La nuova Enciclica "Caritas in Veritate"

Puoi leggere la nuova Enciclica di S.S. Benedetto XVI al seguente link Vai all'Enciclica

Il matrimonio fra contratto e sacramento

2010 gennaio 27
di redazione

di Giuseppe Sciacca
Prelato uditore della Rota Romana
Con dovizia di ragionamento e di puntuali e abbondanti riferimenti vuoi alla dottrina, vuoi alla giurisprudenza della Romana Rota, vuoi al Magistero, Giacomo Bertolini, giovane ma già apprezzato e maturo canonista, formatosi alla scuola di riconosciuti maestri, quali Paolo Moneta e Sandro Gherro, ha consegnato a due cospicui volumi dal titolo Intenzione coniugale e sacramentalità del Matrimonio (Padova, Cedam, 2008, pagine 296, euro 27)le sue riflessioni su un argomento salebroso, si direbbe con latineggiante parola, ma non certamente astratto, nell’odierna temperie socio-culturale che non manca, naturalmente, di investire la vita e i comportamenti pratici, le scelte esistenziali dei credenti, seppur trattasi di questione che taluno potrebbe considerare come di scuola, per essere essa paradigmatica e per le molteplici rifrazioni che su di essa si proiettano, di natura canonistico-teologica e pastorale.
È la vexata quaestio del rapporto che intercorre tra il consenso coniugale, da cui germina il matrimonio, sacramento e contratto, e la dignità sacramentale che eo ipso sorge dal matrimonio celebrato tra battezzati, come avverte lapidariamente il canone 1055 2 Codex Iuris Canonici.
Occorre da subito rilevare che, senza nulla sottrarre al valore dell’opera che presentiamo, il sottoscritto sarebbe indotto a ritenere conclusa la questione, e cioè che sacramento e contratto, per il battezzato, fan tutt’uno, secondo l’espressione sancita nella celeberrima sentenza rotale, risalente ai primordi della ricostituzione del Tribunale Apostolico, coram monsignor Persiani, del 27 agosto 1910, che definisce proximum fidei il principio dell’inseparabilità tra contratto e sacramento.
E siffatta conclusione si fonda sul Magistero Pontificio più recente, laddove il servo di Dio Giovanni Paolo ii, facendosi eco consapevole dell’insegnamento costante dei predecessori, rivolgendosi ai prelati uditori nell’udienza del 30 gennaio 2003, così ebbe inequivocabilmente ad esprimersi:  “È decisivo tener presente che un atteggiamento dei nubendi che non tenga conto della dimensione soprannaturale del matrimonio, può renderlo nullo solo se ne intacca la validità sul piano naturale nel quale è posto lo stesso segno sacramentale”, ribadendo quanto egli stesso aveva affermato nell’udienza del 1° febbraio 2001:  “A partire dal concilio Vaticano ii è stato frequente il tentativo di rivitalizzare l’aspetto soprannaturale del matrimonio anche mediante proposte teologiche, pastorali e canonistiche estranee alla teologiche, pastorali e canonistiche estranee alla tradizione, come quella di richiedere la fede quale requisito per sposarsi”.
Nel primo volume dell’opera che qui si recensisce, il quale reca come sottotitolo Il dibattito contemporaneo, l’autore indaga le fonti, la dottrina e la giurisprudenza contemporanee.
Le fonti vengono studiate sia nei documenti del Magistero, sia nel lungo lavoro di revisione del Codice latino e in quello di redazione del Codice orientale. Quanto alla dottrina, vien proposto un excursus critico inerente alle possibili configurazioni del rapporto tra intenzione soggettiva, sostanza naturale e sacramentalità del vincolo, attraverso il quale è colta un’evoluzione che, muovendo da talune istanze pastoraliste degli anni Settanta – che non mancarono, talora, di affiorare anche in qualche orientamento giurisprudenziale, fattosi subalterno a un mal filosofato esistenzialismo – tendevano a scardinare i fondamenti della tradizionale teoria dell’inseparabilità, nel matrimonio, tra contratto e sacramento, e prospettavano, quale capo autonomo di nullità, la positiva esclusione della dignità sacramentale dal consenso matrimoniale.
Al riguardo Bertolini non manca opportunamente di avvertire che esistono soluzioni pratiche, quali il ricorso a istituti come quello della simulazione totale o dell’error iuris. Talune posizioni danno per scontato che l’assenza di fede necessariamente si riverberi a livello intenzionale sulla dignità sacramentale e sulla capacità di celebrare o ricevere il sacramento, così dimenticando che la sacramentalità del matrimonio non dipende dall’intenzione soggettiva e non è nella disponibilità dei nubenti e non può pertanto esser fatta oggetto di volontà escludente, ulteriore a quella necessaria e sufficiente per costituire un vincolo valido secondo il diritto naturale.
L’analisi della giurisprudenza, poi, presentata in chiusura del primo volume, può risultare di interesse per gli operatori del diritto, poiché offre attento commento delle sentenze rotali in materia non ancora edite. Sono, infatti, lette con attenzione le sentenze circa l’esclusione o l’errore relative alla sacramentalità, con disamina non solo delle parti in diritto, ma anche della storia concreta della fattispecie sottoposte al giudizio del Tribunale Apostolico, tentando, in tal modo, di cogliere eventuali filoni giurisprudenziali relativi ai capi di nullità interessati. È da rilevare come il Bertolini sottolinei che in talune recenti decisioni i Turni Rotali, superando una tendenza per altro minoritaria, hanno rimesso in discussione l’autonomia dei citati capi di nullità, ribadendo l’irrilevanza della fede nella formazione di una retta intenzione coniugale, così statuendo la parificazione tra l’intenzione naturale e quella sacramentale, e aderendo infine a una interpretazione coerente del principio di identità contratto-sacramento.
La ricerca svolta nel primo volume permette, dunque, all’autore di fissare i punti che egli ritiene bisognosi di un chiarimento dottrinale, e cioè:  cosa la struttura essenzialmente relazionale del matrimonio giuridicamente imponga come contenuto suo proprio; quale sia l’oggetto del consenso in quanto res iusta dovuta nel rapporto di giustizia che insorge tra i nubenti; se detto contenuto sia sufficiente anche in ragione della dignità sacramentale; se nello scambio dell’oggetto materiale del consenso abbiano un ruolo l’atto di fede e l’intenzione sacramentale interna e/o esterna; se infine la Chiesa possegga la facoltà di dichiarare nulli tali matrimoni rettamente posti quanto alla loro sostanza naturale, ma con avversione alla dimensione esclusivamente sacra, ammesso – e, diciamo noi, non concesso – che questa possa essere esclusa dai contraenti.
Nel secondo volume, dal titolo Approfondimenti e riflessioni, l’autore rappresenta poderoso ed esteso studio storico-giuridico-teologico, nel quale si riflette sul momento peculiarissimo e provvidenziale in cui le enunciate tematiche si appalesarono nella loro complessità, vale a dire il concilio di Trento.
Fu in quella sede che, emerse funditus il problema dell’inseparabilità contratto-sacramento, della intenzione, della ministerialità, e anche dei limiti del potere della Chiesa di irritare ex ante, o dichiarare nulli ex post, matrimoni che possiedono l’essenza minimale, così restringendo, di fatto, lo ius connubii, che è di diritto naturale.
Tale analisi ha consentito a Bertolini di rinvenire in quei dibattiti chiara traccia di quella distinzione teologica tra “natura” e “sopranatura” del matrimonio; vera scissione concettuale che – avverte l’autore – originatasi già in epoca tardo scolastica, divenuta poi doctrina recepta almeno sino alla sua messa in discussione nel xx secolo, è risultata essere gravida di negative conseguenze giuridiche, profondamente incidenti sia sul dibattito creatosi nella canonistica contemporanea relativamente alla dignità sacramentale del matrimonio, sia derivatamente sulla interpretazione stessa di molti ambiti del diritto sostantivo matrimoniale e di taluni capi di nullità.
Giunto a tal punto, l’autore procede in una delle parti più complesse e di maggior pregio dell’opera, ove egli, recuperando l’unitarietà della dottrina teologica, filosofica e giuridica, immediatamente precedente alla scissione “natura-sopranatura”, vale a dire l’unitarietà del sistema agostiniano-tomista, del quale si mostra sicuro conoscitore, tenta di espungere le conseguenze della teologia del duplice fine dalla teoria del consenso matrimoniale.
Viene in tal modo recuperata la stretta pertinenza del matrimonio al diritto naturale, non quale “pura natura”, ma quale istituto al quale la natura inclina, per far nostra la celebre espressione tomista (cfr. In iv Sententiarum., D. 26, q. 2, a.1).
Il sacramento è dunque il matrimonio di diritto naturale, poiché in esso risiede la simbologia mistica e la causalità anche della grazia, ex Christi voluntate assicurata tra battezzati, senza che si dia scissione alcuna tra la dimensione naturale e quella soprannaturale. L’intenzione sacramentale altro quindi non è che la semplice intenzione matrimoniale di due battezzati, creature razionali.
Partendo da alcuni spunti del Magistero di Giovanni Paolo ii e da talune sue allocuzioni alla Rota, l’autore conclude l’argomentazione tratteggiando una teoria generale del matrimonio il cui valore è dato dall’abbandono delle categorie della dottrina della “natura pura”. Bertolini afferma la necessità di non dovere più pensare la sacramentalità del matrimonio quale oggetto di separata e razionalista intellezione-volizione, come avviene per gli altri elementi o proprietà essenziali, ma approfondisce l’indagine relativa alla relazione coniugale creaturale. L’autore sostiene infatti che l’essenza coniugale va ricercata non già in modelli culturali, giuridici, o teologici estrinseci al rapporto tra le due persone, bensì, e con realismo giuridico e autentico personalismo, essa va individuata in quella interna inclinazione che connota il matrimonio di una peculiare indole naturale e interpersonale.
In altri termini, vi è una trascendenza costitutiva della relazionalità coniugale che consente ai coniugi di porre la vera e unica materia sacramentale in quella mutua traditio et acceptatio, in forza della quale essi diventano una caro. Con ferma convinzione Bertolini ribadisce che non dandosi tra battezzati un vero matrimonio che non sia sacramento, l’esclusione della dignità sacramentale risulta irrealizzabile e, pertanto, giuridicamente impossibile, così da poter concludere che non si possa configurare come autonomo capo di nullità quello della simulazione della dignità sacramentale. Solo una forzatura, infatti, permetterebbe di applicare alla dimensione esclusivamente sacra le medesime categorie che si applicano ai bona augustiniana (fedeltà, indissolubilità, prole).
Affermava al riguardo il cardinale Mario Francesco Pompedda, rivolgendosi all’Arcisodalizio della Curia Romana nel 2003, nella piena maturità della sua lunga e prestigiosa riflessione canonistica, che era “più corretto parlare non già di intenzione sacramentale, bensì, semplicemente, di intenzione matrimoniale tout court (…) Se infatti fosse possibile distinguere l’intenzione matrimoniale naturale da quella matrimoniale sacramentale – e sovente si preme perché ciò avvenga – si finirebbe con l’operare un’ultima frattura, irreversibile questa e gravissima e sarebbe conferita all’uomo la facoltà di scardinare e riformare lo statuto ontologico dato da Dio alle realtà create e redente”.
Pertanto, ”l’esclusione della sacramentalis dignitas - concludeva autorevolmente il compianto Porporato – non potrà essere considerata capo autonomo di nullità, essendone completamente assenti i presupposti. E l’indagine medesima circa l’intenzione dei nubenti ammetterà un’inquisizione limitata alla mera realtà naturale, costituendo quest’ultima l’unico oggetto intenzionale, recte ponendus, così come voluto dall’arcano disegno creatore di Dio”.
Quanto alla necessità della fede dei nubenti, il discorso muta se si procede alla doverosa distinzione fra validità del matrimonio e sua fruttuosità, donde l’urgenza, da parte di tutti gli operatori pastorali, di uno strenuo impegno per una adeguata preparazione dei nubenti, che faccia pure tesoro, per la ratio dialectica oppositorum, anche di quanto può emergere da quella cartina di tornasole che sono le cause di nullità, per evitare che errori si ripetano. E d’altra parte, ciò era già stato avvertito dalla Commissione Teologica Internazionale nel 1977:  Fides est praesuppositum et causa dispositiva effectus fructuosi, sed validitas non necessario implicat fructuositatem matrimonii.
Lo ius connubii non si può negare, infatti, a quei battezzati cattolici che, pur avendo perso il dono della fede, tuttavia hanno la capacità naturale di volere e di contrarre un matrimonio legittimo, unico, fecondo, indissolubile.
E infine, è proprio per ribadire “la necessità di mostrare con coerenza l’identità “matrimonio-sacramento”" (Francesco Coccopalmerio), che, con il Motu proprio Omnium in mentem del 26 ottobre 2009, Benedetto XVI ha deciso la soppressione dai canoni 1086 1, 1117 e 1124, della clausola actus formalis defectionis ab Ecclesia catholica, per cui, anche chi avesse operato – e spesso ciò avviene per concrete contingenze che poco hanno a che fare con autentici problemi di fede – siffatta defezione, è tenuto, ad validitatem, alla forma canonica, e pertanto contrae valido matrimonio.
Tale disposizione si rivela coerente con le inequivocabili parole rivolte dal Papa alla Rota, nell’allocuzione del 29 gennaio 2009:  “Occorre anzitutto riscoprire in positivo la capacità che in principio ogni persona umana ha di sposarsi in virtù della sua stessa natura di uomo o di donna. (…) Anzi, la riaffermazione della innata capacità umana al matrimonio è proprio il punto di partenza per aiutare le coppie a scoprire la realtà naturale del matrimonio e il rilievo che ha sul piano della salvezza. Ciò che in definitiva è in gioco è la stessa verità sul matrimonio e sulla sua intrinseca natura giuridica”.
(©L’Osservatore Romano – 27 gennaio 2010)

Omelia del Papa a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Ciascuno è chiamato a dare il suo apporto per compiere quei passi che portino verso la comunione piena tra tutti i discepoli di Cristo”

2010 gennaio 26
di redazione

Cari fratelli e sorelle,

riuniti in fraterna assemblea liturgica, nella festa della conversione dell’apostolo Paolo, concludiamo oggi l’annuale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Vorrei salutare voi tutti con affetto e, in particolare, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e l’Arciprete di questa Basilica, Mons. Francesco Monterisi, con l’Abate e la Comunità dei monaci, che ci ospitano. Rivolgo, altresì, il mio cordiale pensiero ai Signori Cardinali presenti, ai Vescovi ed a tutti i rappresentanti delle Chiese e delle Comunità ecclesiali della Città, qui convenuti.

Non sono passati molti mesi da quando si è concluso l’Anno dedicato a San Paolo, che ci ha offerto la possibilità di approfondire la sua straordinaria opera di predicatore del Vangelo, e, come ci ha ricordato il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – “Di questo voi siete testimoni” (Lc 24, 48) -, la nostra chiamata ad essere missionari del Vangelo. Paolo, pur serbando viva ed intensa memoria del proprio passato di persecutore dei cristiani, non esita a chiamarsi Apostolo. A fondamento di tale titolo, vi è per lui l’incontro con il Risorto sulla via di Damasco, che diventa anche l’inizio di una instancabile attività missionaria, in cui spenderà ogni sua energia per annunciare a tutte le genti quel Cristo che aveva personalmente incontrato.

Così Paolo, da persecutore della Chiesa, diventerà egli stesso vittima di persecuzione a causa del Vangelo a cui dava testimonianza.

Scrive nella Seconda Lettera ai Corinzi: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato… Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11,24-25.26-28).

La testimonianza di Paolo raggiungerà il culmine nel suo martirio quando, proprio non lontano da qui, darà prova della sua fede nel Cristo che vince la morte.

La dinamica presente nell’esperienza di Paolo è la stessa che troviamo nella pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. I discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Signore risorto, tornano a Gerusalemme e trovano gli Undici riuniti insieme con gli altri. Il Cristo risorto appare loro, li conforta, vince il loro timore, i loro dubbi, si fa loro commensale e apre il loro cuore all’intelligenza delle Scritture, ricordando quanto doveva accadere e che costituirà il nucleo centrale dell’annuncio cristiano. Gesù afferma: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,46-47).

Questi sono gli eventi dei quali renderanno testimonianza innanzitutto i discepoli della prima ora e, in seguito, i credenti in Cristo di ogni tempo e di ogni luogo. E’ importante, però, sottolineare che questa testimonianza, allora come oggi, nasce dall’incontro col Risorto, si nutre del rapporto costante con Lui, è animata dall’amore profondo verso di Lui. Solo chi ha fatto esperienza di sentire il Cristo presente e vivo – “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!” (Lc 24,39) -, di sedersi a mensa con Lui, di ascoltarlo perché faccia ardere il cuore, può essere Suo testimone! Per questo, Gesù promette ai discepoli e a ciascuno di noi una potente assistenza dall’alto, una nuova presenza, quella dello Spirito Santo, dono del Cristo risorto, che ci guida alla verità tutta intera: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49), dice agli Undici e a noi. Gli Undici spenderanno tutta la vita per annunciare la buona notizia della morte e risurrezione del Signore e quasi tutti sigilleranno la loro testimonianza con il sangue del martirio, seme fecondo che ha prodotto un raccolto abbondante.

La scelta del tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno, l’invito, cioè, ad una testimonianza comune del Cristo risorto secondo il mandato che Egli ha affidato ai discepoli, è legata al ricordo del centesimo anniversario della Conferenza missionaria di Edimburgo in Scozia, che viene considerato da molti come un evento determinante per la nascita del movimento ecumenico moderno. Nell’estate del 1910, nella capitale scozzese si incontrarono oltre mille missionari, appartenenti a diversi rami del Protestantesimo e dell’Anglicanesimo, a cui si unì un ospite ortodosso, per riflettere insieme sulla necessità di giungere all’unità per annunciare credibilmente il Vangelo di Gesù Cristo.

Infatti, è proprio il desiderio di annunciare agli altri il Cristo e di portare al mondo il suo messaggio di riconciliazione che fa sperimentare la contraddizione della divisione dei cristiani. Come potranno, infatti, gli increduli accogliere l’annuncio del Vangelo se i cristiani, sebbene si richiamino tutti al medesimo Cristo, sono in disaccordo tra loro?

Del resto, come sappiamo, lo stesso Maestro, al termine dell’Ultima Cena, aveva pregato il Padre per i suoi discepoli: “Che tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv 17,21). La comunione e l’unità dei discepoli di Cristo è, dunque, condizione particolarmente importante per una maggiore credibilità ed efficacia della loro testimonianza.

Ad un secolo di distanza dall’evento di Edimburgo, l’intuizione di quei coraggiosi precursori è ancora attualissima. In un mondo segnato dall’indifferenza religiosa, e persino da una crescente avversione nei confronti della fede cristiana, è necessaria una nuova, intensa, attività di evangelizzazione, non solo tra i popoli che non hanno mai conosciuto il Vangelo, ma anche in quelli in cui il Cristianesimo si è diffuso e fa parte della loro storia.

Non mancano, purtroppo, questioni che ci separano gli uni dagli altri e che speriamo possano essere superate attraverso la preghiera e il dialogo, ma c’è un contenuto centrale del messaggio di Cristo che possiamo annunciare tutti assieme: la paternità di Dio, la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte con la sua croce e risurrezione, la fiducia nell’azione trasformatrice dello Spirito. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione, siamo chiamati ad offrire una testimonianza comune di fronte alle sfide sempre più complesse del nostro tempo, quali la secolarizzazione e l’indifferenza, il relativismo e l’edonismo, i delicati temi etici riguardanti il principio e la fine della vita, i limiti della scienza e della tecnologia, il dialogo con le altre tradizioni religiose. Vi sono poi ulteriori campi nei quali dobbiamo sin da ora dare una comune testimonianza: la salvaguardia del Creato, la promozione del bene comune e della pace, la difesa della centralità della persona umana, l’impegno per sconfiggere le miserie del nostro tempo, quali la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni.

L’impegno per l’unità dei cristiani non è compito solo di alcuni, né attività accessoria per la vita della Chiesa. Ciascuno è chiamato a dare il suo apporto per compiere quei passi che portino verso la comunione piena tra tutti i discepoli di Cristo, senza mai dimenticare che essa è innanzitutto dono di Dio da invocare costantemente. Infatti, la forza che promuove l’unità e la missione sgorga dall’incontro fecondo e appassionante col Risorto, come avvenne per San Paolo sulla via di Damasco e per gli Undici e gli altri discepoli riuniti a Gerusalemme. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, faccia sì che quanto prima possa realizzarsi il desiderio del Suo Figlio: “Che tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv 17,21). Amen.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana. Con brevi aggiunte a braccio a cura di ZENIT]

Angelus del 24 gennaio 2010: “La comunione dei cristiani rende più credibile ed efficace l’annuncio del Vangelo”

2010 gennaio 24
di redazione

Cari fratelli e sorelle!

Tra le letture bibliche dell’odierna liturgia vi è il celebre testo della Prima Lettera ai Corinzi in cui san Paolo paragona la Chiesa al corpo umano. Così scrive l’Apostolo: “Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito” (1 Cor 12,12-13). La Chiesa è concepita come il corpo, di cui Cristo è il capo, e forma con Lui un tutt’uno. Tuttavia ciò che all’Apostolo preme comunicare è l’idea dell’unità nella molteplicità dei carismi, che sono i doni dello Spirito Santo. Grazie ad essi, la Chiesa si presenta come un organismo ricco e vitale, non uniforme, frutto dell’unico Spirito che conduce tutti ad unità profonda, assumendo le diversità senza abolirle e realizzando un insieme armonioso. Essa prolunga nella storia la presenza del Signore risorto, in particolare mediante i Sacramenti, la Parola di Dio, i carismi e i ministeri distribuiti nella comunità. Perciò, è proprio in Cristo e nello Spirito che la Chiesa è una e santa, cioè un’intima comunione che trascende le capacità umane e le sostiene.

Mi piace sottolineare questo aspetto mentre stiamo vivendo la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”, che si concluderà domani, festa della Conversione di San Paolo. Secondo la tradizione, nel pomeriggio celebrerò i Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, con la partecipazione dei Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti a Roma. Invocheremo da Dio il dono della piena unità di tutti i discepoli di Cristo e, in particolare, secondo il tema di quest’anno, rinnoveremo l’impegno di essere insieme testimoni del Signore crocifisso e risorto (cfr Lc 24,48). La comunione dei cristiani, infatti, rende più credibile ed efficace l’annuncio del Vangelo, come affermò lo stesso Gesù pregando il Padre alla vigilia della sua morte: “Che siano una sola cosa … perché il mondo creda” (Gv 17,21).

Infine, cari amici, desidero ricordare la figura di san Francesco di Sales, la cui memoria liturgica ricorre il 24 gennaio. Nato in Savoia nel 1567, egli studiò il diritto a Padova e a Parigi e, chiamato dal Signore, divenne sacerdote. Si dedicò con grande frutto alla predicazione e alla formazione spirituale dei fedeli, insegnando che la chiamata alla santità è per tutti e che ciascuno – come dice san Paolo con il paragone del corpo – ha il suo posto nella Chiesa. San Francesco di Sales è patrono dei giornalisti e della stampa cattolica. Alla sua spirituale assistenza affido il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che firmo ogni anno in questa occasione e che ieri è stato presentato in Vaticano.

La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci ottenga di progredire sempre nella comunione, per trasmettere la bellezza di essere una cosa sola nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Haiti: “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?” (Salmo 21, 2-12)

2010 gennaio 23
di redazione
2 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
4 Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.
5 In te hanno sperato i nostri padri,
hanno sperato e tu li hai liberati;
6 a te gridarono e furono salvati,
sperando in te non rimasero delusi.
7 Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
8 Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
9 «Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».
10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
11 Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
12 Da me non stare lontano,
poiché l’angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA 44a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

2010 gennaio 23
di redazione

Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola

Cari fratelli e sorelle,

il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola” -, si inserisce felicemente nel cammino dell’Anno sacerdotale, e pone in primo piano la riflessione su un ambito pastorale vasto e delicato come quello della comunicazione e del mondo digitale, nel quale vengono offerte al Sacerdote nuove possibilità di esercitare il proprio servizio alla Parola e della Parola. I moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma la loro recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono sempre più importante ed utile l’uso nel ministero sacerdotale.

Compito primario del Sacerdote è quello di annunciare Cristo, la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i Sacramenti. Convocata dalla Parola, la Chiesa si pone come segno e strumento della comunione che Dio realizza con l’uomo e che ogni Sacerdote è chiamato a edificare in Lui e con Lui. Sta qui l’altissima dignità e bellezza della missione sacerdotale, in cui viene ad attuarsi in maniera privilegiata quanto afferma l’apostolo Paolo: “Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso … Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?” (Rm 10,11.13-15).

Per dare risposte adeguate a queste domande all’interno dei grandi cambiamenti culturali, particolarmente avvertiti nel mondo giovanile, le vie di comunicazione aperte dalle conquiste tecnologiche sono ormai uno strumento indispensabile. Infatti, il mondo digitale, ponendo a disposizione mezzi che consentono una capacità di espressione pressoché illimitata, apre notevoli prospettive ed attualizzazioni all’esortazione paolina: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1 Cor 9,16). Con la loro diffusione, pertanto, la responsabilità dell’annuncio non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace. Al riguardo, il Sacerdote viene a trovarsi come all’inizio di una “storia nuova”, perché, quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola.

Tuttavia, la diffusa multimedialità e la variegata “tastiera di funzioni” della medesima comunicazione possono comportare il rischio di un’utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente, e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare. Ai Presbiteri, invece, è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante “voci” scaturite dal mondo digitale, ed annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali, dell’apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l’evangelizzazione e la catechesi.

Attraverso i moderni mezzi di comunicazione, il Sacerdote potrà far conoscere la vita della Chiesa e aiutare gli uomini di oggi a scoprire il volto di Cristo, coniugando l’uso opportuno e competente di tali strumenti, acquisito anche nel periodo di formazione, con una solida preparazione teologica e una spiccata spiritualità sacerdotale, alimentata dal continuo colloquio con il Signore. Più che la mano dell’operatore dei media, il Presbitero nell’impatto con il mondo digitale deve far trasparire il suo cuore di consacrato, per dare un’anima non solo al proprio impegno pastorale, ma anche all’ininterrotto flusso comunicativo della “rete”.

Anche nel mondo digitale deve emergere che l’attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale, infatti, deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo, e all’umanità smarrita di oggi, che “Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda” (Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per la presentazione degli auguri natalizi: L’Osservatore Romano, 21-22 dicembre 2009, p. 6).

Chi meglio di un uomo di Dio può sviluppare e mettere in pratica, attraverso le proprie competenze nell’ambito dei nuovi mezzi digitali, una pastorale che renda vivo e attuale Dio nella realtà di oggi e presenti la sapienza religiosa del passato come ricchezza cui attingere per vivere degnamente l’oggi e costruire adeguatamente il futuro? Compito di chi, da consacrato, opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo “digitale” i segni necessari per riconoscere il Signore; donando l’opportunità di educarsi all’attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale. Questa potrà così prendere il largo tra gli innumerevoli crocevia creati dal fitto intreccio delle autostrade che solcano il cyberspazio e affermare il diritto di cittadinanza di Dio in ogni epoca, affinché, attraverso le nuove forme di comunicazione, Egli possa avanzare lungo le vie delle città e fermarsi davanti alle soglie delle case e dei cuori per dire ancora: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Nel Messaggio dello scorso anno ho incoraggiato i responsabili dei processi comunicativi a promuovere una cultura di rispetto per la dignità e il valore della persona umana. E’ questa una delle strade nelle quali la Chiesa è chiamata ad esercitare una “diaconia della cultura” nell’odierno “continente digitale”. Con il Vangelo nelle mani e nel cuore, occorre ribadire che è tempo anche di continuare a preparare cammini che conducono alla Parola di Dio, senza trascurare di dedicare un’attenzione particolare a chi si trova nella condizione di ricerca, anzi procurando di tenerla desta come primo passo dell’evangelizzazione. Una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura. Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56,7), è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio – come il “cortile dei gentili” del Tempio di Gerusalemme – anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto?

Lo sviluppo delle nuove tecnologie e, nella sua dimensione complessiva, tutto il mondo digitale rappresentano una grande risorsa per l’umanità nel suo insieme e per l’uomo nella singolarità del suo essere e uno stimolo per il confronto e il dialogo. Ma essi si pongono, altresì, come una grande opportunità per i credenti. Nessuna strada, infatti, può e deve essere preclusa a chi, nel nome del Cristo risorto, si impegna a farsi sempre più prossimo all’uomo. I nuovi media, pertanto, offrono innanzitutto ai Presbiteri prospettive sempre nuove e pastoralmente sconfinate, che li sollecitano a valorizzare la dimensione universale della Chiesa, per una comunione vasta e concreta; ad essere testimoni, nel mondo d’oggi, della vita sempre nuova, generata dall’ascolto del Vangelo di Gesù, il Figlio eterno venuto fra noi per salvarci. Non bisogna dimenticare, però, che la fecondità del ministero sacerdotale deriva innanzitutto dal Cristo incontrato e ascoltato nella preghiera; annunciato con la predicazione e la testimonianza della vita; conosciuto, amato e celebrato nei Sacramenti, soprattutto della Santissima Eucaristia e della Riconciliazione.

A voi, carissimi Sacerdoti, rinnovo l’invito a cogliere con saggezza le singolari opportunità offerte dalla moderna comunicazione. Il Signore vi renda annunciatori appassionati della buona novella anche nella nuova “agorà” posta in essere dagli attuali mezzi di comunicazione.

Con tali voti, invoco su di voi la protezione della Madre di Dio e del Santo Curato d’Ars e con affetto imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2010, Festa di San Francesco di Sales.

BENEDICTUS PP. XVI