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L’inferno secondo il Nuovo Testamento

26 marzo 2010

di Inos Biffi

Se esista o no l’inferno non lo dobbiamo chiedere ai filosofi; e neppure ai teologi, siano pure i più blasonati: il compito dei teologi non è quello di determinare i contenuti del Credo, ma quello di illustrarli in connessione con tutto il mistero cristiano. Dobbiamo invece interrogare la fede della Chiesa, che non ha inventato l’inferno, ma lo afferma, semplicemente perché ha ascoltato la parola di Cristo sul "fuoco eterno" (Matteo, 25, 41) e sulla "risurrezione di condanna" (Giovanni, 5, 29) per quelli che fecero il male.
Il concilio di Trento, nell’ottavo canone sulla giustificazione, afferma il valore salutare della "paura dell’inferno, grazie alla quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio e ci asteniamo dal male".
Nel Credo di Paolo vi si professa che: "Gesù Cristo è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto".
Mentre il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: "Gesù parla ripetutamente della "Geenna", del "fuoco inestinguibile", che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo". Egli "annunzia con parole severe che "manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno… tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente", e che pronunzierà la condanna: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!"" (n. 1034).
E sempre il Catechismo della Chiesa Cattolica: "La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, "il fuoco eterno"", dove "la pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira" (ibidem, n. 1035).
Chi contestasse l’esistenza dell’inferno come reale possibilità di chi abbia rigettato fino all’ultimo la grazia della salvezza, negherebbe una verità del Credo cristiano. Ma per comprendere, nella misura del possibile, il senso e in certo modo la ragione dell’inferno – che è una verità di fede – importa coglierlo anzitutto nella sua disposizione originaria.
Secondo le parole di Cristo, il "fuoco eterno" è stato "preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Matteo, 25, 41), i quali, "creati da Dio naturalmente buoni", si sono "da se stessi trasformati in malvagi", per avere, "con libera scelta, radicalmente e irrevocabilmente, rifiutato Dio e il suo Regno" (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 391-392).
Noi constatiamo che, quando appare l’uomo, è già presente "il serpente antico, colui che è chiamato diavolo"; già opera il Satana che seduce (Apocalisse, 12, 9), l’"Anticristo" (1 Giovanni, 2, 18). "Il diavolo è peccatore fin dal principio" (1 Giovanni, 3, 8): Gesù lo definisce, infatti, "omicida fin da principio", radicalmente "menzognero e padre della menzogna" (Giovanni, 8, 44).
E quale fu il peccato di tal "seduttore e anticristo", per il quale originariamente venne disposto il "fuoco eterno"? Fu, esattamente, quello di aver obiettato all’eterno "mistero di Dio, che è Cristo" (Colossesi, 2, 2), di averlo respinto.
Non dovrebbe stupire, se pensiamo che Dio abbia creato gli angeli a servizio del Figlio suo, e che la loro bontà dipenda tutta dalla loro gioiosa accoglienza di Gesù, mentre la loro dannazione dalla loro ribellione e dal loro sdegnato rifiuto.
Ce ne convinciamo seguendo la vita di Cristo, intorno al quale operano sia gli angeli sia i de- moni.
Intorno a Gesù si aggira anche il demonio, che lo tenta, per distoglierlo dal compimento della volontà del Padre; diffonde la diffidenza e induce al distacco da lui (Giovanni, 6, 69); prende possesso di chi lo tradisce (Giovanni, 13, 27); contende a Cristo la signoria e la regalità, però rimanendone sconfitto.
È su Gesù che si discrimina la rettitudine o la perversione sia dell’angelo sia dell’uomo. Anzi, ogni peccato obiettivamente e storicamente è un rifiuto di Cristo, nel quale si risolve la predestinazione di Dio.
Abbiamo sentito che Gesù definisce il demonio omicida e menzognero fin dal principio, colui quindi che si oppone alla Vita e alla Verità, ossia al Verbo incarnato, che dice di sé: "Io sono la Verità e la Vita" (Giovanni, 14, 6).
Se torniamo alle origini, vediamo con chiarezza che tutta la trama del Serpente, invidioso dell’uomo, è quella di attrarlo da subito nella sua stessa spirale di gelosia, di sospetto, e di disubbidienza; quella di rendere l’uomo partecipe della sua stessa ribellione, e così deturpare in lui l’immagine di Cristo secondo la quale l’uomo era stato concepito, in modo da renderlo irriconoscibile dal Padre. L’inferno si configura, di conseguenza, come la lontananza da Cristo, che non può trattenere vicino a sé quelli che, consapevolmente, in piena e definitiva libertà, hanno scelto di essere dissimili da lui. Quanti non presentano i tratti del Signore, e ne sono discordanti, si sentono fatalmente dire: "Via, lontano da me" (Matteo, 25, 41); "Voi non so di dove siete: Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia" (Luca, 13, 27). L’inferno è il destino irreversibile, ormai fissato di là dal tempo, di una umanità di cui Dio non si compiace.
All’inferno non c’è la grazia di Cristo e manca la sua gloria; esso è il "luogo" della permanente e impenitente deprecazione dell’amore misericordioso, che fu addirittura il motivo della creazione dell’uomo.
Non è quindi che la grazia e il perdono non siano stati offerti o, per contingenti circostanze, non si siano potuti incontrare. È che l’uomo – chiamato all’esistenza "per mezzo di Cristo", "in lui" e "in vista di lui" (cfr. Colossesi, 1, 16-17) – li ha ostinatamente respinti sino all’ultimo, con tutte le forze della sua libertà, provando fastidio per Gesù Cristo.
Il tormento di quanti dimorano all’inferno – siano essi i demoni o gli uomini irredenti che li hanno imitati – proviene proprio dal fatto che vi è assente Gesù Risorto redentore, sorgente inesausta della beatitudine, e che non vi si gode la comunione dei santi. L’inferno è il non esserci di Cristo e della Chiesa.
Al contrario, l’inferno è una comunione di dannati, che in realtà non potrebbe essere una comunione, ma solo un implacabile reciproco dissidio e una invincibile e perpetua discordia. All’inferno non è possibile l’esperienza dell’amore. Non ci si ama, ma non ci si può che odiare a vicenda.
Resta a confortarci la sicurezza che il Signore di questo mondo non è il demonio, ma Gesù Risorto, che lo ha definitivamente giudicato e vinto, e che l’amore misericordioso e onnipotente si insinua in ogni frammento di tempo, anche in quello estremo.

(©L’Osservatore Romano – 27 marzo 2010)

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