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La Chiesa in strada accanto ai senza fissa dimora

28 novembre 2008

di Danilo Quinto

“Finora abbiamo accolto i barboni, ora la nuova sfida è quella di renderli compartecipi della vita cittadina:  bisogna dar loro la possibilità di sedersi ai tavoli dei bottoni, anche con i pantaloni strappati, e attraverso la loro semplicità far capire ai potenti e ai politici quali sono i veri valori della vita”. Così don Oreste Benzi, il 22 marzo 2007, a Rimini in occasione del ventennale della “Capanna di Betlemme”, la struttura di accoglienza voluta dal compianto sacerdote.
È un problema tutto politico – dell’efficacia della politica – quello di dare risposte a questa parte di umanità e di garantire l’inclusione sociale a queste persone. Il 9 aprile 2008, il Parlamento europeo ha adottato una dichiarazione che invita il Consiglio a “porre fine al problema dei senzatetto entro il 2015” e gli Stati membri a creare “piani invernali d’emergenza” nel quadro di un’ampia strategia volta ad affrontare tale questione.
Il Parlamento europeo ha sottolineato che l’accesso a un alloggio dignitoso “è uno dei diritti umani fondamentali” ed è il primo passo verso “soluzioni abitative decorose e durature” per coloro che vivono in condizioni di emarginazione e in estrema povertà.
In Europa – rispetto alla quale, la Caritas sottolinea nei suoi rapporti come gli immigrati rappresentino buona parte dei senza fissa dimora, con soggetti particolarmente a rischio come i giovani soli e le donne – la crisi dello stato sociale esplica i suoi effetti sulle fasce più deboli. Per questa ragione, sta aumentando sempre più il numero delle persone che vive per strada nelle metropoli europee. Avviene che invece di comprendere le ragioni di questo fenomeno, per poterlo governare e risolvere, spesso si evochino – così come peraltro si verifica per l’immigrazione – solo misure di sicurezza e di ordine pubblico. In molte città europee, negli ultimi anni, sono stati persino adottati provvedimenti per impedire che i poveri chiedano l’elemosina per strada. Non si devono guardare coloro che nelle città dormono per strada, nelle stazioni ferroviarie, sotto il cielo in qualsiasi luogo o in case che non sono degne di essere chiamate tali. Ci si deve sbarazzare di loro. Sgombrarli. In nome della sicurezza e del decoro urbano. La tecnica usata è quella della “tolleranza zero”, come se la vita anche di un solo essere umano – il più derelitto di tutti – non riguardi proprio tutti e non debba essere difesa, innanzitutto nella sua dignità. L’approccio sembra essere solo repressivo e di fatto, così, non ha nulla a che fare con l’accoglienza e l’integrazione, che una società che ha perso la sua identità, non intende e non sa più dare.
Negli Stati Uniti, dei 744.313 cittadini considerati homeless nell’ultimo censimento del 2005, ben 194.254 erano reduci di guerra. Una proporzione che equivale a un veterano ogni quattro senzatetto. Sono ex combattenti della seconda guerra mondiale, della guerra di Corea, del Vietnam, di Grenada, Panama e Libano, ma anche delle guerre recenti in Iraq e Afghanistan.
Dai dati del rapporto dell’organizzazione Naeh, intitolato “Homelessness in America”, emerge che ogni anno negli Stati Uniti tra i 2,3 e i 3,5 milioni di abitanti, circa l’un per cento della popolazione si trova costretta a vivere per periodi più o meno lunghi senza una casa. In media i senzatetto sono 750.000 e nel 23% dei casi si tratta di una condizione cronica. Alla base dell’aumento del numero dei senzatetto negli ultimi decenni c’è l’aumento del costo delle case e l’impoverimento di molte famiglie oltre al consumo di nuovi tipi di droghe illegali, l’aumento delle famiglie con un solo genitore, la mancanza di un sistema assistenziale efficiente e la difficile situazione sul fronte della salute mentale.
A fronte di un 56% che, in condizioni di necessità, riesce a trovare ospitalità nelle strutture dedicate, il 44% dei senzatetto vive in strada o in sistemazioni di fortuna. Ogni anno, infatti sono circa 600.000 le famiglie, con 1,35 milioni di bambini, a trovarsi in questa situazione. I senzatetto che vivono in famiglia sono il 41% del totale, contro il 59% di adulti singoli. Per questi ultimi, nella gran parte dei casi (circa l’80%) essere senzatetto è una condizione temporanea, ma rimane alto il numero di coloro che ricorrono ai ricoveri per i senza casa più di cinque volte all’anno e per periodi superiori ai due mesi (circa il 9%) e di chi (10%) ricorre ai servizi del sistema assistenziale per una media di 280 giorni all’anno.
Oltre il 10% di coloro che ogni anno negli Stati Uniti entrano ed escono di prigione erano senzatetto nei mesi precedenti all’arresto. La violenza domestica è la principale causa della condizione di senzatetto per le donne. Secondo un sondaggio condotto su scala nazionale, il 13% delle famiglie senzatetto lo sono a causa di abusi o violenze domestiche. Uno studio condotto in Massachusetts ha rivelato che il 92% delle donne senzatetto avevano subito violenze fisiche o sessuale durante la loro vita, e nel 63% dei casi di trattava del partner.
Spesso, l’abuso di alcolici o di sostanze stupefacenti ha un suo ruolo. Il 46% dei senzatetto ha avuto un problema di alcolismo nell’ultimo anno, e il 62% ha avuto problemi di alcool durante la propria vita. Il 38% ha usato droghe nell’ultimo anno. Spesso la condizione di senzatetto è accompagnata o causata da problemi di salute fisica o mentale che, la mancanza di una fissa dimora, può rendere ancora più gravi. Insieme ai problemi di salute cronica, circa la metà dei senzatetto soffre di problemi di salute mentale. Nel 25% di tratta di problemi gravi come depressione cronica, disturbo bipolare, schizofrenia e disordini gravi di personalità.
“L’impegno ecclesiale a favore dei senza fissa dimora sia basato sulla verità fondamentale che in essi si rende presente il Cristo sofferente e risorto. Seguendo l’esempio di Cristo, è necessario ascoltarli, dare spazio alla fiducia e creare relazioni. A tal fine, la Chiesa vada loro incontro sulla strada, in positivo coinvolgimento”. È una delle raccomandazioni che emerse dal primo Incontro internazionale per la pastorale dei senza fissa dimora, promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, del novembre 2007. L’incontro, che aveva come titolo “In Cristo e con la Chiesa a servizio dei senza fissa dimora (clochard)”, fu il terzo di una serie di convegni internazionali che manifesta la continua attenzione del Pontificio Consiglio alla pastorale della mobilità umana anche sulla strada, che ha portato alla pubblicazione, nel mese di maggio 2007, del documento “Orientamenti per la pastorale della strada”. Il dicastero ha infatti riunito, nel corso degli anni, vari operatori pastorali impegnati nei differenti ambiti di questo apostolato, promuovendo il primo Incontro internazionale per la pastorale dei ragazzi di strada (25-26 ottobre 2004) e quello sulla pastorale per la liberazione delle donne di strada (20-21 giugno 2005).
In quell’occasione il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del dicastero vaticano, affermò, tra l’altro, che “la mancanza di un tetto non è cosa nuova. Essa era presente già dal momento in cui il peccato fece la sua comparsa nel mondo, e i nostri progenitori furono scacciati dal luogo che era stato preparato appositamente per loro”. Il cardinale sottolineò la chiamata a farsi “testimoni autentici ed esempio per Governi e comunità, invitando tutti a riconoscere la dignità di ogni essere umano”, e a “offrire e a ricevere l’amore di Dio, in una “catechesi attiva””. “Innanzitutto – affermò – al cuore della nostra opera deve esserci l’amore”, che trae “forza attraverso un incontro personale con Cristo e una profonda dedizione:  non è sufficiente donare cose temporali, ma dobbiamo essere presenti a livello personale in tutto ciò che facciamo”, ricordando quanto dice Benedetto XVI nella Deus caritas est:  “Non è sufficiente donare cose temporali, ma dobbiamo essere “presenti a livello personale” in tutto ciò che facciamo, secondo il modello offerto dalla parabola del buon Samaritano”. Per esso “la carità cristiana è dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata:  gli affamati devono essere saziati, i nudi vestiti, i malati curati in vista della guarigione, i carcerati visitati”.
Dell’amore nei confronti dei senzatetto in una realtà molto difficile – quella del borgo antico di Bari – si è occupata a lungo suor Amalia Bortoletto, della congregazione monfortana delle Figlie della Sapienza, che è stata per tredici anni responsabile del servizio docce per i poveri, presso i locali adiacenti alla chiesa di San Giacomo, vicino alla cattedrale.
Suor Amalia, originaria di Latina, ha iniziato la sua missione alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso a Torino tra i figli degli operai della Fiat. Poi dopo altri incarichi, nel 1996 il suo trasferimento tra i poveri di Bari. La sua è la testimonianza di una donna che ha speso la vita per l’umanità sofferente. “Un’umanità – racconta – che vive senza amore, senza legami familiari, incapace di instaurare un rapporto con gli altri. Sono uomini e donne che nella loro vita non sono stati mai amati, che si adattano a fare i barboni e che non accettano di vivere in un gruppo organizzato. Non hanno scelto questa sorte. Il loro percorso di vita li ha resi così. In alcuni casi, hanno abbracciato questo stato di vita, anche per comodità e non accettano di svolgere un lavoro. Preferiscono abitare la strada”. Persone di diversa nazionalità, principalmente provenienti dall’Africa o dai Paesi dell’Europa dell’est, anche se non mancano italiani. Persone che vivono la loro condizione con grande dignità. “Non parlano molto – dice ancora suor Amalia – anche se si avverte un loro bisogno fortissimo di comunicare, di aprirsi. Le persone di colore sono rispettosissime. Hanno lasciato le loro famiglie, le loro mogli, i loro figli. Nei loro Paesi vivevano la miseria e sono venuti qui in occidente a trascorrere una vita ancora di miseria e di povertà. Vengono a farsi la doccia che noi gli offriamo e a cambiarsi gli indumenti ogni quindici giorni, perché non ce la facciamo – per la scarsità di risorse economiche – a garantire un cambio più frequente”. Un’opera quella delle suore che può contare anche sull’aiuto di alcuni laici. “Persone generose – dice – e dal cuore buono. Rappresentano, per me, l’esempio di quel che dovrebbe essere la società che viviamo. Una società che dovrebbe rifondare la cultura dell’accoglienza e dell’amore per il prossimo. Ciò che conta, nella vita, è amare”.

(©L’Osservatore Romano – 29 novembre 2008)

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