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Il cardinale Mercati e gli studiosi perseguitati per motivi razziali

23 dicembre 2008

di Paolo Vian

Aproposito dell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti delle leggi razziali promulgate dal regime fascista in Italia fra il settembre e il novembre 1938 si è scritto che “alcuni ripensamenti tardivi” e l’”ospitalità data a ebrei e resistenti da parte di istituti religiosi” non potranno cancellare le colpevoli acquiescenze delle gerarchie. La contrapposizione fra l’”ospitalità dal basso” e “silenzio e connivenza dall’alto”, fra centro e periferia, è motivo diffuso, anche tra quanti intendono difendere l’operato della Chiesa nella diversità delle sue componenti in quegli anni difficili; eppure una ricostruzione simile, storicamente parlando, non resiste a una considerazione attenta delle fonti e dei fatti e appare in definitiva del tutto infondata. Si può e si deve piuttosto parlare di un quadro mosso e diversificato, con posizioni e valutazioni differenti, se vogliamo di chiaroscuri; ma non è lecito operare generalizzazioni forzate ignorando casi clamorosi di opposizione e aperta condanna delle teorie e delle legislazioni razziste, casi che non si possono sbrigativamente liquidare come “lodevoli eccezioni” a una presunta regola, ma rappresentano invece un elemento non trascurabile e non secondario della realtà che si vuole evocare. E questo non vale solo per l’animoso pontefice che resse le sorti della Chiesa cattolica dal 1922 al 1939, ma anche per figure di primo piano della gerarchia cattolica e del collegio cardinalizio:  esponenti di spicco della Curia romana, ma anche personalità a capo di istituzioni che si impegnarono con determinazione e chiarezza, sotto gli occhi del Papa e sotto quelli del mondo, in direzioni inequivocabili. Questi casi dovrebbero inoltre indurre a cautela quando si ritrae, non senza superficialità, un “Papa profetico” alla fine lasciato solo da una Curia, tutta diplomazia e mediazione, acquiescente alle incipienti barbarie che sarebbero confluite nella tragedia della “Shoah”.
Giovanni Mercati (1866-1957), cardinale Bibliotecario di Santa Romana Chiesa dal 1936 alla morte, fu per tutta la vita un uomo schivo, più a suo agio tra gli scaffali delle biblioteche che in cerimonie o nella folla. Non guidò diocesi, non resse una cattedra universitaria, non ebbe allievi né promosse riviste; non scrisse mai un libro divulgativo o per il grande pubblico, per lo stesso motivo per cui rifiutò di redigere voci per l’Enciclopedia italiana; viaggiò pochissimo. “Ingenuo e timido recluso delle biblioteche” – come ebbe lui stesso a definirsi nel giugno 1936 – fu, nel senso più alto del termine, un erudito, della tempra di Louis Duchesne e di André Wilmart, “senza posa, senza confini”, uno dei massimi tra il 1850 e il 1950, la cui vita “da sola vale un’accademia e una scuola”, come scrisse di lui don Giuseppe De Luca. Ebbene questo prete emiliano, sempre esposto e quasi rassegnato ai fraintendimenti e alle banalizzazioni sui “topi di biblioteca”, fu in realtà nel secolo scorso uno dei veri, grandi storici in grado di avvertire, attraverso le vicende e le vicissitudini dei manoscritti e dei testi, le vie della civiltà; e a volte furono proprio loro, ritenuti così astratti e lontani dalla realtà, a rivelarsi giudici migliori del tempo che vissero di molti contemporanei.
I rapporti fra Achille Ratti e Mercati risalivano al comune servizio di “dottori” nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, ove il sacerdote emiliano aveva affiancato il più anziano prete lombardo nel 1893 e accanto al quale aveva lavorato sino al 1898. Le relazioni erano poi proseguite e si erano anzi infittite negli anni successivi, dopo il passaggio di Mercati in Vaticana, ove nel 1914 fu lui a essere raggiunto dal futuro Pio XI divenuto prefetto della Biblioteca, alla cui guida Mercati gli successe, come pro-prefetto nel maggio 1918 e prefetto nell’ottobre 1919. Rapporti strettissimi, dunque, quelli fra don Achille e don Giovanni, che continuarono durante le brevi esperienze diplomatiche e pastorali di Ratti e si consolidarono dopo l’elezione pontificale del febbraio 1922:  il rapporto privilegiato di Pio XI con la Biblioteca Apostolica passò anche attraverso l’intensa amicizia umana e intellettuale con Mercati. Nulla di sorprendente se nel concistoro del 15 giugno 1936 Pio XI volle contemporaneamente elevare alla dignità cardinalizia l’allora prefetto della Vaticana, Mercati appunto, destinandolo all’incarico di Bibliotecario e Archivista di Santa Romana Chiesa, e il pro-prefetto Eugène Tisserant, chiamato a divenire segretario della Congregazione per le Chiese Orientali. La duplice creazione cardinalizia fece pensare, allo stesso Ratti, a quella che quasi un secolo prima, nel febbraio 1838, aveva onorato, per volontà di Gregorio XVI, altri due bibliotecari vaticani, Angelo Mai e Giuseppe Gasparo Mezzofanti, cioè l’”italo ardito” perlustratore di palinsesti – l’erudito scopritore del De re publica di Cicerone che aveva conquistato l’entusiasmo di Giacomo Leopardi – e l’orientalista poliglotta che aveva stupito il mondo.
Ma il paragone, pur così autorevolmente proposto, non deve far pensare a un clima svagatamente accademico. Nell’indirizzo di ringraziamento al Papa letto a nome proprio e di Tisserant al momento dell’imposizione della berretta cardinalizia, il 17 giugno 1936, Mercati fu fermo e deciso sottolineando l’azione del papa non solo “a pro dei buoni studi e degli studiosi” ma soprattutto “in pro della religione e della pietà cristiana e in difesa dei principi della morale e degli Istituti fondamentali dell’umana società minacciati da multiformi barbarie nuove in veste di civiltà la più progredita, le quali con la folle arroganza di essere la misura, anzi la fonte unica della verità e del diritto e l’unica salvezza degli Stati e della Umanità, annientano al libito di prepotenti, quasi fossero Dio, la personalità e libertà umana riducendo tutti a un gregge di schiavi”. È difficile trovare a queste, come alle altre parole di Mercati contro l’”orgoglio” e l’”esclusivismo ingeneroso o di razza o di nazione”, paralleli coevi così chiaramente schierati contro l’involuzione totalitaria e razzista che gravava sull’Europa; e si ponga mente che esse furono pronunciate poco più di un mese dopo la fine della guerra d’Etiopia e la proclamazione, dal balcone di Palazzo Venezia, della rinascita dell’Impero, un mese prima del sollevamento che avrebbe scatenato la guerra di Spagna, quando in Italia dominava ancora il “consenso”, quando Hitler era al potere solo da tre anni, mentre le democrazie occidentali lusingavano e corteggiavano il dittatore tedesco in quella nefasta politica di appeasement che avrebbe condotto alla capitolazione di Monaco. E si tenga conto che le parole di Mercati precedono di quasi un anno i due celebri documenti di Pio xi contro l’hitlerismo e il bolscevismo, la Mit brennender Sorge (14 marzo 1937) e la Divini Redemptoris (19 marzo 1937) e ci appaiono oggi di straordinaria lungimiranza. Come allora si disse e, recentemente, Annalisa Capristo ha confermato sulla base di documenti inediti, le parole pronunciate al momento dell’imposizione della berretta cardinalizia costarono a Mercati il seggio all’Accademia d’Italia, ma rappresentano una delle testimonianze più limpide e belle dell’opposizione cristiana ai totalitarismi e al razzismo del xx secolo, quando essi non avevano ancora squadernato il loro potenziale di morte e di rovina.
Gli eventi giunsero presto a confermare le previsioni di Mercati. Dopo la pubblicazione in Italia del Manifesto degli scienziati razzisti (luglio 1938), fra l’estate e l’autunno si moltiplicarono i provvedimenti volti a tutelare la “difesa della razza nella scuola fascista” e all’espulsione degli ebrei stranieri. Dal particolare, sensibilissimo osservatorio della Biblioteca Vaticana ove, come vedremo, approdavano ebrei italiani e non, Mercati avvertì la mefitica marea montante e, spinto da riflessioni nate anche da contatti con studiosi ebrei o di origine ebraica – come il paleografo Elias Avery Lowe e il sacerdote tedesco Hubert Jedin, il grande storico del Concilio di Trento, figlio di madre ebrea – il 15 dicembre 1938 (poco più di un mese dopo la “Notte dei cristalli”, la Reichskristallnacht, 9-10 novembre 1938) stese un appello rivolto alle università americane perché accogliessero gli studiosi ingiustamente ostracizzati dai loro paesi.
Il testo – pubblicato nel 2002 – è noto a pochi e merita quindi di essere conosciuto nelle sue parti essenziali. Di Mercati presenta, a tratti, l’involuzione e la faticosità dello stile, ma ne tradisce anche la passione umana ed evangelica:  “Ogni uomo equanime, che non sia fuorviato da idee false o da informazioni fallaci, oppure da passioni di partito o d’altri interessi particolari, deplora profondamente, anche se non ardisce proclamarlo, che in certi Stati per l’unico motivo dell’origine, col pretesto – valevole più o meno per qualunque gente, stato o classe e partito – di malefatta e di abusi di una parte della stirpe e di liberare il paese da ogni influsso di essa sulla vita pubblica e privata, siano stati indistintamente eliminati e si vadano più o meno spietatamente spogliando tanti innocui, compresi non pochi esimii e benemeriti, e che dagli uni, i più rumorosi, vengano tutti beffardamente ricoperti di obbrobrio e additati all’esecrazione financo de’ fanciulli, e dagli altri, i moltissimi, sempre più pavidi di fronte ai strapotenti siano fuggiti per non compromettersi; così che agli infelici sia divenuto penosissimo e quasi insopportabile il semplice vivere, privati come sono dei benefici comuni della vita sociale e civile, e per disperazione emigrerebbero, se alla grande maggioranza ciò non fosse addirittura impossibile, e se ai pochi, che potrebbero arrischiarvisi andando incontro alle incertezze e alle privazioni di ogni emigrato in età matura costretto a trovare un rifugio e a farvisi una posizione, non si creassero difficoltà tanto dal paese nativo, che non si cura punta dell’uomo ma molto dei denari di lui, e non permette che escano con esso, quanto dagli altri paesi, già gravati di disoccupati e ripugnanti ad accoglierne troppi altri, ridotti di proposito alla disoccupazione e alla miseria da paesi concorrenti ed avversi”. Mercati mostra di penetrare con acume e sensibilità la pena dell’emigrato intellettuale, spesso non più giovane, quasi sempre considerato inutile da chi lo caccia e da chi dovrebbe accoglierlo.
E allora mette in campo tutta la sua capacità di persuasione per presentare i vantaggi di un’accoglienza che arricchirebbe incomparabilmente il paese che aprisse loro le porte:  “Tra i disgraziati predetti sembrano da raccomandare in modo specialissimo alle Università e agl’Istituti Americani di aiuto alle imprese scientifiche gli studiosi più valenti ed attivi, che hanno dato prova di saper compiere ricerche ed opere egregie all’uopo. Di tali cercatori e studiosi il numero è sempre e dovunque piccolissimo, richiedendosi un genio particolare, una formazione lunga ed accurata, e la pratica in una rara combinazione di circostanze favorevoli allo svolgersi e al produrre dello spirito. Essi non sono uomini agl’inizi, dei quali siano incerte la buona riuscita e la perseveranza, ma provati, che per anni e anni faticosamente cercarono e raccolsero, e giudicano una morte il non poter più lavorare utilmente e finire e comunicare al pubblico il frutto dei loro lavori, banditi come sono, dalle cattedre, dai laboratori, dalle accademie, dalle società, dalle librerie e non trovando più editori. Evidentemente è di grande interesse, perciò da procurare a costo di sacrifizi, che essi non restino abbandonati né si abbandonino di animo, ma continuino e terminino, trasmigrando sotto cielo più benigno, in centri di studio e di lavoro comodi, sia dell’antico sia del nuovo mondo. Sostenendoli, aiutandoli, non si compie solo un atto di umanità e di carità privata, come sarebbe con ogni altro degl’infelici loro compagni, ma si fa opera provvida, sapiente, di ben pubblico generale, anzi universale, perché dei veri progressi scientifici all’ultimo si approfitta il mondo intero”.
Non pago, Mercati rincara la dose, sottolineando le esigenze particolari – e i benefici conseguenti – di quanti sono chiamati all’accoglienza:  “Ognuno sa quanto importi ma non sia facile avere negl’Istituti di Studi Superiori maestri eccellenti, capaci e desiderosi di formare valenti allievi e di addestrare i più capaci al lavoro scientifico. L’America Settentrionale ne ha, e dei valentissimi, ma non troppi, come neanche le Nazioni più progredite da secoli e più progressive. Ora che in Europa sommariamente si ostracizzano uomini anche di valore e di benemerenze incontestabili, come se ve ne fossero a dozzine e non servano a nulla – non vi si salverebbe né un Graziadio Ascoli [il linguista Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907)], né uno Steinschneider [l'ebraista e bibliografo Moritz Steinschneider (1816-1907)], né un Hertz [il fisico Heinrich Rudolf Hertz (1857-1894)], né un Traube [il filologo Ludwig Traube (1861-1907)] – l’America ricca ha un’occasione unica (che però auguriamo che non si rinnovi mai più) di sceglierne i più valenti e così portare le proprie scuole superiori ad un’altezza senza pari”. Il cardinale sente infine il dovere di spiegare i motivi che legittimano il suo intervento, non di parte o di fazione ma solo in difesa dell’umanità:  “Essendomi studiato, nel tempo più triste dell’assedio, e poi della depressione e penuria della Germania, di aiutare per quanto lo permetteva la mia pochezza, sia coll’opera propria, sia col mendicare e trasmettere sussidi, imprese scientifiche di tedeschi, non dubito ora di fare altrettanto, col medesimo spirito, verso gli altri seri cultori in pena, di quelle medesime discipline, che sono amanti del vero e dell’onesto e che sono uomini quanto noi e chiamati ancor essi al regno di Dio e alla vita eterna”.
Un testo straordinario, questo di Mercati, per più di un motivo, non ultimo quello di non concedere nulla alle colpevolizzazioni del popolo ebraico diffuse anche fra quanti erano disposti a difenderlo. Per Mercati le malefatte e gli abusi addebitati agli ebrei sono in realtà riscontrabili “più o meno” in “qualunque gente, stato o classe e partito”:  non è dunque lecito evocarli pretestuosamente per legittimare una persecuzione intollerabile. Il cardinale volle che la lettera rimanesse riservata, e che non fosse “data in pasto al gran pubblico”, proprio per evitare che divenisse “pretesto a chi sa quali eccessi” – come si espresse in lettera a Lowe il 15 dicembre 1938 – bastava mostrarla “a quelli che debbono essere sollecitati a prendere in considerazione la cosa”. Ma avendo Mercati inviato, unicamente ad notitiam, il testo ad Angelo Dell’Acqua, allora addetto nella Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, la lettera venne a conoscenza di Pio XI che, ormai nelle ultime settimane di vita, decise di fare suo l’appello dell’antico sodale all’Ambrosiana e alla Vaticana; e il 10 gennaio 1939 dispose che il documento, modificato e tradotto in latino, fosse inviato a tutti i cardinali nord-americani, accompagnato da una sua lettera personale:  “Mirando con occhio umano e cristiano ogni opera di carità e di assistenza a vantaggio di quanti sono immeritatamente sofferenti ed afflitti, abbiamo ritenuto che il documento fosse inviato anche a te. Crediamo altresì che a Nostro Signore Gesù Cristo non dispiacerà questa cura e buon ufficio per coloro che appartengono a quello che fu già il suo popolo e per cui egli pianse e sulla Croce stessa invocò misericordia e perdono! Siamo certi che accoglierai questa segnalazione con la conosciuta tua generosità e con quello spirito di profonda carità che tanto ti distingue e che ha senza dubbio presente coloro per i quali fu pure sparso il sangue preziosissimo del Redentore”. I cardinali di Boston (William O’Connell), Philadelphia (Dionisio Dougherthy), Chicago (George William Mundelein) e Québec (Rodrigo Villeneuve) erano invitati ad adoperarsi perché l’appello fosse accolto nella più larga misura possibile – la sede di New York era allora vacante dopo la morte, il 4 settembre 1938, di Patrick Josef Hayes.
Per quanto l’intera vicenda della lettera di Pio XI, e del precedente appello di Mercati, fosse già stata illustrata da Alberto Giovannetti proprio sulle colonne di questo giornale il 26 gennaio 1961, essa appare ingiustamente ignorata da quanti si occupano dell’atteggiamento della Chiesa cattolica e della Santa Sede di fronte alle leggi razziali. Eppure essa contribuì, in maniera di cui difficilmente si potrà sopravvalutare la portata, a quella straordinaria translatio studii che si consumò fra Europa e America fra gli anni Trenta e Quaranta del xx secolo, alla trasmigrazione transoceanica della migliore intellettualità ebraica europea che trovò in America non solo asilo e rifugio, ma soprattutto la possibilità di una nuova vita, scrivendo una pagina importante nella storia della cultura del Novecento.
Torniamo ora, per concludere, a Mercati. Le parole pubbliche del 17 giugno 1936, l’appello riservato ma mirato del 15 dicembre 1938, si inserivano in un impegno che già prima del 1938, l’”anno cruciale e terribile per l’ebraismo europeo” (E. Mendelsohn), il prefetto della Vaticana aveva sentito come suo dovere umano e cristiano:  quello di dare sin dagli inizi degli anni Trenta asilo e rifugio in Biblioteca Vaticana a studiosi ostracizzati per motivi razziali, dando loro la possibilità di lavorare e offrendo così loro l’opportunità di ridare un senso a una vita sradicata e spezzata. La lista di questi studiosi ai quali la Vaticana aprì le porte e offrì ospitalità, cercando spesso anche di procurare loro una collocazione definitiva in altri paesi, è lunga e annovera nomi grandi nelle ricerche umanistiche; fra essi vanno almeno ricordati Roberto Almagià, Herbert Bloch, Charlotte Busch, Umberto Cassuto, Anna Maria Enriques – il cui caso mosse il cardinale Elia Dalla Costa, Giorgio La Pira, monsignore Giovanni Battista Montini, prima di concludersi tragicamente, dopo atroci torture, sulle rive del Mugnone il 12 giugno 1944, ove l’archivista fiorentina fu fucilata con altri sei antifascisti – Giorgio Falco, Jacob Hess, Hubert Jedin, Paul Oskar Kristeller, Stephan Kuttner, Gerhart B. Ladner, Friedrich Lenz, Giorgio Levi Della Vida, Alexander Turyn, Richard Walzer.
La sequenza è impressionante ed eloquente, più di ogni altra considerazione. E tutto questo – è il caso di sottolinearlo – avveniva a pochi metri di distanza dal Palazzo Apostolico, sotto gli occhi del Papa – che di tutto quanto accadeva nella “sua” Biblioteca era informato – e del mondo, in Vaticano, al centro e nel cuore di quell’apparato che talvolta viene sorprendentemente dipinto sordo al grido di dolore che si alzava dai perseguitati. A voler essere polemici, verrebbe quasi voglia di auspicare che fossero stati tanti, tutti, anche altri paesi occidentali, a essere così insensibili alle esigenze dei perseguitati come si rivelò allora la Santa Sede. Nella vicenda di Mercati presa di posizione pubblica, impegno pratico e pieno coinvolgimento istituzionale si intrecciano in una strategia che apparve evidente ai contemporanei. Quando il 7 settembre e il 12 ottobre 1938 Amos Parducci, vice presidente della Reale Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti, inviò a Mercati una scheda personale da compilare, per ordine del Ministero Nazionale, in vista del censimento degli accademici di razza ebraica, ricevette dal cardinale una risposta indignata e furente. Solo qualche settimana dopo, il 7 gennaio 1939, Agostino Gemelli – sì, proprio l’”antisemita” Gemelli della conferenza su Guglielmo da Saliceto, Bologna, 9 gennaio 1939 – scrisse a Mercati raccomandandogli il nome di Gino Sacerdote, già direttore dell’Istituto di Elettro-Acustica del Consiglio Nazionale delle Ricerche:  “Trovargli una sistemazione, – scriveva il francescano – che gli permetta di continuare i suoi studi è un’opera di alto merito ed io mi auguro che a Vostra Eminenza riesca possibile quanto mi disse”. Si potrebbe continuare a lungo, rievocando altri aspetti di un’opera molteplice che i protagonisti vollero rimanesse senza lapidi e monumenti, non preoccupati di una fama postuma ma solo solleciti di fare in quel momento il loro dovere di uomini e di cristiani. Bastino questi esempi a mostrare come i documenti spesso smentiscano i luoghi comuni e inducano, chi sia umilmente rispettoso della storia e della inequivocabile voce dei fatti, a evitare semplificazioni ingiuste.

(©L’Osservatore Romano – 24 dicembre 2008)

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Un Commento leave one →
  1. Anonimo permalink
    4 settembre 2011 5:03 pm

    In questo particolare momento storico, tutto è di particolare gravità: guerre, genocidi, sfruttamento da parte dei paesi ricchi ai danni dei più poveri.Intellettuali e non, ma persone umane, sono sotto gli occhi ignari (volutamete) di tutti a mendicare il soddisfacimento di bi= sogni primari .Gli stessi problemi economici presenti nel primo trentennio del 900, sono presenti oggi per l’ottusità e ll’egoismo della Finanza e della Politica,ma anche per la mancata coscienza di Popoli costruiti solo nel nome delle leggi del Mercato e della superiorità razziale. Vedi come anche all’interno dell,Europa si parli di governi deboli e forti, con le inevitabili conseguenze che ancora ne verranno.

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