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Nel dialogo tra culture e religioni l’Europa ritrova la propria identità

4 dicembre 2008

di Giovanni Zavatta

Chi può negare che le religioni, le quali trascendono le frontiere, rappresentano, ancora oggi, una base culturale comune? Esse hanno una missione di dialogo e di unità che nutre una cultura della pace. E il dialogo interreligioso e l’ecumenismo sono luoghi dove si costruisce l’Europa. Per farlo efficacemente occorre lottare contro gli estremismi, contro la smemoratezza, contro l’amoralità. Solo così il dialogo resta l’unica soluzione possibile, l’unica alternativa valida al duello, allo scontro fra civiltà profetizzato da Samuel Huntington. Si è parlato di “Culture e religioni in dialogo” oggi a palazzo San Pio x, a Roma. Nell’ambito dell’anno del dialogo interculturale promosso dall’Unione europea, il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e il Pontificio Consiglio della cultura hanno organizzato un incontro al quale sono intervenuti, fra gli altri, i presidenti dei due dicasteri vaticani, il cardinale Jean-Louis Tauran e l’arcivescovo Gianfranco Ravasi.
“Se noi siamo qui – ha esordito il porporato nella sua prolusione – è perché noi crediamo all’Europa. Siamo convinti che l’Europa sia essa stessa un messaggio, per aver superato divisioni e guerre. Le sue basi sono la pace e la prosperità ed esiste uno spirito europeo ovvero la ricerca della realizzazione personale, il rispetto della personalità di ciascuno, la possibilità di sviluppare i suoi talenti”. Il cristianesimo è stato principio fondatore delle istituzioni civili, e valori e concetti cristiani quali la benignitas, la clementia, l’humanitas – ha detto ancora Tauran – hanno influenzato il diritto e ispirato i governanti dell’epoca medioevale.
I diritti dell’uomo, definiti dalle convenzioni internazionali, riflettono un concetto cristiano della persona umana, e nei secoli il cristianesimo ha promosso la curiosità intellettuale e originato scoperte scientifiche e tecniche. Esso – ha sottolineato il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – “ha accettato il movimento della storia e ha saputo adattare la lettera allo spirito:  è riuscito a stabilire un certo equilibrio tra l’uomo e la natura, tra la ragione e la fede”. Ma oggi il panorama è ben differente, “l’Europa è alla ricerca della sua anima” e per il loro numero e le loro differenze “le religioni non sono fonte di unità”. L’arrivo di numerosi musulmani e la progressione del buddismo sul suolo europeo costituiscono, per il cardinale Tauran, “elementi supplementari di eterogeneità”. Inoltre, in un contesto di laicità, il cristianesimo “non appare più come un evento fondatore”.
Andiamo allora verso un confronto o un dialogo tra civiltà? Quale può essere il contributo dei cristiani? Essi saranno degli ispiratori o dei semplici accompagnatori? “È difficile rispondere – ha detto il porporato – ma si può senz’altro affermare che il cristianesimo, che non è mai stato così universale come oggi e che ha contribuito moltissimo alla mondializzazione, potrebbe approfittare di tale momento storico per offrire il suo contributo alle due necessità che la mondializzazione stessa non è in grado di assicurare:  la giustizia e la pace”. Per ritrovare “la sua anima” l’Europa ha bisogno di “un nuovo umanesimo” ed esso rinascerà solo – ha sottolineato Tauran – “se riusciremo a vivere e a trasmettere l’essenziale del patrimonio ideale che ci è stato lasciato”:  la famiglia, la propria terra, i grandi testimoni, l’educazione, la fede “che mi conduce verso il bene e la verità”.
Anche secondo l’arcivescovo Ravasi – nell’attuale contesto eterogeneo di culture (“l’Europa è un arcipelago, un mosaico, un arcobaleno di culture, ciascuna con le proprie ricchezze”) e di religioni, non solo per l’incidenza dell’islam (“il cristianesimo, ad esempio, ha sì una base culturale fondamentale, è un filo d’oro che attraversa i secoli, però al suo interno ha diritto alla pluralità”) – il dialogo resta l’unica soluzione possibile, anche di fronte alla negazione della religiosità, all’ateismo, all’agnosticismo, “per alcuni oggi quasi un’attività missionaria”. Ma la via del dialogo non vuol dire “né confusione né fusione”:  il detto “Dare a Cesare quel che è di Cesare, dare a Dio quel che è di Dio” è, per il presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ancora valido.
Ravasi suggerisce tre elementi, “fra i mille possibili”, per alimentare questo dialogo:  la lotta contro gli estremismi, la lotta contro la smemoratezza, la lotta contro l’amoralità. “Occorre innanzitutto rifiutare la logica del duello – ha spiegato l’arcivescovo – e lottare contro gli estremi:  da un lato bisogna evitare il sincretismo religioso, che è la confusione, che dissolve l’identità, la specificità, dall’altro bisogna evitare, eliminare il fondamentalismo, che è esclusivismo, che spegne qualsiasi confronto. Il vero dialogo è non rinunciare all’identità propria, senza rigettare la diversità”. L’Occidente, inoltre, “sta sempre più dimenticando la sua identità culturale e religiosa, il suo volto. Chi non ricorda non vive, non è possibile condurre un’esistenza senza avere il patrimonio della propria eredità” ha detto monsignor Ravasi. Per questo, “al di là di tutta la discussione sulle radici cristiane, penso che il principale pericolo dell’Europa è quello di aver spento, svuotato il contenuto, la sostanza, il ricco contributo rappresentato dall’eredità cristiana”. Per riempire tale vuoto occorre lottare contro l’amoralità:  “La cultura contemporanea vive di superficialità – ha concluso l’arcivescovo -, vive nella bruttezza etica e anche estetica. L’uomo di oggi non s’interroga più, non ha più le domande ultime e quindi non ha più nemmeno un senso terminale. La televisione ci insegna tutto, mode e modi”. In questo contesto – ha continuato Ravasi – “non abbiamo più una voce, non ci sono più né intellettuali né uomini di Chiesa che ci ricordino i grandi valori, il senso, il significato, il procedere. Per questo è indispensabile la funzione delle religioni e delle culture, ricordare ancora la bellezza e la verità, la vita e la morte, la giustizia e l’ingiustizia, il bene e il male, il mistero dell’esistere”.
All’incontro sono intervenuti anche Salvatore Natoli, ordinario di filosofia teoretica alla facoltà di Scienze della formazione dell’Università degli studi di Milano Bicocca, padre François Bousquet, direttore dell’Istituto di scienza e teologia delle religioni all’Institut catholique de Paris, John Haldane, direttore dell’Institute for public ethics alla Saint Andrew’s University in Scozia, e il reverendo Michelangelo Tábet, ordinario di esegesi biblica alla Pontificia Università della Santa Croce. Le conclusioni sono state affidate al segretario del Pontificio Consiglio della cultura, padre Bernard Ardura.

(©L’Osservatore Romano – 5 dicembre 2008)

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