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Il dialogo tra le religioni: un rischio da correre

27 novembre 2008

di Jean-Louis Tauran

Viviamo in società pluri-culturali e pluri-religiose:  è un’evidenza. La tesi di Huntington, lo scontro delle civiltà, si è rivelata falsa:  proclamare che il mondo è diviso fra sei o sette civiltà differenti, destinate ad affrontarsi, non regge. Non esiste una civiltà religiosamente pura. Esistono soltanto civiltà composite, che evolvono e che si trasformano con un processo permanente di interazione. In Italia, per esempio, un bambino sin dall’asilo pratica il dialogo interreligioso:  si trova in mezzo a compagni musulmani, a volte buddisti, eccetera. Come ha dimostrato Paul Tillich, la storia non conosce una cultura che non sia religiosa.
L’altro giorno in un’edicola dell’aeroporto ho visto tanti libri e le riviste che trattavano argomenti religiosi, esoterici o comunque riferiti a nuove religioni. Non si è mai parlato tanto di religioni come oggi (Gilles Kepel, La Revanche de Dieu). Il presidente francese Sarkozy, ricevendo il Corpo diplomatico all’inizio di quest’anno, ha affermato che, secondo lui, due argomenti determineranno la fisionomia delle società del xxi secolo:  le questioni ambientali e quelle religiose. Come ha fatto Dio a ritornare nelle nostre società? Questo, secondo me, è il grande paradosso. Grazie ai musulmani! Sono i musulmani che, in Europa, diventati una minoranza significativa, hanno chiesto spazio per Dio nella società. Inoltre, una seconda causa, è che le religioni sono percepite come un pericolo:  il fanatismo, il fondamentalismo e il terrorismo sono stati o sono ancora associati a una forma pervertita dell’islam. Non si tratta ovviamente del vero islam, praticato dalla maggioranza dei seguaci di questa religione, ma è un fatto che, ancora oggi, si viene uccisi per motivi religiosi. Basti menzionare l’assassinio dell’arcivescovo cattolico di Mossul. Leggevo che, nel 2007, centoventitré cristiani hanno trovato la morte perché cristiani:  in Iraq, in India e in Nigeria. Le religioni sono capaci del meglio come del peggio. Possono mettersi al servizio di un progetto di santità o di alienazione. Possono predicare la pace o la guerra. Ma qui si deve precisare che non sono le religioni che fanno la guerra, ma i loro seguaci. Di qui la necessità di coniugare fede e ragione, dato che agire contro la ragione, in realtà, è agire contro Dio, come Benedetto XVI ha ricordato nella sua Lectio all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006.
Forse ci eravamo scordati che la persona umana è l’unica creatura che interroga e che si interroga. È interessante ricordare che la Dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano ii sul dialogo interreligioso, già sottolineava questa dimensione dell’uomo nel suo preambolo:  “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo:  la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore… la vera felicità, la morte”.
Da questo quadro risulta che siamo “condannati” tutti al dialogo. Ma cosa è il dialogo? È la ricerca di comprensione fra due soggetti, con l’aiuto della ragione, in vista di un’interpretazione comune del loro accordo o del loro disaccordo. Suppone un linguaggio comune, onestà nella presentazione del proprio punto di vista, e volontà di fare tutto il possibile per capire gli argomenti dell’altro. Applicati al dialogo interreligioso, questi presupposti aiutano a capire che, quando si parla di dialogo interreligioso, non si tratta di essere gentili con l’altro, per risultargli gradevoli. Non si tratta nemmeno di un negoziato, praticato dai diplomatici:  trovo la soluzione al problema e la questione è chiusa. Nel dialogo interreligioso prendo un rischio. Accetto, ovviamente, non di rinunciare alla mia fede, ma di lasciarmi interpellare dalle convinzioni altrui. Accetto di prendere in considerazione argomenti diversi dai miei o da quelli della mia comunità. Lo scopo è di conoscersi, di considerare la religione dell’altro con benevolenza e di lasciarsi arricchire dagli aspetti positivi celati nella sua religione. Ogni religione ha la sua identità, ma accetto di considerare che Dio è anche all’opera in tutti, nell’anima di chi lo cerca con sincerità. Direi che tre sono gli elementi che vanno insieme:  identità, alterità e dialogo. Non si tratta, ovviamente, di ricercare una specie di religione universale, o di ricercare il più piccolo denominatore comune. La prima condizione perché il dialogo interreligioso sia proficuo è la chiarezza:  ogni credente deve essere consapevole della propria identità spirituale. I capi religiosi devono stare attenti a che il genio proprio di ogni religione sia sempre ben compreso.
Si pone allora il problema di saper come conciliare la nostra fede in Cristo come l’unico mediatore e l’apprezzamento dei valori positivi che troviamo nelle altre religioni. In ogni essere umano c’è la luce di Cristo. Di conseguenza tutto il positivo che esiste nelle religioni non è tenebre. Tutto il positivo partecipa della grande luce che risplende su tutte le luci. E qui dobbiamo rileggere la Nostra aetate:  “La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (n.2).
Si può dire che, dalla fine del concilio Vaticano ii fino ad oggi, i cattolici sono passati dalla tolleranza all’incontro per arrivare al dialogo, che non è tanto dialogo fra le religioni quanto fra credenti. E questo dialogo si svolge secondo quattro modalità:  1) dialogo della vita:  relazioni di buon vicinato con i non cristiani che favoriscono la condivisione delle gioie e delle prove, incontri in occasione delle feste religiose degli uni e degli altri; 2) dialogo delle opere:  collaborazione in vista del benessere degli uni e degli altri, specialmente delle persone che vivono in solitudine, malattia o povertà, collaborazione nelle diverse strutture della vita associativa e in occasione delle grandi catastrofi naturali; 3) dialogo teologico:  quando è possibile, che permette agli esperti di ambedue le parti di capire in profondità le rispettive eredità religiose; 4) dialogo delle spiritualità:  che mette a disposizione degli uni e degli altri la ricchezza della loro vita di preghiera.
Il dialogo interreligioso mobilita quindi tutti quanti sono in cammino verso Dio o verso l’Assoluto. Tutti i credenti e i ricercatori di Dio hanno la stessa dignità. Per un cattolico, dialogare con gli altri credenti è, prima di tutto, un’esperienza spirituale e, in questo, una grazia. È un’attività prettamente religiosa, animata non solamente dalla conoscenza intellettuale o dall’amicizia, ma anche dalla preghiera. Mi porta ad approfondire la mia fede e a testimoniarla:  non devo mai nascondere la mia specificità. Quando parlo con un musulmano, per esempio, non posso mettere fra parentesi i capisaldi del mio credo, quali la Santissima Trinità e l’Incarnazione. Anche semplici gesti, come portare una croce al collo, o avere un rosario in mano, sono gesti che mostrano l’attaccamento alla propria fede. Il dialogo interreligioso suppone da parte mia la sincerità e anche l’umiltà, che porta a riconoscere gli errori del passato e del presente. Non si tratta di sopprimere le differenze, ma di guardarle come mezzi per creare una comprensione e un arricchimento vicendevoli.
Quale servizio il dialogo interreligioso può rendere alla società? È un fatto che i cittadini membri di una religione sono la maggioranza nelle società occidentali. Per il loro numero, la durata delle loro tradizioni, la visibilità delle loro istituzioni e dei loro riti, i credenti sono credenti e visibili. Li si può apprezzare o combattere, ma non lasciano mai indifferenti. Del resto, i responsabili delle società, pur mantenendo il principio della separazione delle Chiese dallo Stato (io preferisco parlare di distinzione) sono costretti a intendersi con le comunità dei credenti, senza confondersi, e a frequentarsi senza opporsi. Le autorità civili devono solo prendere atto del fatto religioso, garantire il rispetto effettivo della libertà di coscienza e di religione, e intervenire solo nel caso in cui l’esercizio di tale libertà nuoccia alla libertà dei non credenti o perturbi l’ordine o la sanità pubblica. Ma, più positivamente, direi che è nell’interesse dei responsabili delle società di favorire il dialogo interreligioso e di attingere, nel patrimonio spirituale e morale delle religioni, tanti valori suscettibili di contribuire all’armonia degli spiriti, all’incontro delle culture e al consolidamento del bene comune. Di fatto, tutte le religioni, attraverso mezzi variegati, spronano i propri fedeli a collaborare dove vivono, con tutti quelli che si sforzano di assicurare il rispetto della dignità della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, di sviluppare il senso della fraternità e della solidarietà, di farsi ispirare dal savoir faire delle comunità dei credenti che, almeno una volta alla settimana, radunano milioni di persone, le più diverse, in un’autentica comunione spirituale, e di aiutare gli uomini e le donne di questo tempo a non essere schiavi delle mode, del consumismo e del profitto. I credenti sono quindi chiamati a contribuire concretamente al bene comune, a un’autentica solidarietà, al superamento delle crisi, al dialogo interculturale:  devono partecipare al dialogo pubblico nelle società di cui sono membri.
Dovevo rispondere a una domanda. Il dialogo interreligioso è una grazia o un rischio? La mia risposta non è molto originale. Rispondo:  le due cose. Un rischio c’è. Quello del sincretismo. Ma direi che potrebbe essere relativo se, come dicevo prima, ogni credente che dialoga esercitasse la sua ragione e, alla luce di essa, fosse spinto ad approfondire la propria fede per renderne conto. Detto questo, c’è un altro rischio, di un’altra natura:  quando chiedo a un buddista o a un musulmano:  dimmi qual è la tua fede e come la vivi, mi espongo al rischio che, un domani, egli rivolga a me la stessa domanda. Allora il dialogo interreligioso, come dicevo prima, in un certo senso è una grazia, perché mi mette in un continuo stato di vigilanza spirituale; mi spinge a essere coerente e testimone. Nella parola “dialogo” il prefisso dia, che significa attraverso, indica bene che dialogare è consentire a che un’altra parola attraversi la mia parola, e così gli uni gli altri possiamo scoprire non solamente le nostre ricchezze spirituali, ma anche eventuali radici comuni.

(©L’Osservatore Romano – 28 novembre 2008)

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