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Se il profumo della Maddalena fa ancora scandalo

16 dicembre 2008

di Silvia Guidi

“Uno spreco insensato” secondo  Giuda, “una futura Disneyland del sacro grazie al business dell’Eau de pécheuse, un favore della Chiesa all’ente del turismo israeliano” secondo la stampa dei critici preventivi che dietro la lotta ai mercanti del Tempio nascondono spesso l’ostilità contro il Tempio tout court; le reazioni davanti al gesto – o a tutto ciò che può ricordarlo – della peccatrice che rende omaggio a Gesù versando prezioso profumo su di lui si assomigliano sempre. Quasi duemila anni di storia passati tra la frase di Giuda e l’altra, tra contesti culturali che non potrebbero essere più diversi – la Galilea ai tempi dell’imperatore Tiberio e l’Occidente postmoderno – dimostrano che il cuore dell’uomo è sempre lo stesso e raramente riesce a vedere oltre le strette maglie della sua ragione ridotta a quello che pensa già di conoscere e al di là del limitato catalogo dei suoi schemi.
Ancora parole e giudizi in libertà sul gesto economicamente e socialmente scandaloso della donna di Magdala, ancora la meccanica valutazione di costi e benefici dei farisei di ogni epoca, sempre pronti a misurare, a calcolare le conseguenze, a soppesare i veri o presunti peccati altrui per difendersi dalla sorprendente alterità di quello che succede, incapaci di lasciarsi provocare e sfidare dal fatto così com’è, dalla misteriosa ma reale dismisura del divino nella storia.
Oppure, se dotati di spiccato senso degli affari e di validi uffici stampa, pronti a rivestire di fantasie complottiste, fantapolitica merovingia, codici rinascimentali e dietrologie sui capolavori di Leonardo la propria chiusura preventiva di fronte a qualunque cosa li superi, trasformando il tutto in una macchina per soldi e per luoghi comuni perfettamente funzionante, come è riuscito a fare Dan Brown con i suoi libri. Non mancano gli epigoni che con allegra ignoranza affastellano congetture e ipotesi sotto titoli a sette colonne, scambiando fischi per fiaschi, l’arca dell’Alleanza per l’arca di Noè, il monte Carmelo per Carmel in California, i film di Indiana Jones con i risultati del lungo, sofferto e spesso ingrato lavoro degli archeologi veri.
Stavolta l’occasione è stata una scoperta di notevole interesse, scientifico e mediatico insieme:  nel sito archeologico di Magdala sul lago di Tiberiade sono state ritrovate preziose ampolle in ceramica e vetro contenenti quello che è già stato ribattezzato dai giornali “il profumo di Maddalena”.
Gli archeologi dello Studium Biblicum Franciscanum che lavorano da anni agli scavi nella zona, autori dell’eccezionale ritrovamento, confermano ma precisano:  si tratta di prodotti cosmetici risalenti all’epoca di Gesù, analoghi o anche solo coevi alla “libbra di puro nardo” di cui parla l’evangelista Giovanni (cfr. 12, 1-3), ma i risultati dei test chimici non ci sono ancora. “Nel complesso termale compreso nella più vasta area di Magdala è stato rinvenuto un ninfeo del primo secolo – spiega padre Stefano De Luca – e in una piscina sovrastata da un arco, piena di fango, abbiamo trovato piatti e coppe di legno, oltre ad altro materiale risalente al più tardi all’anno 70. Piatti e tazze di legno erano probabilmente l’equipaggiamento dei soldati romani, il che dice molto sulla vita della città a quel tempo. Il ninfeo, come il resto del complesso termale, era in uso ai tempi di Gesù, ma venne distrutto nel 66-67. Il pavimento costruito nel terzo secolo ha salvato il materiale coperto dalla demolizione; il ritrovamento di oggetti in legno è eccezionale, visto il contesto di Magdala, una zona umida affacciata sul lago”.
Ancora più sorprendente è il ritrovamento di fragili e preziose ampolle ancora intatte. “Sul fondo delle piscine frequentate dalle donne, con scalini e banchi lungo le mura – continua padre De Luca- abbiamo trovato una quantità di oggetti femminili:  fermagli per i capelli, strumenti per il trucco, spille. Le particolari condizioni del luogo, riempito di fango, ci hanno permesso di trovare unguentari intatti e sigillati contenenti ancora materia grassa. Noi pensiamo che si tratti di balsami e profumi”. Se l’analisi chimica lo confermerà:  “Le ampolle sono state affidate ai laboratori di un’importante università italiana per essere analizzate”.
È necessario precisare di che cosa, ma anche di chi stiamo parlando; la Maddalena che abbiamo in mente, la giovane e bella penitente dai lunghi capelli sciolti che abbiamo visto in innumerevoli quadri, affreschi e opere d’arte deriva dalla fusione di varie figure femminili citate nella Scrittura e negli apocrifi, dalla donna che per prima ha riconosciuto Gesù dopo la Risurrezione alla sorella di Lazzaro, Maria di Betania, fino ad arrivare all’allegoria gnostica della sapienza celeste. L’identificazione della peccatrice che lava con le sue lacrime i piedi di Cristo con la Maddalena non è certa ed è tardiva. Dai Vangeli sappiamo solamente che Maria chiamata la Maddalena era la donna “dalla quale erano usciti sette demoni” (Luca, 8, 2). La troviamo menzionata sotto la croce insieme a Maria di Cleofa (Giovanni, 19, 25) ed è la prima ad andare al sepolcro dopo la morte di Gesù.
“Se anche non fosse la Maddalena la donna che ha versato il profumo sui piedi del Cristo, abbiamo tra le mani i “cosmetici” del tempo di Gesù” rimarca padre De Luca ed “è insomma molto probabile che la donna di cui parla il Vangelo abbia usato proprio questi unguenti, o prodotti comunque simili per composizione e qualità organolettiche”. Al momento non si esclude neanche la possibilità di poter arrivare a riprodurre in laboratorio queste sostanze, concludono gli archeologi francescani.
“Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento” scrive l’evangelista Giovanni descrivendo la scena; un profumo ancora scandaloso, quello che diffonde nell’aria la donna di Magdala, ancora oggi. Non tanto per la sua condizione di peccatrice – secondo la tradizione una prostituta, anche se nel testo sacro non si specifica mai di che peccato si tratti – ma paradossalmente, per le sue virtù, che coincidono con gli habitus che la nostra epoca comprende di meno:  la gratitudine verso Dio, l’adorazione e l’obbedienza. La donna di Magdala spezza il flacone di alabastro e versa tutto il suo contenuto, senza risparmio (una libbra corrisponde a circa tre etti, di un prodotto preziosissimo che arrivava dall’India), perché sente una riconoscenza piena di gioia per essere stata creata, salvata da una vita vuota e squallida, difesa dal disprezzo degli altri, perdonata, ridonata a sé stessa, riconsegnata alla “danza dell’obbedienza” – “vivere è danzare” diceva Madeleine Delbrêl – consapevole che la gioia della danza sta nella fedeltà alla musica e nell’abbandono tra le braccia di Chi guida.

(©L’Osservatore Romano – 15-16 dicembre 2008)

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