di Danilo Quinto
In Africa, una delle mete preferite è il Kenya. Parliamo di turismo sessuale. Ha raccontato di recente all’Agenzia Fides, padre Franco Cellano -, il quale da  otto anni opera in Kenya ed è Superiore delle Missioni della Consolata presenti nel paese -. Il religioso ha fatto parte del Comitato italiano che tre anni fa ha approfondito questa questione, in particolare relativamente a quel che avviene nelle città della costa, Malindi, Lamu, Mombasa.
Sono stati “contati” trentamila giovani, minori kenyoti - per la maggior parte sollecitati dai loro genitori, soprattutto bambine - usati per l’attività sessuale degli adulti. Da quello studio, risultava che l’abuso sessuale era praticato per il 38% da kenyoti, per la restante parte dagli occidentali: 18% italiani, 14% tedeschi, 12% svizzeri, 8% francesi.
Dal 2000 in avanti, il fenomeno è diventato molto consistente e coinvolge le situazioni di disagio, di marginalizzazione, di povertà . I “turisti” occidentali negli ultimi anni si sono “trasferiti”: hanno preferito l’Africa, ed in particolare questo paese, rispetto ai paesi asiatici.
C’è da chiedersi, in questo contesto, cosa faccia il governo locale per contrastare questo fenomeno. La risposta di padre Cellano è netta: “C’è una legge del ‘90, in cui si difendono i diritti dei bambini, ma lascia il tempo che trova, così come la legge del 2003, che stabilisce norme penali per chi favorisce la prostituzione. La verità è che la polizia non interviene su questi fatti, perché la stessa polizia è la prima responsabile, perché corrotta. L’attività di prostituzione è organizzata e coinvolge soprattutto bambine, che sono anche brave a nascondersi e a divenire invisibili”.
La comunità delle Missioni della Consolata è tra le più antiche e attualmente conta trentuno missioni nel paese. L’attività è rivolta soprattutto all’aspetto dei diritti delle persone, per il lavoro, per la casa, per la salute. “Alcune delle quattordici Parrocchie che ci sono - afferma padre Cellano - hanno condotto un’azione approfondita rispetto allo sfruttamento sessuale. Devo dire, però, in generale, che l’opera di evangelizzazione è molto difficile, perché il fenomeno sfrutta la povertà  e  i  bisogni  di questa popolazione”.
In Kenya si contano in 350.000 gli sfollati a causa delle guerra etnica che ha sconvolto il paese e padre Cellano non usa mezzi termini per descrivere la situazione da questo punto di vista: “La Chiesa cattolica ha lavorato fortemente e in silenzio in questi mesi di fronte alla tragedia dei 350.000 sfollati. Siamo nel totale sessantatré comunità religiose unite in questo lavoro, apostolico, di promozione della pace, di evangelizzazione. Quello che posso dire è che la popolazione ha molta paura a tornare nei luoghi da cui è stata costretta a fuggire e osservo che non è certamente favorita dal formalismo  che  in  alcuni casi pervade l’azione delle organizzazioni internazionali”.
La dignità . Quella dei poveri è negata in molte parti del mondo. Il fenomeno del turismo sessuale, uno dei tanti paradigmi che connotano il nostro tempo, è favorito dagli interessi economici dei gruppi locali che lo gestiscono, si alimenta e sfrutta la lotta per la sopravvivenza di strati consistenti della popolazione in molti paesi ed in alcuni di questi riveste caratteristiche di massa. Gli occidentali cercano quei luoghi dove pensano di poter praticare comportamenti criminali gravissimi garantendosi l’impunità , sapendo che troveranno centinaia di migliaia di bambine e bambini, adolescenti, uomini e donne disposti - innanzitutto per necessità - a fare mercimonio del proprio corpo.
In base ai dati diffusi da Ecpat - una rete internazionale di organizzazioni, presenti in settantotto paesi, che operano per eliminare la prostituzione e la pornografia infantili e il traffico di minori a scopo sessuale - il turismo sessuale conosce una dimensione globale, interna e un problema ancora più grande, che è quello della prostituzione infantile e della tratta di esseri umani, nonostante che gli Stati abbiano il dovere di proteggere i minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali.
Principio che viene ribadito in molti strumenti internazionali e raccomandazioni, come ad esempio nell’art. 34 della Convenzione sui diritti dell’infanzia, che stabilisce:Â “Gli Stati si impegnano a proteggere il fanciullo contro ogni forma di sfruttamento sessuale e violenza sessuale..”; nell’art. 35, l’impegno degli Stati viene esteso ad impedire il rapimento, la vendita e la tratta per qualunque fine e sotto qualsiasi forma.
Questi impegni sono stati reiterati nel Protocollo Opzionale alla Convenzione sulla vendita dei fanciulli, prostituzione infantile e pornografia infantile, del giugno 2000. Tra i programmi delle Nazioni Unite sono da ricordare, nel 1992 il Programma di Azione per la prevenzione della vendita di fanciulli, prostituzione infantile e pornografia infantile e nel 1996, il Programma di azione per la prevenzione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione.
I turisti sessuali, sostiene la ricerca di Ecpat - nel 90-95% dei casi, sono maschi tra i 20 e i 40 anni di età , appartenenti a classi sociali diverse. Sarebbero addirittura ottantamila gli italiani che praticano nel mondo la compravendita di sesso.
Dopo il Kenya, gli altri paesi privilegiati sono Repubblica Dominicana, Colombia. L’età media è intorno ai 27 anni. Dai dati diffusi da Ecpat si rileva che le bambine che vengono abusate sessualmente hanno un’età tra gli 11 e i 15 anni, mentre i bambini vanno dai 13 ai 18 e che gli incontri spesso  vengono  filmati  e immessi nella rete.
Il turismo sessuale femminile, invece, si rivolge, oltre che in Kenya, in Gambia, Senegal anche a Cuba, in Brasile, in Colombia.
“Il problema - sostiene Marco Scarpati, Presidente di Ecpat Italia - ha risvolti soprattutto economici. Tutta la nostra azione è rivolta a far comprendere che siamo di fronte a cifre enormi, colossali. Stiamo parlando di un grosso business, nel quale alcune persone guadagnano cifre spaventose. Se il mercato di bambini non fosse interessante  dal  punto di vista economico, non esisterebbe. Quindi, la chiave  per  vincere è scoraggiare la domanda”.
Circa l’azione di contrasto “una delle possibilità più semplici - sottolinea ancora - è quella di fare in modo che la gente non parta da casa propria, disincentivando l’approdo nei paesi consueti dove si pratica il turismo sessuale. Si dovrebbe intervenire modificando l’economia dei paesi “donatori” e svolgendo significativi lavori di prevenzione nei confronti dei bambini, educando e formando le forze di polizia locali, che possono servire sia a prestare attenzione al fenomeno sia a reprimere i reati che il fenomeno causa. Si dovrebbe anche cercare di creare attenzione in quei settori nei quali il turista del sesso si rivolge, tassisti, guide, alberghi; fare in modo che non vengano proposte al turista queste attività ”.
“Faremmo prima a dire - conclude il presidente di Ecpat Italia - quali sono i paesi non coinvolti, se ne esistono, perché ormai il fenomeno è globale. Comunque, i paesi più coinvolti, a nostro avviso, sono Thailandia, Vietnam, Cambogia, Filippine, India, Nepal, Pakistan, Afghanistan, Egitto, Senegal, Repubblica Sudafricana, Kenya (meta preferita dagli italiani), Cuba, che cerca di nascondere il problema, il Brasile, il Perù. Ci sono anche luoghi impensabili. Tempo fa, è stata fatta una segnalazione ad Ecpat Italia, che ha rivelato l’esistenza di tour operator che organizzano viaggi in Mongolia a sfondo sessuale, presentandoli come battute di pesca sportiva”.
su L’Osservatore Romano del 17-18 settembre 2008
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Se si vuole salvare filosoficamente la categoria del diritto divino (ed è a mio avviso indispensabile farlo, per il bene stesso della filosofia del diritto) e tenerla nello stesso tempo distinta dalla teologia del diritto, bisogna assumere nei suoi confronti un atteggiamento né confessionale né più in generale fideistico, ma ermeneutico, esattamente come bisogna dare consistenza ermeneutica alla categoria del religioso, quando la si voglia assumere ad oggetto della filosofia della religione. L’ermeneutica del diritto divino si rivelerà così utile, anzi essenziale, per l’ermeneutica del diritto in generale: essa ci aiuterà a non cedere alla tentazione di instaurare tra ius divinum e ius humanum una sterile e banale dicotomia, come tra due ordinamenti in contrapposizione e in concorrenza tra loro, per fondare la legittimità della prassi sociale.
Le perplessità suscitate dalla proposta di Williams di fare spazio alla legge islamica nell’orizzonte di quella britannica sono assai comprensibili. Non si tratta di una sorta di riedizione della pax deorum romana e della sua tolleranza? È lecito quindi domandarsi se una simile indicazione rappresenti un effettivo passo avanti o se, invece, non ignori le tensioni che, nella storia dell’umanità , certamente non poche volte e in modo assai doloroso, sono esplose per affermare il rispetto del valore di ogni essere umano come singolo, la cui vita e dignità vale, in sé e per sé, assai di più di qualsiasi conservazione di tradizioni comunitarie. In che senso poi una simile prospettiva è diversa dalla riproposizione di un pantheon il cui ultimo e unico garante può essere solo un “nuovo imperatore”, cioè un potere statale, che “eccedendo” tale pantheon finirebbe per essere divinizzato più di qualsiasi altro dio? Senza contare che, in questo caso, a chi credesse in un Dio irriducibile a qualunque pantheon non resterebbe, per finire, altra strada che il martirio.