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Lunedì 24 novembre a Nagasaki la beatificazione di Pietro Kibe Kasui e di 187 compagni martiri

23 novembre 2008

di Diego Yuuki

Benedetto XVI, il 1° giugno 2007, firmò il decreto che aprì la via alla beatificazione di Pietro Kibe e di 187 compagni martiri, distribuiti, a seconda del luogo del martirio, su nove delle diocesi del Giappone, coprendo così quasi tutta la geografia del Paese.
Le date della loro morte vanno dal 1603 al 1639, cioè all’epoca della persecuzione degli Shogun Tokugawa. Molti di loro vissero nella fase più dura di quella persecuzione.
Pietro Kibe e i suoi 187 compagni martiri sono ben noti nella Chiesa in Giappone e fra le popolazioni di origine, ma generalmente sconosciuti al di fuori del Paese.
Perciò nascono spontaneamente le domande:  Perché ora? Perché così tanti? La risposta è semplice:  quando furono canonizzati i 26 santi (1862) e beatificati i 205 martiri della persecuzione degli Shogun Tokugawa (1867), la Chiesa in Giappone non esisteva in quanto tale. I cristiani sopravvissuti alla persecuzione vivevano nelle catacombe. Non vi erano vescovi né sacerdoti giapponesi che potessero parlare a nome di quella Chiesa martire. Il numero dei martiri conosciuti supera i diecimila. Quando vennero aperti i processi di canonizzazione a Roma, i diversi ordini religiosi che avevano operato in Giappone presentarono subito i loro membri e i loro collaboratori martiri. Continuano però a restare nell’ombra i cristiani che subirono tutto il peso della persecuzione, i più crudeli tormenti, che si assunsero la responsabilità della comunità alla morte degli ultimi missionari e trasmisero la fede che è giunta fino ai nostri giorni.
Quando nel 1865 il Giappone si aprì di nuovo al mondo esterno, sebbene limitatamente, vennero riscoperti i cristiani vissuti in clandestinità e rinacque così l’interesse per quei martiri. Si consultarono gli archivi e si raccolsero le tradizioni locali. In occasione della visita pastorale di Giovanni Paolo II, “pellegrino dei martiri”, a Nagasaki (febbraio 1981), sorse l’idea di riunire un gruppo di martiri importanti di quella persecuzione e di indicarli come esempio di coerenza cristiana.
In quel processo, iniziato nel 1981, si è cercato di scegliere quei martiri sul cui sacrificio vi fossero chiare testimonianze, che rappresentassero un gran numero di regioni del Giappone, i cui monumenti o luoghi di martirio fossero già ben noti e che come gruppo fossero rappresentativi della società giapponese di allora:  uomini e donne, anziani e bambini, personaggi della classe dirigente, invalidi, mendicanti. Dei 188 scelti, quattro sono sacerdoti, uno religioso e 183 cristiani laici.
Fra questi cristiani vi sono intere famiglie di martiri. Ad esempio la famiglia di Gaspare Nishi, dell’isola Ikitsuki di Hirado, nobile samurai divenuto catechista, che morì con sua moglie e il loro primogenito e che offrì altri due figli come martiri, uno di essi già canonizzato, il domenicano san Tommaso Nishi. Un altro è Ogasawara Kenya, martire insieme a sua moglie Miya (Maria) e ai loro nove figli, uno di essi nato in carcere, battezzato ed educato lì. Un altro magnifico esempio è anche quello dei tre catechisti di Yatsushiro (Kumamoto), Gioacchino Watanabe, Michele Mitsuishi e Giovanni Hattori, uomini del popolo che vivevano modestamente del loro lavoro, ma quando il Daimyo, Kato Kiyomasa, espulse i missionari dal suo territorio, assunsero la responsabilità di quella Chiesa, guidarono i cristiani, aiutarono gli altri martiri, recuperarono i loro corpi, e condannati per questo al duro carcere, da lì continuarono per diversi anni il loro apostolato, educando i propri figli piccoli. Il martirio di Pietro Hattori, di cinque anni, è una pagina commovente per l’atteggiamento del bambino.
Rientra in questo processo il “grande martirio di Kyoto”, nel quale 52 martiri furono arsi vivi per espresso ordine dello Shogun Hidetada (1619). Fra quei martiri vi furono molte madri con bambini piccoli:  è il “martirio degli innocenti” della Chiesa in Giappone, descritto con queste parole dall’agente della ditta inglese di Hirado Richard Cooks, che si trovava a Kyoto in quell’occasione:  “Fra i martiri vi erano bambini di cinque e sei anni, bruciati fra le braccia delle madri, che gridavano:  Gesù, accogli le loro anime”. In questo gruppo si distinse per il suo fervore la famiglia Hashimoto, composta da padre, madre e cinque figli, dai 3 ai 14 anni.
Alcune parole sui quattro sacerdoti martiri. Erano stati tutti studenti del seminario di Arima, anche se provenivano da diverse regioni del Giappone. La loro storia è simile:  la lotta per realizzare la propria vocazione, l’apostolato instancabile sotto la più feroce persecuzione, il martirio durissimo. Dell’agostiniano Tommaso di sant’Agostino “Kintsuba” un luogo nell’area di Nagasaki conserva ancora il nome:  è la “valle del Kintsuba”, nome trasmesso da generazione di cristiani nascosti di questa regione e legato alle grotte che servirono loro da rifugio. Giuliano Nakaura fu uno dei quattro giovani che nel 1582 si recarono come legati a Roma; sacerdote gesuita nel 1608, martire nel 1633, dopo 19 anni di apostolato come missionario nascosto.
Il suo monumento nel villaggio natale lo presenta “mentre indica il cammino per Roma”. Diogo Yuri Ryosetsu, membro della famiglia degli antichi Shogun Ashikaga, percorse il Giappone incoraggiando i cristiani, convertendo gli altri, entrando nelle carceri per portare ai cristiani detenuti la grazia dei sacramenti. Pietro Kibe, che si recò a piedi fino a Roma, passando per Gerusalemme, per essere ordinato sacerdote ed entrare nella Compagnia di Gesù, ebbe come principale testimone della veridicità del suo martirio il giudice inquisitore dei cristiani Inoue Chikugo:  “Kibe Pietro fu condannato a morte perché non voleva rinnegare la propria fede e incoraggiava i catechisti martoriati accanto a lui”.

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