla città di Milano

5 dicembre 2008

di Alberto Manzoni

Il dialogo fra le persone, le generazioni, le culture, le componenti sociali, le religioni, le parti politiche, le istituzioni può davvero rinnovare la città dell’uomo, le nostre città. E questo dialogo – che è una “vera e propria emergenza del nostro tempo, a Milano e non solo” – è reso possibile dall’impegno delle donne e degli uomini di questo tempo, nel quale risuonano ancora le parole sapienti di sant’Ambrogio, che seppe reggere la comunità civile prima e quella religiosa poi. Attorno a questa tematica – del dialogo, appunto, e dei tanti “luoghi” dove esso può crescere – l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, ha costruito il Discorso alla città 2008, che come da tradizione il pastore della Chiesa ambrosiana tiene durante i primi vespri della festa del santo patrono. La quale quest’anno liturgicamente è collocata al giorno 6, poiché il 7 cade di domenica, circostanza che ha fatto anticipare il Discorso alla sera del 5.
“Il santo, che in questi giorni ricordiamo e celebriamo, e che scelse di rimanere in continuo dialogo con la “sua” Città, ha contribuito in modo straordinario a rendere unica e grande la storia di Milano – ha detto il cardinale Tettamanzi -. Anche oggi la sua testimonianza si offre come prezioso apporto per continuare, grazie anche all’innegabile impegno dei cristiani, l’opera di costruzione di una comunità civile sempre più aperta, amante della vera libertà, solidale. Un compito, questo, che ci interpella tutti e che – ne sono sicuro – è la principale preoccupazione degli amministratori locali e di quanti sono investiti dell’alta missione di sovrintendere alla res publica“.
Il porporato nel “Discorso di sant’Ambrogio” indica alcune condizioni perché si ricerchi “un dialogo possibile”, in primis la reciprocità e la comprensione, ma prima ancora rileva che “l’uomo sapiente e giusto è l’uomo del dialogo”. Anche quest’anno – aggiunge – “ci guida nelle nostre riflessioni il paradigma dell’uomo sapiente secondo Cristo”, che Ambrogio mette in luce in tanti suoi scritti; e possiamo dire che “il dialogo non è uno tra i tanti atteggiamenti dell’uomo, ma è un tratto costitutivo, oso dire ontologico, della sua umanità. Deve essere assunto come atteggiamento stabile nell’uomo:  non sempre è dote innata, più spesso è virtù che l’uomo sapiente sa ricercare e coltivare, anche con fatica”. Questa sapienza “è alleata con la giustizia, come ci ricorda ancora Ambrogio nel suo libro sui “Doveri””.
Ma è possibile oggi il dialogo, a Milano, nella nostra società? “Questa città ci appare come formata da tante piccole isole, spesso non comunicanti fra loro”, annota il cardinale. Che aggiunge:  “Il dialogo autentico esige come condizione l’attenzione all’altro, la propensione ad ascoltarlo e perfino a comprenderlo, anche quando non se ne condividono le vedute. Si tratta di un esercizio ascetico, che ha bisogno di pratica continua e verifiche costanti, di un’umiltà grande per ricominciare ogni volta da capo”. Non è facile dialogare, perché “mette in gioco tutto di noi stessi:  l’identità, la storia, la persona. La relazione nel dialogo non può essere generica:  ha bisogno di un “tu” e anche di un “io”, una persona che, non avendo paura dell’altro, si lascia coinvolgere in questa affascinante esperienza che rende unico e contraddistingue l’essere umano dal resto del creato”. Milano, poi, è “una città che può dare molto nell’incontro con le culture e le genti. Milano è un crocevia naturale, sede di incontro, di scambio tra persone e culture e tradizioni diverse:  e questa naturalità nei secoli si è saldata con l’identità cittadina. Sono fermamente convinto che il dialogo rafforza l’identità, la arricchisce, la rinnova, la proietta verso il futuro”.
L’arcivescovo nota, inoltre, che la Chiesa stessa è “chiamata all’incontro tra le genti”:  basti pensare ai rapporti fra le categorie sociali, fra i milanesi “antichi” e quelli “recenti”, fra le etnie, culture e religioni presenti. In questo senso – annota Tettamanzi – non possiamo dimenticare le “voci già in dialogo”. Insomma, non si parte da zero. Ci sono tante persone che, curandosi degli anziani o dei deboli oppure seguendo i percorsi educativi di ragazzi e giovani, cercano di costruire una città che sa dialogare. Tanti hanno messo in campo energie e sforzi per accogliere i migranti – per esempio la Caritas e la Casa della carità, insieme con amministrazioni locali e tante altre realtà – superando polemiche e pregiudizi e quindi cercando la vera integrazione che non dimentica la legalità mentre pratica la solidarietà. In questo settore Tettamanzi auspica “un approccio culturale nuovo” che guardi alle persone prima che alle categorie; inoltre, “per il suo alto valore simbolico, più che per la rilevanza numerica, desidero qui ricordare l’iniziativa delle visite guidate in Duomo destinate agli stranieri che vivono in città”. Fra le altre realtà esistenti, citiamo “la felice esperienza del Consiglio delle Chiese cristiane, nato dieci anni fa e accresciuto fino ad abbracciare 17 confessioni cristiane; è significativo che il 15 novembre in Duomo, in occasione della solenne messa vigiliare per l’entrata in vigore del nuovo Lezionario ambrosiano, i rappresentanti delle Chiese cristiane fossero presenti. Anche con i fedeli dell’islam è possibile dialogare:  cominciamo questo dialogo, anzitutto culturale; ci vogliono pazienza, fiducia, onestà intellettuale, rispetto della libertà dell’altro, capacità di ascolto”.
La ricerca del dialogo non è in contrasto con la vocazione missionaria della Chiesa, “chiamata a donare la verità che salva, da comunicare con fedeltà coraggiosa e gioiosa, ma che insieme – proprio per essere attenta alle condizioni delle persone – deve saper proporre con bontà e mitezza. In una parola, una verità annunciata e testimoniata in dialogo. Giovanni xxIIi, eletto Papa 50 anni fa, così diceva da Patriarca di Venezia il 29 gennaio 1956:  “Sempre la verità, ma dirla e scriverla con rispetto e cortesia. Dirla agli altri, come vorremmo sentircela dire ed in modo da non attentare mai ai sacri diritti della legge divina e umana, dell’innocenza, della giustizia, della pace””.
Il cardinale nel suo intervento cita, in altri passaggi, anche Romano Guardini e – più volte – Giovanni Battista Montini-Paolo vi, di cui, com’è noto, quest’anno è stato ricordato il 30° anniversario della morte, il cui magistero in tema di dialogo è molto ricco.
Siamo alla ricerca di un “volto” di città accogliente per tutti. Questo volto può apparire a volte sfigurato, per le povertà e i problemi presenti, ma può essere anche trasfigurato. “La città è fatta dai suoi abitanti. Il volto della città però non va confuso con la rappresentazione di alcune evidenze:  manifestazioni culturali, realizzazioni architettoniche, eccellenze scolastiche e imprenditoriali, quartieri esclusivi. Il volto della Città coincide con quello delle persone che la abitano, con le loro bellezze e bruttezze, le loro fragilità e ricchezze, le loro preoccupazioni e speranze. Amiamo, prendiamoci cura, serviamo questo volto concreto della nostra città!”. Il cristiano, poi, sa che solo Cristo è in grado di trasfigurare pienamente la vita dell’uomo. Per questo dà il proprio contributo alla convivenza civile, collabora per passare “dalla contrapposizione all’incontro” e ottenere così davvero una “città rinnovata dal dialogo”. L’arcivescovo deplora quale “ferita al volto della città quella forte sensazione di contrapposizione” che si nota, unita a un clima scandalistico che fa racchiudere in luoghi comuni categorie professionali o sociali (dipendenti pubblici, politici eccetera) a causa di comportamenti negativi di qualcuno. Il sospetto, la disistima e il disprezzo non servono al dialogo e alla convivenza civile.

(©L’Osservatore Romano – 6 dicembre 2008)

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