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Il Codex Amiatinus in viaggio tra i secoli

1 dicembre 2008

di Timothy Verdon

La storia della Bibbia Amiatina nasce dalla preoccupazione di garantire alle generazioni future l’autentico testo biblico in una forma autorizzata dalla tradizione ecclesiale. L’originale acquisito a Roma era verosimilmente un codice della Vulgata nella versione dell’antiqua translatio corretta personalmente da san Girolamo, forse il codex grandior prodotto nel vi secolo al monastero calabro di Vivarium per volontà dell’erudito abate Cassiodoro. Le copie fatte a Wearmouth e Jarrow e rimaste in Inghilterra giungono a noi in forma frammentaria, mentre la copia tornata in Italia – inviata come dono per il Papa Gregorio ii nell’occasione della sua elezione o poco dopo e finita nel monastero benedettino di Monte Amiata – è intatta, una testimonianza ineguagliata sia alla cultura dei copisti e miniatori inglesi dell’epoca, sia alla perenne consapevolezza cristiana che la Parola di Dio, nella sua forma integra e autentica, infatti costituisce per la Chiesa un tesoro da conservare a tutti i costi e a difendere da ogni manomissione.
Ma cerchiamo di avvicinarci alla straordinaria storia dell’Amiatina e del rapporto tra Italia e Inghilterra alla fine dell’era patristica. Figura emblematica per questo processo è san Gregorio Magno, anch’egli monaco, abate di una comunità da lui stesso fondata a Roma, nella domus della sua famiglia patrizia. Diventato Papa nel 590, coltivò buoni rapporti con la corte costantinopolitana (dove era stato inviato come nunzio dal suo predecessore Pelagio ii), e contemporaneamente inviò il monaco greco Agostino assieme a quaranta confratelli in Inghilterra, a convertire Re Ethelbert di Kent e il suo popolo. Agostino, che rimase in contatti epistolari con Papa Gregorio, fu consacrato arcivescovo e stabilì la sua sede a Canterbury. Prima di morire nel 605 fondò due altre diocesi, a Londra e a Rochester.
L’immediato risvolto culturale di questo processo è suggerito dall’attività di un altro monaco del vii secolo:  il monaco Benedetto Biscop, il quale, nei suoi viaggi nella Gallia romanizzata e a Roma, assicurò ai monasteri di Wearmouth e Jarrow i servigi di artigiani e artisti continentali. Secondo Beda il Venerabile, tra questi ci furono vetrai francesi e addirittura un cantore della Basilica Vaticana:  certo Giovanni, invitato ad attraversare la Manica per insegnare ai monaci della Northumbria i canti sacri “come venivano cantati in San Pietro in Roma”. Era forte soprattutto il legame culturale con l’Italia e specificamente con Roma, infatti, come suggeriscono le miniature dell’Amiatina, uniche nella coeva produzione inglese per le reminiscenze classiche:  celebre è l’immagine dello scriba Esdra davanti a un armadio carico di libri, certamente la diretta citazione di un perduto originale tardo antico. Ecco però l’orizzonte culturale dei due monaci, Benedetto Biscop e Ceolfrith, che a Roma intorno al 679-680 vennero in possesso di una copia del codex grandior riproducente il testo integrale della Vulgata.
Non conosciamo le circostanze specifiche dell’acquisizione da parte dei monaci inglesi di questa copia esatta di una versione fidata di un originale unico. Ma un fatto curioso e suggestivo aiuta a immaginarne sia le probabili difficoltà, sia le motivazioni di fondo, permettendo di caratterizzare il quadro culturale che ha prodotto l’Amiatina nonché il ruolo particolare dell’Italia nella cultura monastica del periodo. Per la verità, il fatto risale a un secolo dopo la storia dell’Amiatina, ma serve d’illustrazione di una mentalità.
Quando Carlo Magno visitò l’Abbazia di Montecassino nell’anno 787, gli fu mostrato un manoscritto della Regula Benedicti che i monaci ritenevano autografo:  lo credevano cioè stilato dal santo fondatore di proprio pugno più di due secoli prima. Il loro convincimento risaliva almeno alla metà del secolo, quando Papa Zaccaria (741-52) aveva mandato questo manoscritto all’abate che allora ricostruiva Montecassino, Petronace di Brescia, definendolo “la Regola che il benedetto padre Benedetto scrisse con le proprie sante mani”.
La convinzione che il manoscritto fosse autografo era forse più antica. Una coeva fonte carolingia, Paolo il diacono, afferma che quando i monaci di Montecassino sfuggirono all’invasione longobarda alla fine del vi secolo portarono a Roma un testo della Regola. Secondo Leone di Ostia, uno scrittore del xii secolo, questo testo era finito nel monastero lateranense, dal quale è plausibile pensare che sia passato alla biblioteca dell’attiguo palazzo pontificio. Così è concretamente possibile che il manoscritto che Papa Zaccaria mandò a Montecassino (dove verrebbe poi mostrato a Carlo Magno) fosse l’originale. In ogni caso, la filologia moderna è concorde nel considerare la tradizione testuale scaturita dal manoscritto di Montecassino databile all’epoca di san Benedetto.
Questo manoscritto andò perduto, probabilmente nella guerra con i Saraceni nell’Italia meridionale alla fine del ix secolo. Ma la versione del testo che esso conteneva fu preservata attraverso una singolare sequenza di eventi. Carlo Magno aveva richiesto una copia esatta del venerando documento, che gli fu puntualmente preparata e mandata ad Aquisgrana dove – nel medesimo spirito di ammirazione per “originali italiani” – il re dei franchi stava costruendo una cappella sul modello di San Vitale a Ravenna (iniziative, queste, in qualche modo parallele a quelle che diedero vita all’Amiatina).
La copia della Regula Benedicti mandata a Carlo Magno aveva addirittura una garanzia:  una lettera che affermava che era stata fatta secondo il codice “che san Benedetto scrisse con le proprie sante mani”. Questa copia di Aquisgrana (anch’essa ora persa) a sua volta venne ricopiata da due monaci mandati dall’abbazia di Reichenau, Grimalt e Tatto, intorno all’anno 820. Uno di questi, Grimalt – diventato abate del monastero di San Gallo vent’anni dopo – vi portò o questa sua copia o una trascrizione, e, tra tanti manoscritti perduti, fu questo l’esemplare della Regula che sopravvisse (Sangallense 914). E nel codice della biblioteca di San Gallo che contiene questa trascrizione, troviamo ancora una lettera di garanzia – risalente al 820 quando i due monaci avevano copiato la versione di Aquisgrana – che conferma che il testo della Regula che stavano allora mandando al bibliotecario di Reichenau “è stato copiato da quell’esemplare (il manoscritto di Aquisgrana) che fu copiato dal vero codice che il benedetto Padre ebbe cura di scrivere con le proprie sacre mani”, il manoscritto di Montecassino.
In questo racconto traspaiono diversi aspetti della civiltà monastica prima dell’anno 1000 che aiutano a situare l’Amiatina in senso culturale. Il più impressionante è il ruolo della tradizione:  il processo per cui si tramanda un modo di vivere attraverso la replica materiale di prototipi venerabili. Collegato poi all’importanza della tradizione è la venerazione accordata alla persona di santi iniziatori di una tradizione:  nel caso della Regula, Benedetto; nel caso dell’Amiatina, Girolamo; simili personaggi infatti erano considerati documenti umani che i cristiani di tutte le epoche (e soprattutto i monaci) dovevano copiare. La statura quasi mitica di san Girolamo è in buona parte dovuta all’immagine della sua vita che il grande biblista, esegeta e polemista lima nei suoi scritti. Quella di Benedetto è invece la creazione di san Gregorio Magno, il quale nel secondo dei suoi Dialoghi propone san Benedetto come figura esemplare, e, dopo aver lodato la Regola per la sua “discrezione e chiarezza di linguaggio”, insiste che la vita dell’autore non era diversa dal suo insegnamento:  vita e Regula sono “testi” complementari. La Vita Benedicti gregoriana veniva infatti usata nei monasteri, assieme alla Regola, come manuale di formazione.
Un altro fatto che emerge da questa pagina di storia monastica, e che ne condiziona l’indole tradizionalista (focalizzata su copie esatte), è il carattere internazionale della cultura monastica. La transumanza dall’Oriente all’Occidente e dal sud verso il nord (e viceversa), e la sopravvivenza e anzi la fioritura di questa cultura in condizioni storiche di drammatico cambiamento, implicavano adattamenti, innovazioni e compromessi:  la Regula infatti fa notevoli concessioni a necessità e abitudini regionali diverse (nei capitoli 34, 39, 40, 41, 55, ad esempio).
Il carattere internazionale della cultura monastica è perfettamente evidente nell’ambito dell’arte monastica, come suggeriscono le splendide pagine miniate dell’Amiatina, ispiratesi a modelli italici e poi reinterpretate da maestri inglesi per essere infine rinviate in Italia. Numerose sarebbero i casi anche nelle arti monumentali, già prima dell’epoca carolingia, di consonanze tra opere fatte in aree geografiche molto distanziate:  si pensi ad esempio al bellissimo schienale di una sedia abbaziale a Rieti – ora utilizzato come elemento di un leggio – nella sua composizione e nell’astrazione dei simboli degli evangelisti è debitore dell’arte celtica.
In realtà la Regula Benedicti è essa stessa un creativo adattamento dell’austera spiritualità del monachesimo orientale, un po’ come il ritratto letterario di Benedetto limato da san Gregorio Magno adatta, per un pubblico italiano, elementi delle vite e delle sentenze dei monaci egiziani. È possibile infatti che, quando loda la Regula benedettina per la sua “discrezione”, Papa Gregorio stia pensando precisamente a questa adattabilità. Nella sua corrispondenza con Agostino di Canterbury, proprio Gregorio Magno consiglia elasticità:  rispetto per le usanze pagane locali e, quando possibile, la loro incorporazione nella pratica religiosa cristiana.
Tale “tradizionalismo flessibile” aiuta infine a spiegare un terzo aspetto della cultura monastica che appare nella vicenda del manoscritto di San Gallo come prima in quella dell’Amiatina:  lo stretto rapporto sussistente tra il monachesimo e le istituzioni universalistiche quali il Papato e il Sacro Romano Impero. Se un abate di Wearmouth e Jarrow ha voluto fare dono a Papa Gregorio ii (715-731) di una copia del testo autentico della Vulgata originalmente copiata a Roma trentacinque anni prima, al tempo del pellegrinaggio romano di Ceolfrith e Benet Biscop (circa 679-680), ciò è dovuto anche all’aiuto dato alla Chiesa inglese dieci anni prima dal predecessore di Gregorio ii, Giovanni vi, che nel 704 aveva difeso l’arcivescovo Wilfrid di York contro i suoi nemici, scrivendo ai re di Northumbria e Mercia per indire un sinodo sotto l’autorità dell’arcivescovo di Canterbury; già il predecessore di Giovanni vi, Papa san Sergio i, era intervenuto nell’anno 700 a favore di Wilfrid di York; lo stesso Sergio i nel 693 aveva autorizzato la missione del monaco anglo-sassone Willibrord presso i Frisi; infatti i Papi del periodo si servivano di monaci inglesi come missionari. Dalla prima missione monastica inviata da Gregorio Magno in Inghilterra nel 596-97 vennero frutti notevoli, perché nei successivi duecento anni monaci inglesi evangelizzarono e monasticizzarono l’Europa settentrionale:  il già menzionato san Willibrord nei Paesi Bassi, e i santi Bonifacio e Willibaldo in Germania sono i personaggi più noti; sarà infatti Gregorio ii, destinatario dell’Amiatina, ad autorizzare e sostenere materialmente la missione di san Bonifacio, da lui elevato alla dignità episcopale. Nello stesso modo i Papi dal xii al xiv secolo si serviranno dei cistercensi per convertire i pagani della Prussia e dell’area baltica.
L’attività missionaria gettò poi le basi di un’efficace rete di trasmissione culturale, man mano che suppellettili liturgiche e testi sacri e musicali migravano dal sud verso nord e viceversa; lo stretto legame dell’inglese Bonifacio con la Roma papale porterà ad esempio all’adozione da parte della nascitura chiesa tedesca degli usi e costumi della liturgia romana, non di quella gallicana. Così un elemento di omogeneità venne introdotto nelle usanze religiose europee, mediante la sostituzione delle pratiche rituali del sud della Francia e dell’Irlanda con modelli romani (abbiamo già citato il caso di Benedetto Biscop). Tale unificazione liturgica non era la uniformità della Riforma Cattolica del XVI-XVIi secolo, ma aveva un’analoga funzione simbolica, creando la percezione di una Chiesa unita e universale.
Oltre al suo significato cristiano ed ecclesiale, Roma aveva altre valenze per l’uomo medievale che interessano sia l’Amiatina che la Regula Benedicti. La Vulgata era destinata a diventare l’elemento chiave della futura cultura letteraria europea, e in modo analogo Carlo Magno era interessato alla Regola di san Benedetto perché riconosceva, nell’antica autorevolezza e nel carattere internazionale del testo, uno strumento ideale per realizzare il sogno di un impero cristiano d’Occidente. La scuola di palazzo che egli fondò poi ad Aquisgrana, sotto il monaco inglese Alcuino di York, in effetti mirava alla creazione di una cultura universale, capace di trasmettere a uomini di provenienza diversa un nucleo classico di conoscenze trasmesse dall’Italia, tra cui la Vulgata e la Regula Benedicti. Il sistema monastico doveva fornire i mezzi per raggiungere questa meta, e la riforma e standardizzazione dell’osservanza monastica assunsero grande importanza nel programma politico della renovatio carolingia. Questa pianificazione della vita monastica, realizzata dopo la morte di Carlo Magno dal suo figlio Lodovico il Pio – guidato da san Benedetto di Aniane – nell’817 impose la Regola di Benedetto a tutti i monasteri dell’impero. I sopra menzionati Grimalt e Tatto appartenevano alla prima generazione di questa riforma carolingia, ed erano stati mandati alla scuola imperiale di Aquisgrana appunto per ricevere l’autentica versione del testo, per essere istruiti nella sua interpretazione ufficiale, e infine per riportare tutto questo ai confratelli di Reichenau e, successivamente, San Gallo.
La Bibbia Amiatina, un secolo prima, rientra in un analogo, seppur meno sistematico, sforzo di assicurare concreti elementi di uniformità e continuità alla cultura dell’epoca. In quanto Parola di Dio fedelmente trasmessa, è un tesoro di storia ecclesiastica; in quanto monumento della costruenda Cristianità al sud come al nord delle alpi, è un tesoro di storia europea. Per un’ironia della sorte, nove secoli dopo la sua realizzazione questo manoscritto prodotto per favorire l’unità religioso-culturale verrà impiegato per approntare uno strumento di differenziazione nell’Europa allora polarizzata dalla Riforma protestante:  l’edizione sisto-clementina della Bibbia destinata a distinguere l’interpretazione cattolica da quella dei riformati. Di questo fatto resta testimonianza nella Bibbia Amiatina stessa, sul verso del secondo foglio di guardia su cui è attaccato un cartiglio che reca la seguente nota manoscritta:  “La presente Bibia A dì 12 di luglio 1587 fu portata al illustrissimo Card. Antonio Carafa per l’opera dell’emendatione della Bibia latina vulgata per ordine di S. Santità Sixto v in Roma e fu restituita a dì 19 di gennaro 1592 alli Reverendi Padri D. Marcello Vanni et D. Stefano Bizzotti Monaci di Monastero di S. Salvatore in Montamiata”, firmato “Io Arturo de’ conti d’Elci”.
Davanti alla splendida riproduzione del magnifico codice atlantico in formato dimezzato per favorirne l’utilizzo (l’originale, grande come un tavolo da tè, pesa cinquanta chili) viene spontaneo auspicare che l’Amiatina possa oggi tornare allo scopo originario, invitando a cogliere quanto ci unisce con gli altri, piuttosto delle cose che ci dividono.

(©L’Osservatore Romano – 1-2 dicembre 2008)

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