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Storia e conseguenze della persecuzione della cultura intellettuale ebraica italiana

27 gennaio 2009

di Marina Beer
Università di Roma La Sapienza

Gli effetti delle leggi razziali sulla letteratura italiana furono molto più pesanti di quanto ci faccia intravedere la storiografia letteraria degli ultimi decenni, che pure ha iniziato a infrangere la consegna alla reticenza e al silenzio persistente dal secondo dopoguerra soprattutto nei manuali e nelle grandi opere di riferimento di letteratura italiana. Questo fatto è tanto più grave proprio perché nel nostro sistema di istruzione secondaria la storia della letteratura italiana è stata per più di centocinquanta anni il medium attraverso il quale si tramanda la memoria dell’identità del Paese. Sarebbe invece necessario che anche questa memoria letteraria contribuisse a rispecchiare la storia che essa vuole far rivivere, servisse cioè insieme a ricordare noi stessi, a conoscere il nostro passato, a meditare sul nostro futuro.
La necessità di uno sguardo che sappia comprendere insieme il mondo della storia nel quale la letteratura è nata e che per vocazione essa incarna, interpreta, a volte “profeticamente” anticipa, è poi diventata un’esigenza sempre più pressante del nostro tempo. Non dimentichiamo che la funzione di “memoria”, nel senso più antico del termine, è all’origine della poesia:  e in questo senso la poesia – quella che noi storici della letteratura indegnamente cerchiamo di insegnare a leggere, a interpretare e amare – è figlia di Mnemosyne, “vince di mille secoli il silenzio”. Ma se la memoria non si tramanda con rispetto ed esattezza diventa una memoria approssimativa e reticente, una forma di rimozione e di oblio, un ostacolo per la nascita di un senso comune condiviso dalle generazioni.
Questo a mio avviso è proprio ciò che è avvenuto nella storiografia e nella manualistica per quanto riguarda le ripercussioni delle leggi del 1938 nella storia della nostra letteratura e della nostra cultura letteraria dal dopoguerra a oggi. La storia della persecuzione della cultura intellettuale ebraica italiana da parte del totalitarismo è una storia a sé all’interno di quella più ampia e sanguinosa della persecuzione e dello sterminio ebraico e manca quasi interamente dai manuali.
Questa storia non racconta solo di professori che perdono la cattedra mentre i loro libri vengono cancellati dai programmi, di studenti che non possono più iscriversi all’università, di ebrei espulsi da accademie e istituzioni culturali e di editori costretti a cedere la proprietà delle loro imprese, di redattori di case editrici licenziati, scrittori e giornalisti costretti a scrivere sotto pseudonimo o a non scrivere affatto, libri scientifici di autori ebrei tolti dalla circolazione, libri scolastici scritti da autori ebrei eliminati dai programmi di scuole e università, manuali ed enciclopedie epurati dai nomi ebraici e da ogni rinvio all’ebraismo, libri di autori ebrei italiani e stranieri sequestrati, tolti dalla circolazione e non più ristampati, persino scrittori per l’infanzia amati da generazioni di bambini italiani cancellati dai cataloghi delle case editrici.
In più, come sottofondo a queste vicende di sopruso e di umiliazione, questa storia ci costringe a riascoltare le voci grottesche e ignobili della pubblicistica di Stato, questa sì la sola autorizzata a parlare di ebrei e di ebraismo, la stampa antisemita finanziata quasi a fondo perduto dal regime e i livres de chevet dell’antisemitismo italiano. Parlano dunque di ebrei e di ebraismo “La difesa della razza”, “Tevere”, “La vita italiana”, le opere di Telesio Interlandi, di Paolo Orano e magari il monumentale Sesso e carattere dell’unico autore ebreo risparmiato (fino al 1944) dall’epurazione razzista italiana, quell’Otto Weininger che Hitler giudicava come “l’unico ebreo perbene” perché si suicidò “dopo aver riconosciuto che l’ebreo vive della decomposizione di altri popoli” e che fu fin dal 1912  il  principale tramite per la divulgazione degli stereotipi dell’antisemitismo razzista nella nostra cultura. Eugenio  Montale  evoca  così  il  cli- ma di questi anni nelle Occasioni (1939):  “Distilla veleno una fede feroce”.
La rimozione postbellica e la continuità istituzionale che della persecuzione furono l’epilogo gettano una luce tragica e amara sulla pervasività capillare dei meccanismi totalitari del consenso, sulla fragilità delle difese che vi furono opposte e che permisero il costituirsi di un’ampia “zona grigia” anche nel mondo della cultura, sullo sfaldamento o addirittura sulla perdita di una parte consistente dell’identità culturale italiana tra le due guerre, quella che dai rapporti con i temi ebraici, con i letterati ebrei e con il loro sapere aveva tratto linfa vitale.
La cultura italiana ha subito dalle leggi razziste un vulnus gravissimo, un danno la cui estensione non può essere limitata al periodo nel quale esse furono in vigore, perché anche la rimozione e il silenzio delle pagine delle storie letterarie circa i provvedimenti razzisti messi allora in atto e i loro effetti fanno parte integrante di quello stesso danno, ed è anzi la prova estrema e paradossale della loro efficacia.
È certamente vero che decine di migliaia di copie de “La Difesa della Razza” rimasero invendute, e che non mancarono anche fra gli intellettuali comportamenti verso singoli ebrei che smentirono il razzismo antisemita propagandato più o meno rumorosamente in pubblico dalle stesse persone. Giovanni Gentile non si privò della collaborazione di autori ebrei per l’Enciclopedia Treccani e protesse e aiutò a emigrare negli Stati Uniti il massimo studioso dell’umanesimo italiano e della filosofia ficiniana, Paul Oskar Kristeller. Il poeta Umberto Saba ottenne nel 1939 dalla Direzione della Demografia e della Razza la “discriminazione” (cioè la possibilità di continuare a godere dei suoi diritti ed esercitare la sua attività) concessagli per “meriti eccezionali” direttamente da Benito Mussolini, che lo aveva conosciuto molti anni prima quando il poeta triestino collaborava al “Popolo d’Italia”, e la ottenne grazie ai buoni uffici di letterati non certo noti per filosemitismo, quali Enrico Falqui, Curzio Malaparte, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti. Ma la lunga lista dei comportamenti “umanitari” non deve far dimenticare la facilità con cui misure antiebraiche nel campo della cultura vennero adottate e come, già dalla prima metà degli anni Trenta, ancora prima che le leggi razziali entrassero in vigore, fosse moneta corrente nella cultura italiana il razzismo antisemita, nelle due varianti del razzismo “biologico” (gli ebrei razza inferiore) e del razzismo “ideale” (gli ebrei portatori di tutti i mali della modernità).
Nell’immediato dopoguerra il silenzio pieno di vergogna e di cautela che nasconde i “tristi ricordi” della politica culturale razzista si accompagna anche a voci di rivendicazione e di sdegno, che si confondono e si perdono però ben presto nella generale e generica condanna della politica culturale del fascismo, che include implicitamente anche la denuncia delle disposizioni rivolte contro gli intellettuali ebrei. Alcuni fra i professori scacciati vengono reintegrati, magari a fianco di chi li aveva soppiantati negli anni delle persecuzioni; molti libri scomparsi dalla circolazione ritornano nelle librerie e nelle biblioteche, ma molti altri spariscono del tutto.
La cultura ebraica europea fatta conoscere agli italiani tra le due guerre da tante traduzioni, i libri di Martin Buber e di Scholem Alejchem, di Israel Zangwill e di Arthur Schnitzler, di Franz Werfel e di Stefan Zweig – per non parlare delle opere dello stesso Freud – sono spariti come il mondo che hanno narrato, e impiegheranno alcuni decenni per riapparire nei cataloghi delle librerie e ritornare vivi nella cultura italiana. Un grande e diffuso patrimonio di conoscenze circa l’ebraismo è stato travolto dalle leggi razziste prima, dalla loro rimozione poi:  verrà ricostruito nella cultura letteraria solamente a partire dalla fine degli anni Settanta.
Della catastrofe dell’ebraismo italiano narreranno con voce ferma alcuni scrittori nuovi, non sempre immediatamente accolti dalla critica, amatissimi però dal pubblico:  Giacomo Debenedetti (16 ottobre 1943, 1944); Primo Levi (Se questo è un uomo, 1947); Giorgio Bassani (Cinque storie ferraresi, 1956); Elsa Morante (La Storia, 1975). Altre però sono le tendenze che dominano la letteratura:  il neorealismo, il marxismo, lo strutturalismo. La memoria di fatti troppo vicini sarebbe d’altra parte uno strumento inservibile per ricostruire il presente e progettare il futuro, in una società letteraria che muta rapidamente pelle e riferimenti politici.
Nella manualistica letteraria successiva agli anni Sessanta i rari accenni alla politica culturale razzista del fascismo e all’applicazione delle leggi razziali nel campo della cultura sono prevalentemente ispirati al paradigma storiografico della Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice (1961), e nella scia di questo si caratterizzano per la costante sottovalutazione della portata e dell’impatto di quei provvedimenti sulla cultura letteraria italiana. È forse arrivato il momento di scrivere anche nei libri di testo un capitolo dedicato a questa epoca della nostra storia letteraria e alle sue conseguenze.

(©L’Osservatore Romano – 28 gennaio 2009)

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