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Storie di conversione: Clive Staples Lewis

7 luglio 2008

di Andrea Monda

“Tutto solo in quella stanza di Magdalen, avvertivo su di me, una notte dopo l’altra, ogniqualvolta la mia mente si distraeva anche un attimo dal lavoro, la ferma, inesorabile stretta di Colui che mi rifiutavo ostinatamente di conoscere. Ciò che avevo più temuto si era alla fine impadronito di me. Durante il trimestre della trinità del 1929 mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai per pregare:  fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra”.
Chi parla è Clive Staples Lewis, per gli amici semplicemente Jack, un professore di filologia di Oxford, di famiglia anglo-irlandese di Belfast, nato trentuno anni prima il quale, dopo un’infanzia “blandamente cristiana”, si era buttato anima e corpo in un ateismo razionalistico e idealistico professato e vissuto.
L’intelligenza del giovane Jack è sottile, la sua curiosità sconfinata, l’acume fulminante, la forza dialettica eccezionale, ma qualcos’altro entra in ballo a sconquassare la sua apparentemente compatta fede nell’inesistenza di Dio, perché nella vita c’è sempre qualcos’altro, qualcosa di imprevisto, inavvertito, sorprendente.
Sorpreso dalla Gioia è forse il più bel titolo che si possa dare a un libro che racconti la storia di una conversione ed è quello che Lewis ha scelto per la sua autobiografia, scritta a cinquantasette anni ma relativa soltanto ai suoi primi trent’anni, perché, scrive nella prefazione:  “Non ho mai letto un’autobiografia in cui la parte dedicata ai primi anni non fosse di gran lunga la più interessante”.
Nel 1955 la passione di Lewis per i primi anni della vita degli uomini era una scelta naturale, quasi “obbligata”:  proprio in quegli anni stava finendo di pubblicare i sette episodi delle Cronache di Narnia, l’opera letteraria che, insieme alle Lettere di Berlicche, lo consacrerà come uno degli autori più letti e conosciuti in tutto il mondo (oscurando peraltro le sue pregevoli ricerche filologiche dedicate alla letteratura anglosassone medioevale).
Anche questi suoi celebri romanzi di pura fantasia hanno al centro il tema della giovinezza e della conversione. In una pagina di Mere Christianity Lewis parla di un ragazzo “emblematico”, che chiama Dick, e scrive alcune parole che potrebbero essere prese come il riassunto della saga di Narnia:  “Per quanto ne sappiamo, a Dio non costa nulla creare cose belle; ma convertire delle volontà ribelli gli costa la crocifissione (…) fino a quando Dick non si volgerà a Dio, penserà che il suo buon carattere sia una cosa sua, e fino che lo penserà, esso non gli apparterrà. Solo quando Dick capirà che il buon carattere non è una cosa sua ma è un dono di Dio, e solo quando lo offrirà di ritorno a Dio, esso comincerà ad essere veramente suo, perché allora Dick comincerà a partecipare alla sua propria creazione. Le sole cose che possiamo tenere sono quelle che diamo liberamente a Dio; quello che cerchiamo di tenere per noi è proprio ciò che sicuramente perderemo”. Dick non è solo Edmund, il ragazzino per cui il leone Aslan si sacrifica lasciandosi uccidere nel secondo episodio di Narnia; Dick è, ovviamente, Jack.
Per dirla con le parole di Bonhoeffer la storia della conversione di Lewis raccontata in Sorpreso dalla Gioia è una storia di resistenza e resa. Da questo punto di vista il libro può essere visto come un diario in cui lo scrittore appunta i movimenti del suo animo scosso, avvinto e poi finalmente vinto dall’assalto di Dio, un diario della Gioia (è questo il “nome” di Dio secondo Lewis) a cui farà seguito sei anni dopo il brevissimo e intensissimo Diario di un dolore scritto a seguito della morte della moglie (che, guarda caso, si chiama Joy).
Scrive Lewis a metà della sua autobiografia:  “Agnostici di buona volontà parleranno allegramente della “ricerca di Dio da parte dell’uomo””, ma Lewis non è (più) un agnostico di buona volontà, e non parla più “allegramente” perché ha sperimentato “l’inesorabile stretta” di Dio, e quanto può essere terribile la sua bellezza e la sua gioia. Sono queste due le polarità su cui si gioca l’intera esistenza di Jack, la Bellezza e il suo frutto, la Gioia, “… cioè un desiderio inappagato che è esso stesso più desiderabile di qualsiasi appagamento. Io lo chiamo gioia, che è qui un termine tecnico e va nettamente distinto dalla felicità così come dal piacere. La gioia (nel senso che io le attribuisco) ha in realtà in comune con essi una caratteristica, e una sola; il fatto che chiunque l’abbia provata vorrà provarla nuovamente. A parte questo, e solo in base alla sua natura, potremmo anche considerarla una infelicità o un dolore di genere particolare. Ma di un genere che desideriamo. Dubito che chiunque l’abbia sperimentata la scambierebbe mai, ammesso che fosse in suo potere, con tutti i piaceri del mondo. Ma, mentre il piacere lo è spesso, la gioia non è mai in nostro potere”.
Alla luce di questa idea di gioia, così commista al dolore, si intuisce la profondità dell’immagine di Aslan, il divino leone protagonista delle Cronache di Narnia, una delle più sorprendenti figure cristologiche della letteratura novecentesca. Aslan, figura a un tempo del Dio creatore e del Cristo redentore che si sacrifica per amore, è un leone, buono e maestoso, dolce e terribile, perché per Lewis Dio è un leone che si mette alla ricerca dell’uomo, che lo bracca e lo abbraccia. “In realtà, un giovane ateo non ha modo di proteggere la propria fede come si deve” confessa in Sorpreso dalla Gioia, “I pericoli lo assediano da ogni parte”.
Un permanente stato d’assedio, ecco cos’è la vita per lo scrittore inglese, un assalto che paradossalmente esalta l’umiltà di Dio che, come il padre del figliol prodigo va alla ricerca di tutti, anche di colui che cerca di sfuggire al suo abbraccio:  “Allora non mi avvidi di quello che oggi è così chiaro e lampante:  l’umiltà con cui Dio è pronto ad accogliere un convertito anche a queste condizioni. Per lo meno, il figliol prodigo era tornato a casa coi suoi stessi piedi. Ma chi potrà mai adorare adeguatamente quell’amore che schiude i cancelli del cielo a un prodigo che recalcitra e si dibatte, e ruota intorno gli occhi risentito in cerca di scampo? (…) La durezza di Dio è più mite della dolcezza umana, e le Sue costrizioni sono la nostra liberazione”.
Un luogo pericoloso è il mondo, soprattutto per chi voglia mantenere incorrotta la sua incredulità e voglia impedire a Dio questo processo di liberazione. E Lewis li enumera tutti questi pericoli che hanno attentato e poi minato alle radici il suo ateismo:  la bellezza della natura e dell’arte, il dono della gioia che la vita ci regala in maniera sempre improvvisa e imprevista, e poi l’incontro con gli altri uomini, quelli reali, conosciuti fisicamente e quelli incontrati attraverso la mediazione della lettura dei libri.
Tra i tanti di questi “incontri pericolosi”, vale la pena citarne tre che giocheranno un ruolo determinante nel cammino di conversione dello scrittore inglese:  Chesterton, MacDonald e Tolkien. “Nel leggere Chesterton, come nel leggere MacDonald, non sapevo a cosa andavo incontro” scrive in Sorpreso dalla Gioia, “Un giovanotto che desidera rimanere un perfetto ateo non può andare troppo per il sottile nelle sue letture. Ci sono trabocchetti sparsi dappertutto:  “Bibbie lasciate aperte, milioni di sorprese” come dice Herbert, “reti sottili e stratagemmi”. Dio è, se  così  possiamo  dire,  pochissimo  scrupoloso”.
Saranno proprio i libri di Chesterton (in particolare L’uomo eterno) e quelli di MacDonald (in particolare Le fate dell’ombra) che “prepareranno” il giovane Jack alla “capitolazione” che però avverrà solo con il colpo finale assestato dall’incontro con Tolkien. I due si conosceranno alla fine degli anni Venti a Oxford, entrambi innamorati delle antiche saghe e leggende, e tra loro nascerà un’amicizia di oltre quaranta anni da cui poi scaturirà la nascita di quei romanzi che oggi tutto il mondo conosce, Narnia e Il Signore degli Anelli.
Se nel 1929 Jack si era inginocchiato e aveva pregato Dio in modo disperato e riluttante, l’amicizia di Tolkien lo portò all’incontro con Cristo. Il 19 settembre del 1931 Jack e Tollers (com’era chiamato dagli amici più intimi) insieme al comune amico Hugo Dyson, dopo cena, fanno la solita passeggiata sul parco del Magdalen College e incominciano a parlare di antichi miti e della Verità “nascosta” in quei racconti.
Finiranno a parlare oltre le tre del mattino e Lewis qualche giorno più tardi scriverà al suo vecchio amico Arthur Greeves:  “Da poco sono passato dal credere in Dio al credere in maniera definitiva in Cristo, nel cristianesimo. Cercherò di spiegartelo un’altra volta. La mia lunga chiacchierata notturna con Dyson e Tolkien ha avuto una grossa parte in questo”. Come Nicodemo anche l’intellettuale Lewis ha conosciuto la sua notte piena di luce e la sua vita è radicalmente cambiata. Da quel momento diventerà strenuo difensore della fede riconquistata e raffinato divulgatore della verità del cristianesimo:  i suoi saggi sulla fede, sul dolore e sull’amore sono ancora oggi tra le opere più valide dell’apologetica cristiana del Novecento.
In questo senso la sua parabola ricorda proprio quella di Chesterton; anche se Lewis non riuscì mai a fare formalmente il passo per entrare nella Chiesa cattolica (ma sostanzialmente lo fece, tanti sono i segnali di questo suo cripto-cattolicesimo, non ultimo la sua splendida corrispondenza epistolare con san Giovanni Calabria) la sua storia, come quella dell’inventore di Padre Brown, è quella di un cuore e di un’intelligenza che si arrendono di fronte alla Gioia che scaturisce dalla Buona Novella e che spazza via tutte le fantasie e le elucubrazioni del razionalismo umano (cosa diversa dalla ragione, meraviglioso dono di Dio).
Chesterton passò al cattolicesimo nel 1922, qualche anno prima di Lewis e poté quindi regalarci due affermazioni che Jack avrebbe potuto sottoscrivere pienamente:  la prima nel saggio La Chiesa cattolica e la conversione in cui ribadisce che “Il marchio della fede non è la tradizione:  è la conversione. È il miracolo per cui gli uomini scoprono la verità nonostante la tradizione, e spesso a costo di strappare tutte le radici umane (…) Può darsi che tra un secolo o due saranno diventati una tradizione lo spiritismo, il socialismo e la Christian Science. Ma il cattolicesimo non sarà mai una tradizione. Sarà sempre una cosa scomoda, nuova e pericolosa”, la seconda in versi poetici, scritti proprio in occasione del passaggio alla fede cattolica:  “I saggi hanno cento mappe che disegnano universi fitti come alberi, scuotono la ragione con mille setacci che accantonano la sabbia e lasciano filtrare l’oro:  per me tutto ciò vale meno della polvere perché il mio nome è Lazzaro e sono vivo”.

su L’Osservatore Romano del 7-8 luglio 2008

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