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I dubbi di Napoleone e il dogma dell’Immacolata

6 dicembre 2008

di Giulia Galeotti

Novembre 1801. Fervono i lavori per la redazione del Codice civile francese. In particolare, il 5 del mese il Consiglio di Stato discute gli articoli 2, 3 e 4 del progetto. Il tema, spinosissimo e misterioso, è quello della paternità. Le formule sotto esame prevedono che non possa ritenersi legittimo il bimbo nato prima di 186 giorni dalla celebrazione delle nozze (articolo 2), né quello nato 286 giorni dopo la loro cessazione (articolo 3). Si aggiunge anche (articolo 4) che la presunzione di paternità cessa laddove la distanza tra gli sposi sia stata tale da aver reso impossibile la coabitazione tra loro, o laddove essi fossero separati nei corpi e nei beni (in assenza di riunione di fatto e di riconciliazione). In tutti questi casi, sono troppi i dubbi sull’origine della prole:  è impossibile riconoscerla come concepita dal marito e, quindi, è impossibile qualificarla come legittima.
In quella lontana giornata di oltre due secoli fa, il Consiglio di Stato francese dibatteva dunque su uno dei nodi più intricati della storia umana, quello dell’identificazione del padre, la cui identità rispetto alla nascita del figlio fu, da sempre e per secoli, nascosta “dietro l’impenetrabile velo” posto dalla natura (secondo una formula molto amata dai giudici italiani nell’Ottocento).
Ai lavori partecipa personalmente anche il primo console, intuendo di avviare, attraverso la codificazione del diritto, quello che si sarebbe rivelato il più grande fenomeno della modernità giuridica. Come afferma lo storico del diritto Paolo Grossi, mai prima di questo momento, nella storia, il potere era stato così presuntuoso da credere che in mille articoli si potessero condensare le regole della società civile. È la nascita – sempre nelle parole dello studioso fiorentino – dell’assolutismo giuridico, di un apparato mitologico – la cui dimensione mitica risiede proprio nell’assioma che la legge esprima sempre e comunque la volontà generale – erede della serrata del diritto e delle fonti voluta dalla Rivoluzione francese.
Come noto, tra le priorità di Napoleone vi fu la volontà di ripristinare l’ordine sociale e giuridico disciplinando la realtà con estremo rigore partendo proprio dalla famiglia, l’unica società intermedia non eliminabile. Il progetto era davvero ambizioso e mirato:  si voleva fare ordine in uno degli ambiti più intricati e intimi, con il potere paterno che doveva fungere da modello per l’ordine pubblico generale.
Il problema, però, è che Napoleone aveva un grande nemico che da millenni stava lavorando per scompaginarne i progetti, rendendo non oggettivamente identificabile la paternità. Possibile, si domanda il Bonaparte, che si debba soccombere dinnanzi al silenzio della natura? Possibile, ripete più volte il primo console durante i lavoro preparatori, che ci si debba arrendere all’impossibilità di stabilire in modo preciso il momento del concepimento? Fare chiarezza in tema è fondamentale, ribadisce più volte Napoleone:  è un preciso interesse dello Stato che il povero bambino non sia privato del suo stato di legittimo. Pur in presenza di dati vaghi, dobbiamo cercare di evitare in ogni modo d’infamare una creatura innocente.
Il disappunto di Napoleone verso i medici e la scienza è enorme. “Un bimbo nato a sei mesi meno sei giorni può vivere?”, domanda. “Si ritiene di no”, risponde il consigliere di Stato Fourcroy. “Come facciamo a sapere quando un bimbo è stato concepito?”, domanda ancora e ancora Napoleone. Nel corso del serrato interrogatorio, il primo console chiede addirittura, anticipando di oltre due secoli la domanda centrale di una diciassettenne in un film che farà tanto discutere:  “Quando vengono le unghie ai feti?”; è sempre Fourcroy che risponde:  intorno ai sei mesi.
Leggendo i resoconti dei dibattiti dell’epoca, colpisce innanzitutto la profonda sfiducia verso i medici:  il consigliere Fourcroy presenta una documentata relazione sulle posizioni dei migliori autori di medicina dal titolo Sur l’époque de la naissance humaine, et sur les naissances accélérées et tardives; un posto di tutto rispetto viene dato alle dottrine di Paolo Zacchia e di Haller. Napoleone non si commuove:  se mi nascesse un bimbo a cinque mesi dalle nozze, lo considererei mio a prescindere dai medici.
Il dato davvero interessante, però, è che, nel suo tentativo razionale di risolvere il problema, Napoleone si rivolge al nemico, al solo ambito che sembra possa effettivamente aiutarlo. “Secondo i teologi, quand’è che l’anima entra nel corpo?”. Fourcroy spiega che non sono tutti d’accordo (“secondo alcuni a sei settimane, secondo altri…”), che il dibattito nella Chiesa è acceso. Effettivamente è così:  da secoli il cristianesimo vede alternarsi le due posizioni dell’animazione immediata e dell’animazione ritardata. Ma in realtà, quando Napoleone pone la domanda, manca poco perché la questione venga risolta e definita una volta per tutte.
Nel 1854, infatti, sarebbe stato pronunciato il dogma dell’Immacolata Concezione. “Affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo e immutabile per tutti i fedeli”. L’intento diretto e primo non era certo quello di porre fine alla lunga diatriba, ma il messaggio insito nel dogma non lasciava adito a dubbi. Affermare la preservazione di Maria dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, è un implicito e inequivoco riconoscimento dell’animazione immediata.
A pensarci bene, anche dal punto di vista simbolico, il messaggio è estremamente significativo. Per risolvere e definire una questione che nasce e si dipana nel corpo delle donne – pur trattandosi di una questione che interessa tutta l’umanità senza distinzione di sorta – la Chiesa ha scelto di seguire Maria. E di seguirne non le parole, i silenzi o i gesti, ma l’evoluzione naturale.

(©L’Osservatore Romano – 7 dicembre 2008)

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