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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA QUARESIMA 2011

22 febbraio 2011

“Con Cristo siete sepolti nel Battesimo, con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12)

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno. Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).

1. Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010). San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro. Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie forze. La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.

L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.

Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che salva. I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost. Sacrosanctum Concilium, 109). Da sempre, infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11). Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.

2. Per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua e prepararci a celebrare la Risurrezione del Signore – la festa più gioiosa e solenne di tutto l’Anno liturgico – che cosa può esserci di più adatto che lasciarci condurre dalla Parola di Dio? Per questo la Chiesa, nei testi evangelici delle domeniche di Quaresima, ci guida ad un incontro particolarmente intenso con il Signore, facendoci ripercorrere le tappe del cammino dell’iniziazione cristiana: per i catecumeni, nella prospettiva di ricevere il Sacramento della rinascita, per chi è battezzato, in vista di nuovi e decisivi passi nella sequela di Cristo e nel dono più pieno a Lui.

La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra condizione dell’uomo su questa terra. Il combattimento vittorioso contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via, verità e vita (cfr Ordo Initiationis Christianae Adultorum, n. 25). E’ un deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi, sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12), nel quale il diavolo è all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.

Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore pone davanti ai nostri occhi la gloria di Cristo, che anticipa la risurrezione e che annuncia la divinizzazione dell’uomo. La comunità cristiana prende coscienza di essere condotta, come gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1), per accogliere nuovamente in Cristo, quali figli nel Figlio, il dono della Grazia di Dio: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (v. 5). E’ l’invito a prendere le distanze dal rumore del quotidiano per immergersi nella presenza di Dio: Egli vuole trasmetterci, ogni giorno, una Parola che penetra nelle profondità del nostro spirito, dove discerne il bene e il male (cfr Eb 4,12) e rafforza la volontà di seguire il Signore.

La domanda di Gesù alla Samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4,7), che viene proposta nella liturgia della terza domenica, esprime la passione di Dio per ogni uomo e vuole suscitare nel nostro cuore il desiderio del dono dell’ “acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14): è il dono dello Spirito Santo, che fa dei cristiani “veri adoratori” in grado di pregare il Padre “in spirito e verità” (v. 23). Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità e di bellezza! Solo quest’acqua, donataci dal Figlio, irriga i deserti dell’anima inquieta e insoddisfatta, “finché non riposa in Dio”, secondo le celebri parole di sant’Agostino.

La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo. Il Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi voce di ogni credente. Il miracolo della guarigione è il segno che Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore. Egli illumina tutte le oscurità della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”.

Quando, nella quinta domenica, ci viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, siamo messi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita… Credi questo?” (Gv 11,25-26). Per la comunità cristiana è il momento di riporre con sincerità, insieme a Marta, tutta la speranza in Gesù di Nazareth: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (v. 27). La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte, per vivere senza fine in Lui. La fede nella risurrezione dei morti e la speranza della vita eterna aprono il nostro sguardo al senso ultimo della nostra esistenza: Dio ha creato l’uomo per la risurrezione e per la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all’economia. Privo della luce della fede l’universo intero finisce rinchiuso dentro un sepolcro senza futuro, senza speranza.

Il percorso quaresimale trova il suo compimento nel Triduo Pasquale, particolarmente nella Grande Veglia nella Notte Santa: rinnovando le promesse battesimali, riaffermiamo che Cristo è il Signore della nostra vita, quella vita che Dio ci ha comunicato quando siamo rinati “dall’acqua e dallo Spirito Santo”, e riconfermiamo il nostro fermo impegno di corrispondere all’azione della Grazia per essere suoi discepoli.

3. Il nostro immergerci nella morte e risurrezione di Cristo attraverso il Sacramento del Battesimo, ci spinge ogni giorno a liberare il nostro cuore dal peso delle cose materiali, da un legame egoistico con la “terra”, che ci impoverisce e ci impedisce di essere disponibili e aperti a Dio e al prossimo. In Cristo, Dio si è rivelato come Amore (cfr 1Gv 4,7-10). La Croce di Cristo, la “parola della Croce” manifesta la potenza salvifica di Dio (cfr 1Cor 1,18), che si dona per rialzare l’uomo e portargli la salvezza: amore nella sua forma più radicale (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Attraverso le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera, espressioni dell’impegno di conversione, la Quaresima educa a vivere in modo sempre più radicale l’amore di Cristo. Il digiuno, che può avere diverse motivazioni, acquista per il cristiano un significato profondamente religioso: rendendo più povera la nostra mensa impariamo a superare l’egoismo per vivere nella logica del dono e dell’amore; sopportando la privazione di qualche cosa – e non solo di superfluo – impariamo a distogliere lo sguardo dal nostro “io”, per scoprire Qualcuno accanto a noi e riconoscere Dio nei volti di tanti nostri fratelli. Per il cristiano il digiuno non ha nulla di intimistico, ma apre maggiormente a Dio e alle necessità degli uomini, e fa sì che l’amore per Dio sia anche amore per il prossimo (cfr Mc 12,31).

Nel nostro cammino ci troviamo di fronte anche alla tentazione dell’avere, dell’avidità di denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita. La bramosia del possesso provoca violenza, prevaricazione e morte; per questo la Chiesa, specialmente nel tempo quaresimale, richiama alla pratica dell’elemosina, alla capacità, cioè, di condivisione. L’idolatria dei beni, invece, non solo allontana dall’altro, ma spoglia l’uomo, lo rende infelice, lo inganna, lo illude senza realizzare ciò che promette, perché colloca le cose materiali al posto di Dio, unica fonte della vita. Come comprendere la bontà paterna di Dio se il cuore è pieno di sé e dei propri progetti, con i quali ci si illude di potersi assicurare il futuro? La tentazione è quella di pensare, come il ricco della parabola: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni…”. Conosciamo il giudizio del Signore: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12,19-20). La pratica dell’elemosina è un richiamo al primato di Dio e all’attenzione verso l’altro, per riscoprire il nostro Padre buono e ricevere la sua misericordia.

In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo. La preghiera ci permette anche di acquisire una nuova concezione del tempo: senza la prospettiva dell’eternità e della trascendenza, infatti, esso scandisce semplicemente i nostri passi verso un orizzonte che non ha futuro. Nella preghiera troviamo, invece, tempo per Dio, per conoscere che “le sue parole non passeranno” (cfr Mc 13,31), per entrare in quell’intima comunione con Lui “che nessuno potrà toglierci” (cfr Gv 16,22) e che ci apre alla speranza che non delude, alla vita eterna.

In sintesi, l’itinerario quaresimale, nel quale siamo invitati a contemplare il Mistero della Croce, è “farsi conformi alla morte di Cristo” (Fil 3,10), per attuare una conversione profonda della nostra vita: lasciarci trasformare dall’azione dello Spirito Santo, come san Paolo sulla via di Damasco; orientare con decisione la nostra esistenza secondo la volontà di Dio; liberarci dal nostro egoismo, superando l’istinto di dominio sugli altri e aprendoci alla carità di Cristo. Il periodo quaresimale è momento favorevole per riconoscere la nostra debolezza, accogliere, con una sincera revisione di vita, la Grazia rinnovatrice del Sacramento della Penitenza e camminare con decisione verso Cristo.

Cari fratelli e sorelle, mediante l’incontro personale col nostro Redentore e attraverso il digiuno, l’elemosina e la preghiera, il cammino di conversione verso la Pasqua ci conduce a riscoprire il nostro Battesimo. Rinnoviamo in questa Quaresima l’accoglienza della Grazia che Dio ci ha donato in quel momento, perché illumini e guidi tutte le nostre azioni. Quanto il Sacramento significa e realizza, siamo chiamati a viverlo ogni giorno in una sequela di Cristo sempre più generosa e autentica. In questo nostro itinerario, ci affidiamo alla Vergine Maria, che ha generato il Verbo di Dio nella fede e nella carne, per immergerci come Lei nella morte e risurrezione del suo Figlio Gesù ed avere la vita eterna.

Dal Vaticano, 4 novembre 2010

BENEDICTUS PP XVI

Angelus del 16 gennaio 2011 – Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

18 gennaio 2011

Cari fratelli e sorelle!
In questa domenica ricorre la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che ogni anno ci invita a riflettere sull’esperienza di tanti uomini e donne, e tante famiglie, che lasciano il proprio Paese in cerca di migliori condizioni di vita. Questa migrazione a volte è volontaria, altre volte, purtroppo, è forzata da guerre o persecuzioni, e avviene spesso – come sappiamo – in condizioni drammatiche. Per questo fu istituito, 60 anni or sono, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Nella festa della Santa Famiglia, subito dopo il Natale, abbiamo ricordato che anche i genitori di Gesù dovettero fuggire dalla propria terra e rifugiarsi in Egitto, per salvare la vita del loro bambino:  il Messia, il Figlio di Dio è stato un rifugiato. La Chiesa, da sempre, vive al proprio interno l’esperienza della migrazione. Talvolta, purtroppo, i cristiani si sentono costretti a lasciare, con sofferenza, la loro terra, impoverendo così i Paesi in cui sono vissuti i loro avi. D’altra parte, gli spostamenti volontari dei cristiani, per diversi motivi, da una città all’altra, da un Paese all’altro, da un continente all’altro, sono occasione per incrementare il dinamismo missionario della Parola di Dio e fanno sì che la testimonianza della fede circoli maggiormente nel Corpo mistico di Cristo, attraversando i popoli e le culture, e raggiungendo nuove frontiere, nuovi ambienti.
“Una sola famiglia umana”:  questo è il tema del Messaggio che ho inviato per l’odierna Giornata. Un tema che indica il fine, la meta del grande viaggio dell’umanità attraverso i secoli:  formare un’unica famiglia, naturalmente con tutte le differenze che la arricchiscono, ma senza barriere, riconoscendoci tutti fratelli. Così afferma il Concilio Vaticano ii:  “Tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra” (Dich. Nostra aetate, 1). La Chiesa – dice ancora il Concilio – “è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Cost. Lumen gentium, 1). Per questo è fondamentale che i cristiani, pur essendo sparsi in tutto il mondo e, perciò, diversi per culture e tradizioni, siano una cosa sola, come vuole il Signore. È questo lo scopo della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”, che avrà luogo nei prossimi giorni, dal 18 al 25 gennaio. Quest’anno essa si ispira ad un passo degli Atti degli Apostoli:  “Uniti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera” (At 2, 42). L’Ottavario per l’unità dei cristiani è preceduto, domani, dalla Giornata del dialogo ebraico-cristiano:  un accostamento molto significativo, che richiama l’importanza delle radici comuni che uniscono ebrei e cristiani.
Nel rivolgerci alla Vergine Maria, con la preghiera dell’Angelus, affidiamo alla sua protezione tutti i migranti e quanti si impegnano in un lavoro pastorale in mezzo a loro. Maria, Madre della Chiesa, ci ottenga inoltre di progredire nel cammino verso la piena comunione di tutti i discepoli di Cristo.

Giuseppe Toniolo tra economia capitalistica ed economia umana

18 gennaio 2011

Il 14 giugno 1971 Papa Paolo VI firmò il decreto di eroicità delle virtù di Giuseppe Toniolo. A trent’anni di distanza – il 10 novembre 2001 – si tenne a Cison di Valmarino (Treviso) il convegno “Economia capitalistica economia umana? Giuseppe Toniolo:  uno studioso al servizio dell’uomo” i cui atti sono stati poi pubblicati dall’editrice Ave. Da quel libro riproponiamo alcuni stralci dell’omelia tenuta nel corso della celebrazione eucaristica dall’attuale cardinale protodiacono e brani di due delle relazioni presentate.

di Agostino Cacciavillan

Il servo di Dio Giuseppe Toniolo considerava il matrimonio “stato nobilissimo e santissimo”, come scrisse alla fidanzata Maria Schiratti; stato che entrambi poi vissero con una profonda spiritualità. Uscito da una buona famiglia (il padre di Schio e la madre veneziana, donna di grande carità), ebbe sommamente a cuore la formazione della propria, facendo di essa il suo primo campo di apostolato. C’era nella sua casa una vera “chiesa domestica”.
In un ambiente sereno e gioioso, si osservava la legge di Dio e si rispettavano i principi religiosi e morali. I Toniolo erano assidui all’orazione e a pie letture; frequentavano la santa messa domenicale e feriale; si confessavano spesso. Abbiamo in proposito una bella testimonianza della figlia Teresa. Egli stesso così scriveva al figlio Antonio appena laureato (1894):  “Ti prego, per quanto può un cuore paterno che si ispira all’infinita paternità di Dio, non rallentarti e non intiepidirti mai sulla via della pietà, non raffreddarti soprattutto nella frequenza dei ss. Sacramenti”.
Tale situazione familiare fa venire in mente quella dei coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, che il Santo Padre proclamò beati domenica 21 ottobre 2001.
Il Toniolo ebbe sette figli, di cui tre morirono in tenera età. Da grande morì prematuramente anche la figlia Emilia (suora della Visitazione), che affrontò il distacco supremo dicendo:  “Recitiamo tutti un Magnificat e il Te Deum”. I genitori ne furono profondamente commossi ed edificati.
Del servo di Dio abbiamo un diario spirituale. In quelle pagine vediamo la sua sottomissione amorosa alla volontà di Dio; e in ciò egli giustamente ravvisa la virtù della carità, giacché – si domanda – che cosa è amore se non l’aderire della volontà dell’amante alla volontà dell’amato, cosicché di essi due si effettui un’ineffabile unione? (è l’esperienza mistica dell’unione trasformante). Questo fare la volontà di Dio mette il Toniolo accanto a Gaetana Sterni fondatrice delle suore della Divina Volontà, beatificata domenica 4 novembre 2001.
Ciò che san Paolo dice nella ii Lettera ai Tessalonicesi (seconda lettura di questa santa messa) si applica molto bene alla vita spirituale del servo di Dio. Egli è stato confortato e confermato in opere e parole di bene; ha fatto quanto ordinato dal Signore e dalla Chiesa, come i Tessalonicesi eseguivano gli ordini di Paolo; ha cercato l’amore di Dio per esserne ripieno e la pazienza di Cristo per esserne imitatore. Mitezza, pazienza, delicatezza d’animo, umiltà conquistata contro una certa naturale “ambizioncella” (come disse un suo direttore spirituale) sono anche questi aspetti caratteristici della sua spiritualità e personalità umana e cristiana.
Era inoltre uomo coraggioso e uomo d’azione, spirito creativo e di un ottimismo disarmante.
L’intensa vita spirituale, il continuo anelare alla santità (“voglio essere santo”), stanno alla base non solo della sua dedizione alla famiglia, ma anche del suo impegno educativo con gli studenti come docente a Padova, Venezia, Modena, Pisa, stimato da alunni e colleghi, e della sua attività accademica e pubblica nel campo scientifico e culturale, in quello della vita economica, sociale e politica, nonché dell’apostolato dei laici in generale. Professore e conferenziere rinomato, è anche autore di numerosi studi e opere.
Egli fu consultato da Leone xiii per la stesura dell’enciclica Rerum novarum, la magna carta dell’instaurazione di un nuovo ordine economico-sociale.
Più tardi Papa Pio x lo nominò presidente della appena istituita Unione Popolare, un organismo dei nuovi ordinamenti dell’associazione denominata “Azione cattolica”. Fu benemerito dell’istituzione delle Settimane sociali e promotore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Morì settantatreenne il 7 ottobre 1918, festa della Beata Vergine Maria del Rosario, che egli aveva recitato quotidianamente.
(©L’Osservatore Romano – 17-18 gennaio 2011)

DISCORSO DEL SANTO PADRE AI MEMBRI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE

18 gennaio 2011

Cari amici!

Sono lieto di accogliervi e di darvi il mio cordiale benvenuto. Saluto in particolare Kiko Argüello e Carmen Hernández, iniziatori del Cammino Neocatecumenale, e Don Mario Pezzi, ringraziandoli per le parole di saluto e di presentazione che mi hanno rivolto. Con vivo affetto saluto tutti voi qui presenti: sacerdoti, seminaristi, famiglie e membri del Cammino. Ringrazio il Signore perché ci offre l’opportunità di questo incontro, nel quale voi rinnovate il vostro legame con il Successore di Pietro, accogliendo nuovamente il mandato che Cristo risorto diede ai discepoli: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).

Da oltre quarant’anni il Cammino Neocatecumenale contribuisce a ravvivare e consolidare nelle diocesi e nelle parrocchie l’Iniziazione cristiana, favorendo una graduale e radicale riscoperta delle ricchezze del Battesimo, aiutando ad assaporare la vita divina, la vita celeste che il Signore ha inaugurato con la sua incarnazione, venendo in mezzo a noi, nascendo come uno di noi. Questo dono di Dio per la sua Chiesa si pone “al servizio del Vescovo come una delle modalità di attuazione diocesana dell’iniziazione cristiana e dell’educazione permanente nella fede” (Statuto, art. 1 § 2). Tale servizio, come vi ricordava il mio predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, nel primo incontro avuto con voi nel 1974, “potrà rinnovare nelle odierne comunità cristiane quegli effetti di maturità e di approfondimento, che nella Chiesa primitiva erano realizzati dal periodo di preparazione al battesimo” (Insegnamenti di Paolo VI, XII [1974], 406).

Negli ultimi anni è stato percorso con profitto il processo di redazione dello Statuto del Cammino Neocatecumenale che, dopo un congruo periodo di validità “ad experimentum“, ha avuto la sua approvazione definitiva nel giugno 2008. Un altro passo significativo si è compiuto in questi giorni, con l’approvazione, ad opera dei competenti Dicasteri della Santa Sede, del “Direttorio catechetico del Cammino Neocatecumenale”. Con questi sigilli ecclesiali, il Signore conferma oggi e vi affida nuovamente questo strumento prezioso che è il Cammino, in modo che possiate, in filiale obbedienza alla Santa Sede e ai Pastori della Chiesa, contribuire, con nuovo slancio e ardore, alla riscoperta radicale e gioiosa del dono del Battesimo ed offrire il vostro originale contributo alla causa della nuova evangelizzazione. La Chiesa ha riconosciuto nel Cammino Neocatecumenale un particolare dono suscitato dallo Spirito Santo: come tale, esso tende naturalmente ad inserirsi nella grande armonia del Corpo ecclesiale. In questa luce, vi esorto a ricercare sempre una profonda comunione con i Pastori e con tutte le componenti delle Chiese particolari e dei contesti ecclesiali, assai diversi, nei quali siete chiamati ad operare. La comunione fraterna tra i discepoli di Gesù è, infatti, la prima e più grande testimonianza al nome di Gesù Cristo.

Sono particolarmente lieto di poter inviare oggi, in diverse parti del mondo, più di 200 nuove famiglie, che si sono rese disponibili con grande generosità e partono per la missione, unendosi idealmente alle circa 600 che già operano nei cinque Continenti. Care famiglie, la fede che avete ricevuto in dono sia quella luce posta sul candelabro, capace di indicare agli uomini la via del Cielo. Con lo stesso sentimento, invierò 13 nuove “missiones ad gentes“, che saranno chiamate a realizzare una nuova presenza ecclesiale in ambienti molto secolarizzati di vari Paesi, o in luoghi nei quali il messaggio di Cristo non è ancora giunto. Possiate sempre sentire accanto a voi la presenza viva del Signore Risorto e l’accompagnamento di tanti fratelli, così come la preghiera del Papa, che è con voi!

Saluto con affetto i Presbiteri, provenienti dai Seminari diocesani “Redemptoris Mater” d’Europa, e gli oltre duemila Seminaristi qui presenti. Carissimi, voi siete un segno speciale ed eloquente dei frutti di bene che possono nascere dalla riscoperta della grazia del proprio Battesimo. A voi guardiamo con particolare speranza: siate sacerdoti innamorati di Cristo e della sua Chiesa, capaci di trasmettere al mondo la gioia di avere incontrato il Signore e di poter essere al suo servizio.

Saluto anche i catechisti itineranti e quelli delle Comunità neocatecumenali di Roma e del Lazio e, con affetto speciale, le “communitates in missionem“. Avete abbandonato, per così dire, le sicurezze delle vostre comunità di origine per andare in luoghi più lontani e scomodi, accettando di essere inviati per aiutare parrocchie in difficoltà e per ricercare la pecora perduta e riportarla all’ovile di Cristo. Nelle sofferenze o aridità che potete sperimentare, sentitevi uniti alla sofferenza di Cristo sulla croce, e al suo desiderio di raggiungere tanti fratelli lontani dalla fede e dalla verità, per riportarli alla casa del Padre.

Come ho scritto nell’Esortazione apostolica Verbum Domini, “la missione della Chiesa non può essere considerata come realtà facoltativa o aggiuntiva della vita ecclesiale. Si tratta di lasciare che lo Spirito Santo ci assimili a Cristo stesso […] in modo da comunicare la Parola con tutta la vita” (n. 93). Tutto il Popolo di Dio è un popolo “inviato” e l’annuncio del Vangelo è un impegno di tutti i cristiani, come conseguenza del Battesimo (cfr ibid., 94). Vi invito a soffermarvi sull’Esortazione Verbum Domini, riflettendo, in modo particolare, dove, nella terza parte del Documento, si parla de “La missione della Chiesa: annunciare la Parola di Dio al mondo” (n. 90-98). Cari amici, sentiamoci partecipi dell’ansia di salvezza del Signore Gesù, della missione che Egli affida a tutta la Chiesa. La Beata Vergine Maria, che ha ispirato il vostro Cammino e che vi ha dato la famiglia di Nazareth come modello delle vostre comunità, vi conceda di vivere la vostra fede in umiltà, semplicità e lode, interceda per tutti voi e vi accompagni nella vostra missione. Vi sostenga anche la mia Benedizione, che di cuore imparto a voi e a tutti i membri del Cammino neocatecumenale sparsi nel mondo.

DISCORSO DEL SANTO PADRE ALLA COMUNITÀ DEL PONTIFICIO ISTITUTO ECCLESIASTICO POLACCO A ROMA

18 gennaio 2011

Czcigodni Księża Kardynałowie,
Bracia w biskupstwie i kapłaństwie,
Drodzy Bracia i Siostry,

Z wielką radością goszczę was w tym Pałacu Apostolskim i jak najserdeczniej witam. Pozdrawiam Księdza Rektora i całą wspólnotę Polskiego Papieskiego Instytutu Kościelnego w Rzymie, jak również zaproszonych gości. W szczególny sposób dziękuję Księdzu Kardynałowi Zenonowi Grocholewskiemu za znaczące słowa, skierowane do mnie w imieniu wszystkich tu obecnych.

[Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari Fratelli e Sorelle!

È con grande gioia che vi accolgo nel Palazzo Apostolico e vi porgo il mio più cordiale benvenuto. Saluto Lei, Mons. Rettore, e tutta la comunità del Pontificio Istituto Ecclesiastico Polacco, nonché gli ospiti. Ringrazio in modo particolare il Cardinale Zenon Grocholewski per le significative parole a me rivolte a nome di tutti i presenti.]

Ciò che vi ha portati qui, ad incontrare il Successore di Pietro e ad essere confermati nella fede e nella vostra appartenenza alla Chiesa, è una felice circostanza a voi giustamente molto cara: il centenario di fondazione di questa benemerita Istituzione. Sorta per illuminata intuizione e mirabile iniziativa di san Józef Sebastian Pelczar, allora Vescovo di Przemyśl, iniziò la sua storia già durante il pontificato di san Pio X, al quale fu presentato il progetto di fondazione. Il 13 maggio 1909 lo stesso Papa approvò la richiesta dei Vescovi polacchi e il 19 marzo 1910, con il decreto Religioso Polonae gentis, fu eretto l’Ospizio Polacco. Venne solennemente inaugurato il 13 novembre 1910 da Mons. Sapieha, divenuto in seguito Cardinale Arcivescovo di Cracovia. L’Istituto ha così potuto godere, nel corso degli anni, della sollecitudine e dell’affetto dei diversi Pontefici, fra i quali ricordiamo, più vicini a noi, il Servo di Dio Paolo VI e, naturalmente, il futuro Beato, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II, che lo visitò nel 1980 ed ebbe modo di sottolineare il suo grande significato per la Chiesa e per il popolo polacco.

Celebrare il primo centenario di questa importante Istituzione costituisce un valido richiamo alla doverosa e riconoscente memoria di coloro che ad essa hanno dato inizio, con fede, con coraggio e con fatica; un richiamo, al tempo stesso, alla responsabilità di portare avanti nell’oggi le finalità originarie, adattandole opportunamente alle nuove situazioni. Al di sopra di tutto è da porre l’impegno di tenere viva l’anima dell’Istituzione: la sua anima religiosa ed ecclesiale, che risponde al provvidenziale disegno divino di offrire a sacerdoti polacchi un ambiente idoneo per lo studio e la fraternità, durante il periodo di formazione a Roma.

Di questo Pontificio Istituto, che è stato testimone di tanti avvenimenti significativi per la Chiesa in Polonia, ora fate parte anche voi, cari Sacerdoti studenti, che, giunti nel cuore della cristianità, desiderate seriamente approfondire la vostra preparazione intellettuale e spirituale, per assolvere nel modo migliore a tutti ai compiti di responsabilità che vi verranno via via affidati dai vostri Vescovi per il servizio del Popolo di Dio. Sentitevi “pietre vive”, parte importante di questa storia che oggi richiede anche la vostra personale ed incisiva risposta, offrendo il vostro generoso contributo, come lo offrì, nel corso del Concilio Vaticano II, l’indimenticabile Primate della Polonia, il Cardinale Stefan Wyszyński, che proprio nell’Istituto Polacco ebbe l’opportunità di preparare la celebrazione del Millennio del Battesimo della Polonia e lo storico Messaggio di riconciliazione che i vescovi Polacchi indirizzarono ai Presuli Tedeschi, contenente le famose parole: “Perdoniamo e chiediamo perdono”.

La Chiesa ha bisogno di sacerdoti ben preparati, ricchi di quella sapienza che si acquisisce nell’amicizia con il Signore Gesù, attingendo costantemente alla Mensa eucaristica e alla fonte inesauribile del suo Vangelo. Da queste due insostituibili sorgenti sappiate trarre il continuo sostegno e la necessaria ispirazione per la vostra vita e il vostro ministero, per un sincero amore alla Verità, che oggi siete chiamati ad approfondire anche attraverso lo studio e la ricerca scientifica e che potrete domani condividere con molti. La ricerca della Verità, per voi che da sacerdoti vivete questa peculiare esperienza romana, viene stimolata e arricchita dalla vicinanza alla Sede Apostolica, a cui compete uno specifico ed universale servizio alla comunione cattolica nella verità e nella carità. Rimanere legati a Pietro, nel cuore della Chiesa, significa riconoscere, pieni di gratitudine, di essere all’interno di una plurisecolare e feconda storia di salvezza, che per una multiforme grazia vi ha raggiunti e alla quale siete chiamati a partecipare attivamente affinché, come albero rigoglioso, porti sempre i suoi preziosi frutti. L’amore e la devozione alla figura di Pietro vi spinga a servire generosamente la comunione di tutta la Chiesa cattolica e delle vostre Chiese particolari, perché, come una sola e grande famiglia, tutti possano imparare a riconoscere in Gesù, via, verità e vita, il volto del Padre misericordioso, il quale vuole che nessuno dei suoi figli vada perduto.

Venerati e cari Fratelli, vi affido tutti alla Vergine Maria, tanto amata dal popolo polacco. Invocatela sempre quale Madre del vostro sacerdozio, perché vi accompagni nel cammino della vita ed attiri sul vostro ministero presente e futuro l’abbondanza dei doni dello Spirito Santo. Maria vi aiuti a perseverare con gioiosa fedeltà nella grazia e nell’impegno di seguire Gesù, e a nutrire costantemente una fruttuosa dedizione al vostro quotidiano lavoro e a coloro che il Signore vi pone accanto.

Pragnę zatem z serca udzielić wam wszystkim, jak również waszym rodzinom i tym, którzy są wam drodzy, mojego szczególnego Apostolskiego Błogosławieństwa. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

[Imparto di cuore a tutti voi, come pure ai vostri familiari ed a quanti vi sono cari, una speciale Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo.]

COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE: L’ORDINARIATO PERSONALE DI NOSTRA SIGNORA DI WALSINGHAM IN INGHILTERRA E GALLES

15 gennaio 2011

In conformità con le disposizioni della Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus di Papa Benedetto XVI del 4 novembre 2009 e dopo accurata consultazione con la Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha eretto in data odierna un Ordinariato Personale nel territorio d’Inghilterra e Galles per quei gruppi di pastori e fedeli anglicani che hanno espresso il loro desiderio di entrare nella piena visibile comunione con la Chiesa Cattolica. Il Decreto che istituisce l’Ordinariato specifica che esso sarà denominato Ordinariato Personale di Nostra Signora di Walsingham e avrà come patrono il Beato John Henry Newman.

Un Ordinariato Personale è una struttura canonica che consente una riunione in forma corporativa, così da permettere a coloro che erano anglicani di entrare in piena comunione con la Chiesa Cattolica, conservando elementi del loro caratteristico patrimonio anglicano. Con tale struttura, la Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus mira a comporre da un lato l’intento di salvaguardare, all’interno della Chiesa Cattolica, le venerande tradizioni liturgiche, spirituali e pastorali anglicane e, dall’altro, il fatto che questi nuovi gruppi ed i rispettivi pastori siano pienamente integrati nella Chiesa Cattolica.

Per ragioni dottrinali, la Chiesa non ammette in alcun caso l’ordinazione episcopale di uomini sposati. Nondimeno, la Costituzione Apostolica prevede, a certe condizioni, l’ordinazione come sacerdoti cattolici di ministri sposati già anglicani. Oggi, nella Cattedrale di Westminster a Londra, S.E.R. Mons. Vincent Nichols, Arcivescovo di Westminster, ha ordinato sacerdoti cattolici tre ex-vescovi anglicani: il Rev. Andrew Burnham, il Rev. Keith Newton e il Rev. John Broadhurst.

Ancora, in data odierna, Papa Benedetto XVI ha nominato il Rev. Keith Newton quale primo Ordinario dell’Ordinariato Personale di Nostra Signora di Walsingham. Il Rev. Newton, unitamente al Rev. Burnham e al Rev. Broadhurst, curerà la preparazione catechetica dei primi gruppi di anglicani in Inghilterra e Galles, che a Pasqua saranno ricevuti nella Chiesa Cattolica insieme ai loro pastori, così come l’accompagnamento dei ministri che si stanno preparando ad essere ordinati al sacerdozio cattolico, attorno a Pentecoste.

La normativa di questa nuova struttura è coerente con l’impegno per il dialogo ecumenico, che continua ad essere una priorità per la Chiesa Cattolica. L’iniziativa che ha portato alla pubblicazione della Costituzione Apostolica e all’erezione del suddetto Ordinariato Personale è venuta da diversi gruppi di Anglicani, che hanno dichiarato di condividere la comune fede cattolica così come espressa nel Catechismo della Chiesa Cattolica e di riconoscere il ministero petrino come voluto da Cristo stesso per la Chiesa. Per essi è giunto il momento di esprimere tale unità implicita nella forma visibile della piena comunione.

DISCORSO DEL SANTO PADRE AI DIRIGENTI E AGLI AGENTI DELL’ISPETTORATO DI PUBBLICA SICUREZZA PRESSO IL VATICANO

15 gennaio 2011

Signor Capo della Polizia,
Signor Dirigente,
Cari Funzionari ed Agenti!

Sono lieto di accogliervi, secondo la buona consuetudine, per il reciproco scambio di auguri all’inizio del nuovo anno. Rivolgo a ciascuno il mio cordiale benvenuto e il mio affettuoso saluto, che volentieri estendo alle rispettive famiglie e ai vostri colleghi che non hanno potuto partecipare a questo incontro, poiché impegnati nel quotidiano servizio per garantire la sicurezza di piazza S. Pietro, delle vicinanze e delle altre zone di pertinenza del Vaticano. Un particolare e beneaugurante saluto desidero rivolgere al Dirigente Generale, Dott. Raffaele Aiello, che da poche settimane è alla guida del vostro Ispettorato. Lo ringrazio per le cortesi espressioni che mi ha rivolto, anche a nome dei presenti e dei rappresentanti di quelle strutture centrali e periferiche del Ministero dell’Interno che cooperano con voi, in spirito di servizio e di solerte disponibilità. Rivolgo altresì il mio deferente saluto al dott. Antonio Manganelli, Capo della Polizia, al Prefetto Salvatore Festa, agli altri Funzionari e Dirigenti, come pure ai Cappellani, rinnovando, anche a nome dei miei collaboratori, viva gratitudine per l’opera preziosa di codesto Ispettorato di Pubblica Sicurezza.

Colgo questa opportunità per manifestare il mio sincero apprezzamento per l’impegno e la professionalità con cui i funzionari e gli agenti della Polizia di Stato, quasi come “angeli custodi”, vegliano giorno e notte sul Vaticano, garantendo la necessaria sicurezza e ponendosi al servizio dei pellegrini. Quest’opera di vigilanza, che voi svolgete con diligenza e sollecitudine a tutela dell’ordine pubblico, è certamente considerevole e delicata: essa richiede a volte non poca pazienza, perseveranza, sacrificio e disponibilità all’ascolto. Si tratta di un servizio quanto mai utile al tranquillo e sicuro svolgimento delle manifestazioni spirituali e religiose che si svolgono specialmente nella piazza S. Pietro. La vostra significativa presenza nel cuore della cristianità, dove folle di fedeli giungono senza sosta per incontrare il Successore di Pietro e per visitare le tombe degli Apostoli, susciti sempre più in ciascuno di voi il proposito di ravvivare la dimensione spirituale della vita, come pure l’impegno ad approfondire la vostra fede cristiana, testimoniandola con gioia attraverso una condotta coerente.

Nel periodo natalizio, da poco concluso, la liturgia ci ha invitato ad accogliere il Verbo che fin dal principio è nel seno del Padre e che Egli ci ha donato, rivelandone il volto in un Bambino. Egli è l’Eterno che entra nel tempo e lo riempie della sua pienezza; è la luce che illumina e rischiara quanti stanno nelle tenebre; è il Figlio di Dio che reca all’umanità la salvezza. Accogliamolo sempre con fiducia e gioia! Ce lo presenta la Vergine Maria. Ella, quale Madre premurosa, veglia su di noi. Rivolgetevi di frequente alla sua materna intercessione e affidate a Lei l’anno 2011 da poco iniziato, affinché sia per tutti un tempo di speranza e di pace.

Con questi sentimenti, invoco su di voi e sul vostro lavoro l’abbondanza dei doni celesti, mentre di cuore vi imparto una speciale Benedizione Apostolica, che volentieri estendo alla vostre famiglie e alle persone care.

Pacelli e Roosevelt in nome della pace

15 gennaio 2011

Dialogo e rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Santa Sede dagli anni Trenta alla seconda guerra mondiale

Come si concretizzò l’idea di un forte collegamento tra i due Paesi per assistere le vittime delle dittature, i profughi e i perseguitati

È in corso a Roma, all’École française, il seminario internazionale “Le gouvernement pontifical sous Pie XI:  pratiques romaines et gestion de l’universel”. Anticipiamo ampi stralci di una delle relazioni.

di Giulia D’Alessio
Università di Roma La Sapienza

Gli anni Trenta del XX secolo rappresentano un momento di particolare rilevanza nello sviluppo dei rapporti fra Santa Sede e Stati Uniti:  questo, sia con riferimento alla dimensione del dibattito ideale e culturale, con specifico riguardo alle problematiche di ordine economico-sociale, sia per quanto attinente alla sfera delle relazioni politico-diplomatiche.
Gli svolgimenti di questa vicenda, su entrambi i versanti (del resto, fra loro connessi), furono determinati in misura decisiva dalla personalità e dalle scelte di coloro che ne furono i principali protagonisti:  da un lato Pio XI, dall’altro Franklin Delano Roosevelt.
Il 1931, anno della pubblicazione della Quadragesimo anno, costituisce il punto di partenza del percorso che si intende ricostruire, perché fu proprio il confronto sulle istanze relative alla questione sociale e alla elaborazione di risposte all’indomani della Grande Crisi che rappresentò il terreno delle iniziali consonanze di vedute fra Pio XI e Franklin Delano Roosevelt, che di lì a poco sarebbe stato eletto per la prima volta alla presidenza degli Stati Uniti.
Lo sforzo volto a correggere gli errori e le distorsioni di un capitalismo sregolato e l’introduzione, nel discorso legato alla politica sociale, dell’inedito concetto di sussidiarietà rendevano l’enciclica un documento di straordinaria rilevanza agli occhi di Roosevelt. Quest’ultimo dimostrava di apprezzare anche i passaggi relativi all’importanza del salario minimo garantito come fondamento imprescindibile di una politica sociale di supporto alla famiglia del lavoratore. La stima manifestata da Roosevelt nei confronti dell’enciclica sociale rattiana veniva ricambiata dall’alta considerazione che Pio XI aveva del New Deal rooseveltiano.
Il primo rappresentante ufficiale del Vaticano ad avviare il dialogo con Roosevelt, nei mesi successivi alla sua prima elezione, fu Amleto Cicognani, nominato delegato apostolico negli Stati Uniti il 17 marzo 1933.
Significative, in questo contesto, appaiono le parole da lui scritte nel giugno dello stesso anno a seguito del suo primo incontro con il presidente americano:  egli evidenziava l’importanza dell’accoglienza riservatagli alla Casa Bianca, ricordando che mai, prima di allora, a un delegato apostolico era stato concesso un colloquio in tale sede. La rilevanza simbolica, oltre che concreta, di tale evento era messa in luce da Cicognani, che, nel riferire del suo importante incontro con Roosevelt, descriveva un presidente fortemente interessato alla promozione di un processo di riavvicinamento fra la Santa Sede e gli Stati Uniti.
La grande stima dimostrata da Roosevelt verso Pio XI e il suo entusiasmo rispetto ai contenuti della Quadragesimo anno emergono con chiarezza in un passaggio di una lettera inviata da Cicognani al cardinale Pacelli il 15 giugno 1933:  “Dopo un mio accenno alla stampa cattolica che sta seguendo col più grande interesse gli sforzi che egli fa per un riassetto economico e di pace, il presidente ha mostrato di sapere che anche “L’Osservatore Romano” ha avuto parole di lode per lui. Con vero entusiasmo ha parlato del Santo Padre, lodando la larghezza delle Sue vedute, la perfetta comprensione dei bisogni dei popoli e l’opportunità e la bellezza delle Sue Encicliche. Applicando queste alla condizione sociale ed economica del Paese, assicurava che dette Encicliche avrebbero grande influenza sul pensiero sociale ed economico degli Stati Uniti, se meglio conosciute, come constatò personalmente in un discorso tenuto a Detroit per la campagna elettorale:  citando in quella occasione la Quadragesimo anno con lettura di qualche brano suscitò la meraviglia di tutti e fu applauditissimo”.
L’entità dell’inedita politica rooseveltiana di riavvicinamento alla Santa Sede e di condanna delle persecuzioni antireligiose portata avanti dal presidente americano era già stata evidenziata in un articolo de “L’Osservatore Romano” un mese prima dell’incontro fra il delegato apostolico e la massima autorità politica statunitense. Un altro articolo, datato 1° aprile 1934, sottolineava l’attitudine positiva di Roosevelt nei confronti di una politica di collaborazione con la Chiesa basata sul riconoscimento di alcuni fondamentali obbiettivi comuni, da raggiungere, in particolare, nel campo del sociale.
È su queste premesse che trova la sua ragion d’essere il viaggio del segretario di Stato Pacelli negli Stati Uniti, svoltosi nell’autunno del 1936. Questa visita, quindi, a differenza di una lettura che vede in essa il punto di partenza del processo di ristabilimento di rapporti diplomatici fra Usa e Vaticano, rappresentò una tappa, seppure fondamentale, di un dialogo già avviato negli anni precedenti, soprattutto grazie a Cicognani:  questi, del resto, fornì, come si vedrà, un’utile collaborazione al segretario di Stato, anche durante il suo soggiorno in America. Da qui in avanti, comunque, Eugenio Pacelli divenne il principale artefice, attraverso l’elaborazione di una vera e propria strategia diplomatica, del rapprochement fra Usa e Santa Sede.
Le prime notizie dell’arrivo di Pacelli a New York riportate da “L’Osservatore Romano” non facevano trasparire il taglio diplomatico che il viaggio avrebbe assunto. Diverso era l’atteggiamento della stampa statunitense, la quale avanzava varie ipotesi sulle motivazioni del viaggio:  il tentativo di ridare vita ai rapporti diplomatici fra Usa e Santa Sede, la volontà di cercare l’appoggio del governo americano alla battaglia della Chiesa contro il comunismo, oppure la necessità di prendere provvedimenti nei confronti di padre Coughlin (il noto “radio-prete” che, da un iniziale appoggio alla politica rooseveltiana, era passato a una posizione di fiera opposizione).
Pacelli visitò gli Stati Uniti in pieno periodo preelettorale (prima delle elezioni presidenziali del novembre 1936):  egli, durante il suo tour, oltre ai più alti esponenti della gerarchia e alle diverse componenti della comunità cattolica, ebbe l’occasione di incontrare alcune delle più autorevoli autorità della politica e della vita pubblica americana (fra queste Joseph Kennedy, uno dei più importanti promotori del dialogo fra San Pietro e la Casa Bianca); ma l’incontro di gran lunga più importante dal punto di vista politico, fu, naturalmente, quello con il presidente Roosevelt. Tale colloquio si svolse il 5 novembre 1936, dopo le elezioni, anche se Pacelli, inizialmente, aveva in animo di incontrare il presidente nel mese di ottobre, durante la prima fase del suo viaggio.
Perché l’incontro fu posticipato? Le ragioni dello spostamento erano legate alla vicenda politica ed elettorale. Contro il possibile incontro con Roosevelt si levarono, infatti, molte obiezioni e proteste da parte sia dei cattolici che dei non cattolici:  una parte dei cattolici non voleva che il segretario di Stato vaticano incontrasse Roosevelt in quanto considerava quest’ultimo un “socialista”; molti, sia cattolici, sia di altre confessioni, ritenevano che fosse scorretto un incontro con il solo candidato democratico; altri ancora erano comunque contro tale incontro perché questo avrebbe rappresentato un’interferenza della Chiesa cattolica nella politica americana, in particolare in periodo pre-elettorale.
Nei documenti conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano troviamo diverse lettere inviate da Cicognani a Pacelli nelle quali si riferisce delle proteste, consigliando di attendere le elezioni prima di incontrare Roosevelt.
Secondo Ennio di Nolfo, il fatto che la visita avvenisse alla vigilia della seconda elezione di Roosevelt fece supporre che fosse dettata dal progetto di offrire un certo appoggio al presidente presso l’elettorato cattolico. Questa ipotesi, probabilmente, non è del tutto infondata:  come abbiamo visto, infatti, già negli anni precedenti si era manifestata una certa sintonia fra alcune posizioni del presidente e quelle della Chiesa. È anche noto che Roosevelt teneva in alta considerazione l’opinione pubblica cattolica, che in effetti ebbe un ruolo fondamentale nella sua rielezione.
Il colloquio del cardinale con il presidente fu riservato:  i giornali statunitensi all’epoca provarono a ricostruirne i contenuti, dalla questione comunista (era da poco iniziata la guerra civile spagnola) a quella del nazifascismo, fino a problemi più specifici (dalle vicende del Messico al “caso Coughlin”); probabilmente (come sottolineato da Gerald Fogarty) fu affrontato anche il tema della possibilità di riallacciare rapporti diplomatici.
Il fatto che l’incontro ebbe luogo in una sede non ufficiale, cioè nella casa della madre di Roosevelt ad Hyde Park, fa capire quanto si volesse evitare una eccessiva pubblicizzazione di tale evento:  tutte le speculazioni giornalistiche sullo svolgimento rimangono, in ogni caso, delle mere ipotesi.
Il viaggio di Pacelli, soprattutto secondo la stampa vaticana, fu indubbiamente un grande successo dal punto di vista religioso. Meno chiari, invece, sono gli esiti dal punto di vista diplomatico-politico.
Nella questione del riavvio dei rapporti diplomatici il cardinale Pacelli aveva svolto un ruolo determinante. Non sorprende, pertanto, che la vicenda sia giunta a un suo parziale compimento proprio durante il primo anno del pontificato di Pio XII. Naturalmente, occorre anche tener conto del momento storico in cui l’evento si realizzò:  la nomina del rappresentante speciale di Roosevelt presso la Santa Sede avvenne solo tre mesi dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Gli Stati Uniti di Roosevelt videro comprensibilmente con grande favore l’elezione di Pacelli a Papa:  se ne trova ampia testimonianza nei più qualificati organi di stampa americani (come, ad esempio, il “Time Magazine”).
Come ricorda Harold Tittman, i rapporti fra il presidente e il nuovo Pontefice erano ormai della massima cordialità. Il giorno dell’incoronazione papale, Roosevelt era rappresentato da Joseph Kennedy:  l’invio dell’importante diplomatico in Vaticano era un’ulteriore dimostrazione della particolare considerazione che Roosevelt aveva per Pio XII. Altrettanto significativa fu la nomina di Spellman ad arcivescovo di New York.
Il piano di una definitiva riapertura dei contatti cominciò a vedere la luce nell’estate del 1939, quando ormai era nell’aria lo scoppio del secondo conflitto mondiale, e venne portato avanti fino alla fine dell’anno. Questo avvenne anche grazie all’impulso di un gruppo di pressione interno all’amministrazione Roosevelt capeggiato dal segretario di Stato Corder Hull e dal suo vice Sumner Welles.
Naturalmente erano ancora presenti difficoltà nel condurre in porto il progetto. L’eventuale apertura dei rapporti con il Vaticano si confrontava con il fondamentale principio di separazione fra Stato e Chiesa, contenuto nella Costituzione americana. Roosevelt aveva intenzione di mandare un inviato speciale presso il Papa, ma per lui era problematico accettare un emissario pontificio col rango di ambasciatore (nunzio) a Washington. Inoltre, gli avversari di Roosevelt temevano che dietro il progetto del presidente vi fosse una manovra elettorale per acquisire il voto dei cattolici nelle elezioni dell’anno successivo.
Servivano quindi delle ottime ragioni  per  ristabilire  un  contatto  diretto fra i due Stati. Quali erano queste ragioni?
Innanzitutto, la Città del Vaticano era un punto d’osservazione privilegiato sulla politica mussoliniana e indirettamente sull’alleato nazista. C’era poi l’idea di un forte collegamento fra i due Paesi per promuovere la pace mondiale. Vi era però un altro aspetto di grande rilievo:  durante l’estate e nell’autunno del 1939 crebbe il peso della “motivazione umanitaria”:  bisognava creare un legame fra i due Stati per assistere i popoli oppressi dalle dittature, i profughi e i perseguitati. Tutta la fase finale della vicenda può essere ripercorsa attraverso la fitta corrispondenza fra le principali figure della politica americana e vaticana.
Il momento di avvio fu costituito da una lettera inviata il 24 luglio 1939 a Corder Hull dal membro del Congresso Emanuel Cellar, rappresentante ebreo di New York. Egli esprimeva preoccupazione per la situazione mondiale e auspicava l’avvio di contatti ufficiali  con  la  Santa  Sede.  Elogiava Pio XII e il suo operato a favore di politiche di pace e di vicinanza ai popoli oppressi dalla guerra.
Il presidente Roosevelt inviò al suo segretario di Stato, il 2 ottobre, un memorandum nel quale parlava del problema dei rifugiati (anche quelli futuri) delle guerre europee, in relazione a un possibile riavvio di rapporti con la Santa Sede. Per la prima volta proponeva di mandare un proprio rappresentante in Vaticano. Va notato che nel memorandum compariva anche il nome di Myron Taylor, come membro del comitato dei rifugiati.
Dopo alcuni incontri di Roosevelt con Spellman e scambi di opinioni dell’arcivescovo di New York con il segretario di Stato Maglione e con Cicognani, nell’autunno del 1939 l’ipotesi di inviare un rappresentante personale di Roosevelt presso il Vaticano aveva ormai preso forma.
Roosevelt scelse, per il delicato incarico, Myron Taylor, un industriale di successo a capo della United Steel Corporation. Della sua personalità vale la pena di sottolineare alcuni aspetti:  era un protestante, e non un cattolico; questo poteva essere al tempo stesso un limite ma anche una garanzia fornita al Congresso in ordine all’equilibrio nei rapporti fra gli Stati Uniti e uno Stato al cui vertice era il capo della Chiesa Cattolica. Inoltre Taylor era già noto a Pacelli, che l’aveva incontrato durante il suo viaggio americano del 1936.
La missione Taylor vene annunciata da Roosevelt al Papa e allo stesso Taylor con due lettere del 23 dicembre 1939. La lunga missiva del presidente al Pontefice è ricca di riferimenti alla drammatica situazione internazionale e al ruolo che la dimensione religiosa poteva svolgere per alleviare le sofferenze delle popolazioni. Il presidente auspicava quindi un rafforzamento della collaborazione fra autorità religiose e politiche per raggiungere il comune obiettivo della pace, e delineava la possibilità di una alleanza di ideali che si sarebbe potuta stabilire e consolidare anche dopo la fine della guerra.
Nel giorno della vigilia di Natale Spellman esprimeva tutto il suo entusiasmo, come cattolico e soprattutto come americano, per l’iniziativa di Roosevelt:  “Come americano che vive, lavora e vuole morire per il bene del proprio Paese e dei propri concittadini, di tutti loro, sono molto lieto del fatto che il presidente Roosevelt si entrato in armonia con la voce di Papa Pio XII grazie al suo appello fervido alla pace fra le nazioni e i popoli. È opportuno che, alla vigilia dell’anniversario della nascita del Principe della Pace, il presidente degli Stati Uniti intraprenda questa azione di pace. Il presidente Roosevelt è il nostro leader, il leader di un popolo libero, determinato a raggiungere la pace per se stesso e desideroso di pace per gli altri. Siamo un popolo che crede nella libertà di religione, di diffusione della verità, di riunione, di commercio e che la esercita e la difende. È opportuno che il nostro presidente, araldo intrepido di questi principi e loro campione, si unisca ad altre forze di pace, di influenza umanitaria e caritativa. Questa influenza è la Chiesa cattolica. Come americano, mi rallegro per questa azione del presidente Roosevelt”.
Pio XII, il 7 gennaio del 1940, rispondendo alla lettera di Roosevelt del 23 dicembre 1939, esprimeva la propria condivisione per le parole del presidente, che prefiguravano il percorso che Santa Sede e Stati Uniti avrebbero potuto compiere insieme nel futuro mondo riappacificato.
Il valore attribuito dal pontefice al sostegno assicuratogli da Roosevelt viene, poi, confermato in una lettera datata 22 agosto 1940; in essa si legge, tra l’altro:  “Nella nostra instancabile ricerca di quella pace che non sarà più… ci conforta molto il pensiero che non resteremo privi del forte sostegno del presidente degli Stati Uniti. È quindi con sincera buona volontà che assicuriamo di nuovo Sua Eccellenza delle nostre peghiere per la sua salute e la sua felicità costanti e per la prosperità e il progresso del popolo americano”.

(©L’Osservatore Romano – 15 gennaio 2011)

PROMULGAZIONE DI DECRETI DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

14 gennaio 2011

Oggi, 14 gennaio 2011, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza privata Sua Eminenza Reverendissima il Card. Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nel corso dell’Udienza il Sommo Pontefice ha autorizzato la Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

- un miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła), Sommo Pontefice; nato a Wadowice (Polonia) il 18 maggio 1920 e morto a Roma il 2 aprile 2005;

- un miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Antonia Maria Verna, Fondatrice dell’Istituto delle Suore della Carità dell’Immacolata Concezione d’Ivrea; nata a Rivarolo Canavese (Italia) il 12 giugno 1773 ed ivi morta il 25 dicembre 1838;

- un miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Toniolo, Laico, Padre di famiglia; nato a Treviso (Italia) il 7 marzo 1845 e morto a Pisa (Italia) il 7 ottobre 1918;

- il martirio delle Serve di Dio Maria Giulia (al secolo: Kata Ivanišević), Maria Bernadetta (al secolo: Teresia Banja), Maria Krizina (al secolo: Giuseppa Bojanc), Maria Antonia (al secolo: Giuseppa Fabjan) e Maria Berchmana (al secolo: Carolina Anna Leidenix), Suore professe dell’Istituto delle Figlie della Divina Carità, uccise in odio alla Fede in Bosnia-Erzegovina tra il 15 e il 23 dicembre 1941;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Antonio Franco, Prelato Ordinario di Santa Lucia del Mela; nato a Napoli (Italia) il 26 settembre 1585 e morto a Santa Lucia del Mela (Italia) il 2 settembre 1626;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Francesco Maria della Croce (al secolo: Giovanni Battista Jordan), Sacerdote, Fondatore della Società del Divin Salvatore e della Congregazione delle Suore del Divin Salvatore; nato a Gurtweil (Germania) il 16 giugno 1848 e morto a Tafers (Svizzera) l’8 settembre 1918;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Nelson Baker, Sacerdote diocesano; nato a Buffalo (Stati Uniti d’America) il 16 febbraio 1842 ed morto a Limestone Hill (Stati Uniti d’America) il 29 luglio 1936;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Faustino Pérez-Manglano Magro, Alunno e Postulante dei Padri Marianisti; nato a Valencia (Spagna) il 4 agosto 1946 ed ivi morto il 3 marzo 1963;

- le virtù eroiche della Serva di Dio Francesca de Paula de Jesús, chiamata “Nhá Chica“, Laica; nata São João del Rei (Brasile) nel 1810 e morta a Baependi (Brasile) il 14 giugno 1895.

NOTA INFORMATIVA DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI CIRCA L’ITER DELLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DEL VENERABILE SERVO DI DIO GIOVANNI PAOLO II (KAROL WOJTYŁA)

14 gennaio 2011

Il giorno 14 gennaio 2011, il Sommo Pontefice Benedetto XVI, durante l’Udienza concessa all’Em.mo Signor Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato lo stesso Dicastero a promulgare il Decreto sul miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła). Questo atto conclude l’iter che precede il Rito della beatificazione, la cui data sarà decisa dal Santo Padre.

Com’è noto, la Causa, per Dispensa Pontificia, iniziò prima che fossero trascorsi i cinque anni dalla morte del Servo di Dio, richiesti dalla Normativa vigente. Tale provvedimento fu sollecitato dall’imponente fama di santità, goduta dal Papa Giovanni Paolo II in vita, in morte e dopo morte. Per il resto furono osservate integralmente le comuni disposizioni canoniche riguardanti le Cause di beatificazione e di canonizzazione.

Dal giugno 2005 all’aprile 2007, furono pertanto celebrate l’Inchiesta Diocesana principale romana e quelle Rogatoriali in diverse diocesi, sulla vita, sulle virtù e sulla fama di santità e di miracoli. La validità giuridica dei processi canonici fu riconosciuta dalla Congregazione delle Cause dei Santi con il Decreto del 4 maggio 2007. Nel giugno 2009, esaminata la relativa Positio, nove Consultori teologi del Dicastero diedero il loro parere positivo in merito all’eroicità delle virtù del Servo di Dio. Nel novembre successivo, seguendo l’usuale procedura, la medesima Positio fu poi sottoposta al giudizio dei Padri Cardinali e Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, che si espressero con sentenza affermativa.

Il 19 dicembre 2009 il Sommo Pontefice Benedetto XVI autorizzò la promulgazione del Decreto sull’eroicità delle virtù.

In vista della Beatificazione del Venerabile Servo di Dio, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione delle Cause dei Santi la guarigione dal “morbo di Parkinson” di Sr. Marie Simon Pierre Normand, religiosa dell’Institut des Petites Soeurs des Maternités Catholiques.

Come di consueto, i copiosi Atti dell’Inchiesta canonica, regolarmente istruita, unitamente alle dettagliate Perizie medico-legali, furono sottoposti all’esame scientifico della Consulta Medica del Dicastero delle Cause dei Santi il 21 ottobre 2010. I suoi Periti, dopo aver studiato con l’abituale scrupolosità le testimonianze processuali e l’intera documentazione, si espressero a favore dell’inspiegabilità scientifica della guarigione. I Consultori teologi, dopo aver preso visione delle conclusioni mediche, il 14 dicembre 2010 procedettero alla valutazione teologica del caso e, all’unanimità, riconobbero l’unicità, l’antecedenza e la coralità dell’invocazione rivolta al Servo di Dio Giovanni Paolo II, la cui intercessione era stata efficace ai fini della prodigiosa guarigione.

Infine, l’11 gennaio 2011, si è tenuta la Sessione Ordinaria dei Cardinali e dei Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, i quali hanno emesso un’unanime sentenza affermativa, ritenendo miracolosa la guarigione di Sr. Marie Pierre Simon, in quanto compiuta da Dio con modo scientificamente inspiegabile, a seguito dell’intercessione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, fiduciosamente invocato sia dalla stessa sanata sia da molti altri fedeli.

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